E’ questa l’Italia che vogliamo?

28 Settembre 2009 – 18:02

Presa a schiaffi davanti alla sua bambina di 8 anni e insultata con epiteti razzisti da due ragazzine, una italiana e una ucraina, cui la donna, di origini nigeriane, aveva chiesto di spegnere la sigaretta che le due fumavano sull’autobus. È accaduto lunedì mattina a Tor Bella Monaca, quartiere periferico della Capitale, sulla linea 59 intorno alle 7.40 e a raccontare la vicenda è un’amica della donna e testimone del fatto.«Stavamo sull’autobus per portare a scuola i nostri bambini che frequentano il nostro istituto - ha detto la testimone, Maria Edima Venancio Rocha, di origine spagnola -, la mia amica ha visto queste due quindicenni che avevano acceso una sigaretta all’interno della vettura e ha chiesto loro di spegnerla perché dava fastidio alla sua bambina. Per tutta risposta, le due hanno cominciato a insultarla con frasi come “Brutta negra, stai zitta, tornatene al Paese tuo”». Scese alla fermata in via Pier Ferdinando Quaglia, è cominciata una agitata lite. Secondo il racconto della 14enne italiana, la nigeriana avrebbe cominciato a strattonarla, quindi lei per difendersi le avrebbe dato uno schiaffo. In quel momento sono arrivati agenti della polizia che passavano di là e hanno separato le due. La ragazzina ha ammesso di aver fumato una sigaretta, «ma l’ho spenta subito». La donna nigeriana, incensurata e con permesso di soggiorno in fase di rinnovo, ha raccontato di essere stata aggredita con insulti razzisti tra cui «negra». A quel punto gli agenti hanno invitato la donna in questura per sporgere denuncia, ma lei ha rifiutato. Le ragazzine sono state quindi spedite a scuola.

Poco dopo, invece la nigeriana, accompagnata dalla spagnola Venancio Rocha, si è presentata al Commissariato Casilino. E’ rimasta parte della mattinata ma poi ha deciso di non sporgere denuncia. E non sarebbe stata multata, come invece ha raccontato l’amica spagnola che poco dopo il fatto dichiarava: «La mia amica è stata identificata e le hanno dato pure una multa di 3mila euro, non abbiamo capito perché». www.corriere.it

Il TAR boccia Sacconi: si può rifiutare il sondino

18 Settembre 2009 – 12:41

Una nuova senten­za potrebbe in qualche modo condizionare il dibattito sul te­stamento biologico. Il Tar del Lazio ha stabilito che a nessu­na persona, cosciente o in stato di incoscienza, possono essere imposte alimentazione e idrata­zione artificiali. Non solo. An­che in caso di stato vegetativo un cittadino mantiene il diritto di affermare ex post la propria volontà di interrompere le tera­pie giudicate inutili, comprese quelle somministrate col sondi­no. Il tribunale però chiarisce che la competenza a decidere spetta al giudice ordinario civi­le. Rischia così di uscirne inde­bolita la legge che dalla prossi­ma settimana torna in discus­sione alla Camera, Commissio­ne Affari sociali. Il testo già ap­provato dal Senato prevede che le cure di sostegno non pos­sano essere oggetto della volon­tà del paziente in stato vegetati­vo quindi restino escluse dalle scelte di fine vita. I giudici hanno accolto il ri­corso presentato da Gianluigi Pellegrino, legale del Movimen­to difesa dei Cittadini, dopo l’at­to di indirizzo col quale a di­cembre il ministro del Welfare Maurizio Sacconi ha diffidato le strutture del sistema sanita­rio pubblico a sottrarre idrata­zione e alimentazione a pazien­ti in stato vegetativo persisten­te. In quei giorni Eluana Engla­ro entrava in una clinica di Udi­ne perché fosse dato seguito al­la sentenza con cui la Corte di Cassazione dichiarava ammissi­bile la sospensione di tutte le cure e riconosceva la ricostru­zione ex post delle sue volontà. «Una decisione molto impor­tante - commenta Pellegrino ­. Richiama i principi costituzio­nali in base ai quali una legge che impedisca a un disabile la sospensione di queste cure sa­rebbe incostituzionale e intro­durrebbe una forma di discri­minazione ». I democratici ac­colgono la notizia con entusia­smo. Ignazio Marino: «Vengo­no chiarite molte ambiguità». Livia Turco: «Inaudito propor­re per legge il divieto a inter­rompere l’alimentazione, come vuole Sacconi». Secondo Mar­co Cappato, segretario dell’as­sociazione Luca Coscioni «è la conferma di quello che Pier­giorgio Welby aveva ottenuto con la sua lotta personale». Nella maggioranza prevale l’indignazione. Ma c’è anche una voce dissonante, duella di Domenico Nania, Pdl e vicepre­sidente del Senato. Il ministro Sacconi indica una strada: «Se fosse vero quanto contenuto in una nota del Movimento difesa dei cittadini sarebbe necessaria l’approvazione della norma En­glaro sull’inalienabile diritto al­l’alimentazione e idratazione per offrire certezza normati­va ». Si riferisce a quello che Eu­genia Roccella, intervenuta alla presentazione della Giornata nazionale dei risvegli (in pro­gramma il 7 ottobre, organizza­ta dagli Amici di Luca) ha ribat­tezzato «il lodo Sacconi», cioè il decreto approvato già dal Consiglio dei Ministri, in di­scussione al Senato nelle ore in cui la Englaro subiva il distac­co del sondino: «Si può riparti­re da lì. E’ un’ipotesi di media­zione, se ci fosse la necessità di un tempo più ampio di discus­sione di una legge. Il Tar vuole imporre una linea interpretati­va ideologica cui i magistrati ci hanno abituati», ha detto il sot­tosegretario Roccella. Critico il presidente dei sena­tori Pdl, Maurizio Gasparri: «Su questi temi servono nor­me precise, non la fantasia del­la giustizia amministrativa». Per Vincenzo Quagliariello, vi­cepresidente senatori Pdl, «san­cire che la volontà di un indivi­duo possa essere ricostruito ex post incarna in sé il virus del to­talitarismo ». Nania, invece rile­va che la sentenza «non ha tut­ti i torti» visto «che mi sembra costituzionalmente corretto che il paziente possa rinuncia­re alle cure e all’assistenza sani­taria, rientrando nella sua tota­le autonomia e nella sua sfera giuridica privata».  www.corriere.it

Manifestazione nazionale per la libertà d’informazione

18 Settembre 2009 – 12:35

La manifestazione nazionale per la libertà d’informazione è stata rinviata a sabato 3 ottobre per rispetto ai caduti di Kabul. Per partecipare info: 0542 35066, info@pdimola.it

Per i gay

11 Settembre 2009 – 17:59

In questo Paese le aggressioni ai gay stanno diventando la normalità. Forse la destra ha qualche responsabilità?

Ancora un gay aggredito. E’ successo in piazza Salvemini, dove la notte tra il 9 e il 10 settembre, un ragazzo di 26 anni, poche ore dopo il presidio-fiaccolata unitario sui ponti fiorentini contro l’omo/transfobia, è stato pestato a sangue da due italiani. Il ragazzo stava rientrando a casa dopo una serata trascorsa in un locale gay fiorentino. Lo denuncia l’Arcigay Firenze «Il Giglio Rosa», in contatto diretto con il ragazzo e la famiglia: «Siamo vicinissimi al ragazzo e alla sua famiglia, e siamo scossi dal fatto che anche la città di Firenze sia protagonista di un episodio di inaudita violenza ai danni di una persona omosessuale, proprio a poche ore dalla grossa mobilitazione contro la violenza omofobica che aveva visto una straordinaria partecipazione della cittadinanza». «Il ragazzo - prosegue l’associazione - era stato avvicinato e minacciato da due uomini nel corso della serata di mercoledì all’interno di un locale gay del centro. I due erano stati allontanati dai gestori. Intorno alle 3 del mattino, il giovane sarebbe uscito dal locale e si sarebbe diretto a piedi verso Piazza Salvemini, dove i due uomini, di circa 35 e 40 anni, lo avrebbero aspettato e gli si sarebbero scagliati contro a mani nude. Il ventiseienne è stato trovato in un bagno di sangue da alcuni amici e accompagnato a casa in auto intorno alle 5». «Ieri mattina il ragazzo è stato portato al Pronto Soccorso e successivamente ricoverato d’urgenza. Gli sono state diagnosticate, oltre che contusioni e tumefazioni, molteplici fratture: agli zigomi, alla mandibola e al naso». Fa sapere Il Giglio Rosa: «Questo pomeriggio sarà operato. Al momento il giovane gay è ancora sotto choc. Chiediamo però la collaborazione di tutte e tutti affinchè possano essere individuati dagli inquirenti i due aggressori. Nel frattempo, oltre a fornire alla famiglia un primo aiuto psicologico, abbiamo dato mandato ai legali della nostra associazione, avvocati Alessandro Traversi e Paola Pasquinuzzi, di raccogliere la denuncia del ragazzo. Invitiamo autorità e istituzioni a non considerarlo come un episodio isolato e chiediamo agli inquirenti di indagare accuratamente affinchè gli aggressori possano essere identificati e fermati quanto prima. Chiediamo a tutta la comunità gay di non avere paura, ma soprattutto di rimanere compatta e continuare con coraggio e determinazione il percorso di sensibilizzazione e isolamento delle frange violente in città. Valuteremo assieme alle altre sigle e associazioni fiorentine e nazionali quale risposta dare all’ennesimo episodio di violenza ai danni della comunità gay che coinvolge il nostro paese. www.corriere.it 

Piero Grasso a Cortona

11 Settembre 2009 – 17:05

Una forza devastante “che si sostituisce allo Stato, si ossigena del silenzio delle persone e dice grazie a chi si dimostra indifferente”. È questa la Mafia raccontata da chi l’ha combattuta per tutta la vita, il procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso. La Scuola Politica del PD a Cortona, alla sua seconda edizione, affida a lui il primo intervento sul tema della democrazia.

“Viviamo il paradosso di una società democratica, ma non libera” spiega Grasso prima di ricordare che anche il regime di Hitler era formalmente democratico. Davanti ad una platea da tutto esaurito, chiede ai giovani di non dimenticare che la libertà “è un compito mai finito e non un abito esteriore di regole” e che “la Costituzione resta solo carta se non è alimentata dall’energia dei cittadini”. Nella sua lotta all’illegalità, il procuratore ha impoarato che quando mancano questi pochi elementi, per la criminalità organizzata è tutto più facile.

“Ci sono regioni del Sud – continua Grasso - in cui la violenza, i reati, la disoccupazione, la miseria, la morte sono all’ordine del giorno. In questi luoghi l’unica maestra di vita è la strada, la mafia usa la violenza per regolare l’ordine pubblico, per fare “giustizia”, per raccogliere consenso e prendere così il posto dello Stato”. Per un pubblico di giovani attenti uno scenario teorico si trasforma in fatti, aneddoti visti e toccati con mano dal magistrato nel corso della sua vita professionale: la mafia che vendica l’onore di una ragazza straniera sfregiata, la mafia che impone ai ricettatori di tenere la merce rubata almeno 24 ore, in modo da poterla restituire a chi chieda l’aiuto di Cosa Nostra. La mafia che nel corso del Maxi processo rinuncia alla linea difensiva (quella secondo cui non esiste nessuna società criminale organizzata) per comunicare che la cupola non aveva responsabilità nell’omicidio di un bambino di 11 anni avvenuto pochi giorni prima. Tutto per mantenere il consenso.

Piero Grasso, che all’epoca del maxi processo era procuratore di Palermo, ricorda quell’incarico come l’esperienza che gli cambiò la vita: “475 imputati che avevano infranto l’intero codice penale, solo gli omicidi erano 120. Mi sentivo investito di una responsabilità straordinaria perché ogni giorno perso a scrivere la sentenza voleva dire per loro un giorno in meno alla scarcerazione. Era una lotta contro il tempo, motivo per cui avevo rinunciato a tutto, tempo libero e tutto il resto”. Eppure capitava che non tutti giudici fossero così ligi e appassionati e che alcuni decidessero di scarcerare con estrema facilità. “A quel punto è umano chiedersi “Chi me lo fa fare? Tanti sacrifici per vedere i mafiosi a piede libero”. Poi però mi rispondevo che io dovevo dare retta solo alla mia coscienza”.

La platea di Cortona ascolta attenta un uomo che spinge i giovani alla “passione” e alla “lotta all’ingiustizia”. “Quando succede qualcosa di terribile purtroppo nessuno si domanda se si sarebbe potuto evitare se ognuno avesse fatto la sua parte”. Certo, l’attualità non è incoraggiante. Il procuratore non fa nomi ma si capisce bene il riferimento quando parla di “necessità di consenso”, “lotta contro la magistratura”, “clientele sanitarie “, “appalti a colpi di tangenti”. Tuttavia se si rinuncia a contrastare fenomeni di questo tipo “si corre il pericolo di delegare la lotta a pochi eroi isolati”. Lotta che invece deve essere sulle spalle di tutti e si deve unire a “una politica corretta, un mercato libero ed una scuola che funzioni”.

In tutt’altra direzione sembrano correre i provvedimenti del governo in materia di giustizia. Pessimo il giudizio del procuratore Antimafia sulla riforma dei pubblici ministeri che diventerebbero “avvocati della polizia, un modello spinto e motivato solo dal carrierismo e che risponderebbe necessariamente al potere esecutivo”. Stesso discorso per chi non si fa processare: “l’obbligatorietà della legge penale è un principio fondamentale di ogni democrazia”. E sulle intercettazioni tuona: “Non si può attenuare uno strumento che ha portato a risultati importanti, semmai si deve bilanciare il diritto all’informazione dei cittadini con il diritto alla riservatezza”. Il monito finale è chiaro: “Attenti a chi vuole riformare non la giustizia ma i magistrati!”, così come la strada che Grasso, e ci sia augura anche i suoi colleghi, hanno intenzione di intraprendere: “Noi andremo avanti comunque, in fondo siamo o non siamo antropologicamente diversi come ci hanno definito?”.

Nell’ultima parte del suo discorso il procuratore nazionale Antimafia rivendica per se e per i giovani presenti una parola dimenticata, o comunque male interpretata. L’utopia non è l’illusione, ma “una forza inarrestabile, è quando qualcuno dimostra che vi un mutamento possibile in un momento storico in cui sembrava impensabile. Un uomo senza ideali è solo impulso e se si abbandona l’idea di utopia si perde la volontà di fare storia e di comprenderla”. In fondo, se ci si pensa un attimo, “i momenti più felici dell’umanità sono stati quelli in cui le sfide impossibili hanno aperto la strada al progresso”. Di qui la rivalutazione di un altro concetto quello di ingenuità, tipico delle persone giovani e di quelle coraggiose come il primo oratore della scuola politica: “Siate ingenui, io lo sono ancora. Credete nei sogni e nella loro capacità di realizzarsi, portate avanti le vostre idee e fatelo con speranza. La mafia è l’eclissi della legalità ma sconfiggerla non è impossibile, lo stato deve volerlo. Io ho visto figli di mafiosi che hanno convinto i loro genitori a collaborare con la giustizia, ho visto ragazzi fare collette per comprare un trattore ai contadini danneggiati dalla mafia e soprattutto i miei colleghi Borsellino e Falcone mi sono sempre accanto con il loro esempio”. www.partitodemocratico.it

Partito mediale di massa

7 Settembre 2009 – 17:23

NELL’ERA della mediocrazia avanza un soggetto politico nuovo. Anche se ha sembianze note e sembra quasi antico, visto che - nella versione originaria - è sorto insieme alla prima Repubblica. Eppure è cambiato profondamente, negli ultimi anni. In modo tanto rapido che neppure ce ne siamo accorti. Lo chiameremo Partito Mediale di Massa (PMM).

Perché è entrambe le cose. Allo stesso tempo mediale e di massa. Senza soluzione di continuità. Non ci troviamo di fronte a un modello, a un caso “esemplare”. Perché non è riproducibile né tanto meno ripetibile. Anche se l’intreccio fra media e politica è divenuto stretto e quasi inestricabile. Dovunque. Nei partiti: la comunicazione ha preso il posto della partecipazione; il marketing quello delle ideologie; mentre le persone hanno rimpiazzato gli apparati. Così nel dibattito politico il privato è divenuto pubblico e viceversa. È una tendenza non solo italiana, ma che in Italia ha assunto modalità del tutto inedite, determinate, ovviamente, dalla posizione dominante di Silvio Berlusconi. Il premier di un paese ormai presidenzializzato, dove il potere presidenziale è largamente riassunto dal premier (mentre il Presidente svolge funzioni di garante). Leader unico e indiscusso del partito più forte, dal punto di vista elettorale e in Parlamento. Imprenditore e proprietario del più importante gruppo mediatico privato. Nessuna novità in tutto questo. Silvio Berlusconi, infatti, ha inventato 15 anni fa questo ibrido di successo. Un partito che miscela i linguaggi e l’organizzazione del mondo calcistico (gli azzurri, i club, lo stesso marchio: Forza Italia!) con la pubblicità e la televisione. Così è divenuto difficile distinguere le passioni politiche da quelle televisive. E viceversa.

Indagini condotte alcuni anni fa (da ultimo: Demos per la Repubblica, 2007) mostrano lo stretto rapporto di fiducia che legava gli elettori di centrodestra alle reti, ai programmi e ai conduttori di Mediaset; e, parallelamente, l’alto grado di credibilità riconosciuto dagli elettori di centrosinistra ai telegiornali, ai tele-giornalisti e alle reti Rai. Anche se la realtà non sopporta divisioni tanto schematiche. Visto che l’informazione del Tg5 di Mentana - forse - non era orientata più a destra rispetto a quella del Tg1 di Mimun. È, dunque, difficile distinguere fra politica, interessi e media quando si osserva Forza Italia. Ed è impossibile, quando si osserva Berlusconi, distinguere le scelte - e gli interessi - del leader politico da quelle dell’imprenditore. Argomenti noti, da tempo.
La novità degli ultimi anni è che il partito è divenuto, progressivamente, un “sistema”. Forza Italia è divenuta Pdl, associando - o meglio: assorbendo - anche An. Per cui ha assunto la “misura” elettorale dei partiti di massa di un tempo. Anche l’impianto del voto sul territorio riproduce quello dei partiti di governo degli anni Ottanta: al declino della prima Repubblica. A differenza da allora, oggi l’ideologia, la cultura, l’organizzazione fanno tutt’uno con i media. Attraverso i quali il PMM offre alla società - trasformata in pubblico - linguaggio, modelli di valore, stili di vita. Una lettura della realtà. Anche perché - altra importante differenza dal passato recente - le distinzioni fra i network televisivi nazionali, ormai, si sono quasi dissolte. Dopo le elezioni del 2008, l’influenza dei partiti di governo - quindi del premier - sulla Rai è cresciuta. Il vero bipolarismo mediatico (come ha scritto Aldo Grasso) oggi oppone Mediaset e Sky. E la Rai sta con Mediaset, per cui possiamo parlare di MediaRai (marchio più adeguato di Raiset, visto il ruolo subalterno della Rai).

Il PMM costruito da Berlusconi si avvale anche dei giornali. Il linguaggio e gli argomenti politici della destra, negli ultimi anni, sono stati imposti soprattutto da Libero e da Vittorio Feltri. Il quale è tornato, da poco, a dirigere il Giornale. Non a caso. Perché il campo di battaglia dove si stanno svolgendo i conflitti politici più aspri e violenti coincide con il sistema dei media. Investe la scelta dei dirigenti, dei direttori e vicedirettori dei Tiggì e delle reti Rai. Senza dimenticare che i direttori dei maggiori quotidiani nazionali sono cambiati quasi tutti, nell’ultimo anno. D’altra parte, la costruzione della realtà sociale passa tutta dai media. La paura e la sicurezza. Agitate a tele-comando. Mentre i lavoratori licenziati, per conquistare visibilità, hanno una sola chance: realizzare azioni clamorose per andare in televisione. Mentre i terremoti e i rifiuti che sconvolgono il territorio diventano occasioni importanti per suscitare consenso o dissenso politico. L’informazione critica diventa, per questo, assai più pericolosa di qualsiasi partito. Anche la riserva indiana della terza Rete Rai crea insofferenza. Mentre il direttore di Avvenire diventa un bersaglio esemplare. Per comunicare al mondo (politico, mediatico, religioso) che nessuno può gettare ombre - seppure lievi - sul consenso e sulla credibilità sociale del PMM. E del suo leader. Nessuno è al sicuro. Neppure il direttore dei media della Cei. Figurarsi gli altri.

I tradizionali modelli del giornale di partito e del giornale-partito, che sentiamo evocare spesso - anche in questi giorni, con riferimento a Repubblica - appaiono semplicemente anacronistici. I giornali che appartengono ai partiti. Oppure, al contrario, la stampa d’opinione che esercita pressione su di essi, per indirizzarne le scelte. Sono fuori tempo. Comunque, non possono competere. Perché hanno un pubblico molto limitato rispetto alle tivù. E, senza le tivù a rilanciarli, i loro argomenti restano confinati al pubblico dei lettori fedeli. Il PMM, invece, è un sistema integrato. Al tempo stesso: partito, istituzione rappresentativa, impresa, giornale, tivù, media. Senza soluzione di continuità. Una sola, unica persona al comando. Di questa democrazia personalizzata. Di questo paese personale. Ilvo Diamanti. www.repubblica.it

L’appello dei tre giuristi

29 Agosto 2009 – 09:09

L’attacco a “Repubblica”, di cui la citazione in giudizio per diffamazione è solo l’ultimo episodio, è interpretabile soltanto come un tentativo di ridurre al silenzio la libera stampa, di anestetizzare l’opinione pubblica, di isolarci dalla circolazione internazionale delle informazioni, in definitiva di fare del nostro Paese un’eccezione della democrazia. Le domande poste al Presidente del Consiglio sono domande vere, che hanno suscitato interesse non solo in Italia ma nella stampa di tutto il mondo. Se le si considera “retoriche”, perché suggerirebbero risposte non gradite a colui al quale sono rivolte, c’è un solo, facile, modo per smontarle: non tacitare chi le fa, ma rispondere.Invece, si batte la strada dell’intimidazione di chi esercita il diritto-dovere di “cercare, ricevere e diffondere con qualsiasi mezzo di espressione, senza considerazioni di frontiere, le informazioni e le idee”, come vuole la Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo del 1948, approvata dal consesso delle Nazioni quando era vivo il ricordo della degenerazione dell’informazione in propaganda, sotto i regimi illiberali e antidemocratici del secolo scorso.

Stupisce e preoccupa che queste iniziative non siano non solo stigmatizzate concordemente, ma nemmeno riferite, dagli organi d’informazione e che vi siano giuristi disposti a dare loro forma giuridica, senza considerare il danno che ne viene alla stessa serietà e credibilità del diritto. www.repubblica.it

Franco Cordero
Stefano Rodotà
Gustavo Zagrebelsky

Le tre categorie dell’innovazione

19 Agosto 2009 – 15:56

il dibattito estivo sui quotidiani ha fatto emergere la necessità di ritrovare una dimensione collettiva che stiamo ormai perdendo. Berlusconi ha aggravato questo processo, ma non ne è l’unico responsabile. L’Italia è la punta avanzata di uno stile di vita che si sta radicando sempre più. Non del tutto a torto alcuni commentatori hanno affermato che il nostro Paese anticipa i cambiamenti politici e sociali che avranno luogo in Occidente. Alla dimensione pubblica e collettiva che aveva caratterizzato i primi anni del dopoguerra e che aveva permesso di uscire dalle rovine del conflitto con un Paese più forte, oggi ci troviamo di fronte all’apoteosi dell’ideologia individualista.
Nadia Urbinati e Lidia Ravera su l’Unità hanno colto molto bene questo aspetto, declinandolo nell’invito alle donne a ritrovare lo spirito di lotta per tornare ad avere un ruolo da protagoniste nella società italiana.
Tornare protagoniste attive e non passive, come invece propone il modello berlusconiano, per riformare il Paese. Se i diritti non sono ereditari, allora è necessario tornare ad essere collettività per imporre una nuova stagione riformista. In un Paese sostanzialmente ingessato, le riforme possono essere il frutto dell’impegno delle forze più innovatrici della società.
Alla società civile italiana serve svegliarsi dal torpore in cui il miraggio della destra neoconservatrice l’ha posta.
Quali possono essere i motori del cambiamento? Ce lo insegna la storia. Oltre alle donne, oggi più degli uomini mezzo straordinario per il cambiamento, sono i giovani e gli immigrati (anche se questo va contro lo spirito del tempo) che possono (e devono) avere un ruolo da protagonisti per riformare il Paese.
I giovani perché hanno in loro una carica innovatrice forte; gli immigrati perché, nel bene più che nel male, costituiscono energie nuove per un Paese che ha deciso di non fare più figli ormai da tempo.
Queste tre categorie, a mio avviso, dovrebbero rappresentare per chi pensa che il Paese debba uscire dal cono d’ombra in cui l’ha cacciato la destra, le forze su cui puntare. Oggi sembra che la società civile sia assuefatta o dormiente nei confronti delle malefatte del Berlusconismo. Qualcuno ha affermato che il problema sta nello sfarinamento della nostra società civile, frantumata e fiacca.
La politica deve tornare a parlare a queste categorie perché può trovare da loro nuova linfa, al contrario, se resterà chiusa nel proprio fortilizio, rischierà davvero di parlare sempre più a se stessa. Oggi chi è seriamente più interessato alla politica? Sono proprio gli immigrati perché è solo la politica che potrà dare loro nuove opportunità di miglioramento della propria condizione di “nuovi Italiani”. Prima o poi dovremo rendercene conto.
Siamo una società immobile, nella quale manca anche la speranza nel futuro.
A chi ha oggi meno di quarant’anni (nel nostro Paese le persone in questa categoria sono ancora considerate giovani) manca la speranza e invece dovrebbero essere proprio loro il motore principale per costruire un futuro diverso e migliore per l’Italia.
Una generazione nata nel benessere, in un periodo nel quale era normale pensare al futuro solo in termini di progresso e miglioramento delle condizioni di vita. Il futuro era certo, certo era il lavoro, una volta assunti, come certa era la convinzione che lo studio e una maggiore istruzione avrebbero assicurato una maggiore probabilità di innalzamento nella scala sociale.
Oggi però essere giovani significa vivere una condizione d’incertezza e di marginalità sociale al di fuori dell’attenzione della classe dirigente del Paese. Ilvo Diamanti ha affermato che in Italia il tempo si è fermato. Perché non c’è ricambio, né circolazione, né mobilità sociale. Perché sono invecchiati tutti. Tutti quelli che contano, quelli che fanno opinione. Quelli che decidono. Dal 1998 al 2004 l’età media di coloro che fanno parte delle cosiddette classi dirigenti è infatti passata da 57 a 61 anni.
Le promozioni avvengono soprattutto per anzianità, tralasciando il merito.
Se nella storia moderna è stata spesso la politica ad inseguire la società, oggi sembra il contrario. La destra ha creato un modello culturale grazie alla televisione e ha plasmato, trovando già un terreno fertile, la società italiana su quel modello. La società sembra docilmente sazia tra le braccia della destra. Le finte riforme che ci propone Berlusconi calano dall’alto. Tutto ciò è possibile perché non esiste davvero più la forma collettiva. Ciò che viene promesso, viene concesso ad una massa di individui da chi ci governa, senza alcuna mediazione.
Se nei decenni passati le riforme furono anche il frutto di battaglie e lotte popolari, nelle quali i giovani sono sempre stati in prima linea, oggi l’immagine culturalmente dominante del giovane è quella del ragazzo che fa la fila per fare il provino per il Grande Fratello. Anche se la realtà è ben diversa, il rischio è che, al contrario dei nostri padri o dei nostri nonni, che possono ancora ricordare stagioni di lotta per i diritti, ci ritroveremo a ricordare la nostra giovinezza parlando delle trasmissioni televisive preferite.
È questo quello che vogliamo veramente? Io credo di no.
Credo sia arrivato il momento per chi vuole un Paese diverso, di farsi avanti e di dare linfa ad una stagione di lotta per i diritti. Diritti per le Coppie di fatto, testamento biologico, diritti per gli immigrati che vogliono costruire ricchezza in Italia, diritti per le donne e per le giovani madri: credo siano queste alcune delle priorità per una politica realmente riformatrice.
La mitologia greca ci ricorda quello che nella storia è avvenuto spesso; il dio Crono, dopo aver detronizzato il padre Urano, divorò i propri figli per paura di perdere potere, ma, alla fine, Zeus, proprio uno dei suoi figli, riuscì a scalzarlo.

Marcello Tarozzi

 

L’intervento finale alla festa 2009

21 Luglio 2009 – 15:30

 

Siamo giunti al termine dell’edizione 2009 della Festa Lungofiume. Al termine di 24 intensi ed entusiasmanti giorni durante i quali 500 volontari hanno reso possibile lo svolgimento della festa dei democratici, di tutti i democratici del Circondario imolese. La Festa lungofiume è sempre una grande sfida perché si costruisce solo grazie all’impegno, alle idee di centinaia di persone che condividono una grande passione.Tante storie, una sola passione abbiamo scritto sul manifesto della Festa. Tante storie che si intrecciano, si mescolano, si confrontano, ma tutte accomunate da una sola e autentica passione: quella per la bella politica.Donne, uomini, ragazze e ragazzi che hanno sogni, speranze, valori forti e che li pongono al servizio di un grande progetto politico, quello del pd. Una festa, ma anche un grandissimo appuntamento per la politica del nostro territorio; tanta politica, tanti protagonisti, tante esperienze per parlare del futuro. Un futuro diverso per l’Italia, perché il nostro Paese merita di più. L’Italia merita di più rispetto a quello che le sta offrendo questa destra.Sono stati 24 giorni faticosi, tuttavia considero un privilegio essere il responsabile di questa grande festa. Lo considero un onore perché si tratta di una esperienza straordinaria, soprattutto dal punto di vista umano. È stato un onore potere conoscere tante persone oneste che prestano opera di volontariato per rendere possibile la nostra festa. Voglio ringraziare prima di tutto i volontari, nessuno escluso per tutto quello che fate e che farete ancora. È stato un onore potere condividere con voi in questi anni gioie, ansie, bellissime vittorie,  momentanee sconfitte, ma soprattutto tante fatiche che la militanza in un partito come il nostro offre. La festa contiene tutto ciò: momenti di confronto, anche aspri, ma sinceri; momenti in cui si sorride insieme, tra amici; attimi di vita vera, vera perché si sta costruendo insieme una straordinaria iniziativa che nessun esperto di marketing potrà mai sperare di imitare perché l’ingrediente più importante è il cuore di chi partecipa. Un cuore davvero grande.Un grazie a tutti coloro che si alzano alle cinque del mattino pensando già alle migliaia di piatti da preparare per la stessa sera; un grazie a chi perde una intera notte di sonno per garantire la vigilanza nella festa; un grazie a chi arriva al termine della serata stanco per il lavoro svolto,ma contento di averlo fatto; un grazie a chi organizza il magazzino; un grazie a tutti i collaboratori della Federazione; un grazie a chi perde giornate di ferie per offrire il proprio tempo per fare il cameriere anche se non lo ha mai fatto in tutta la sua vita; un grazie a chi conta gli incassi fino a tarda notte; un grazie a chi si rovina le mani lavando migliaia di piatti; un grazie a chi ormai non si ricorda più quando ha cominciato a lavorare nella festa e un grazie a chi ha cominciato quest’anno e infine un grazie a chi ha visitato la nostra festa. Grazie a tutti voi.Il Pd è tutto questo. Un partito vero con persone vere, idee forti e valori antichi che si intrecciano con nuove istanze.Tra pochi mesi si svolgerà il primo Congresso nel Pd. Si tratta di un importantissimo appuntamento per il nostro partito e per il nostro Paese. Ne sono convinto. Il Pd ha grandi potenzialità da dispiegare perché questo Paese ha un immenso bisogno di buona politica, della politica onesta. Dobbiamo tornare a pensare che la politica sia bella. Abbiamo bisogno della politica che sa guardare lontano e che non vive giorno per giorno. Abbiamo bisogno della politica che sa trovare la direzione per il futuro e che non sia solo strumento di gestione del potere. C’è bisogno della politica che non ha paura di dialogare con la gente e che sa scommettere e rischiare; c’è bisogno della politica che sa essere faro morale per le persone.Qualche cattivo maestro sta insegnando ai nostri figli che per trovare la felicità si deve, prima di tutto, pensare ai propri affari, che pagare le tasse, rispettare le regole, pensare che gli altri abbiano i tuoi stessi diritti siano ostacoli alla propria libertà individuale. In questo modo si svuota la democrazia e non si costruisce nulla. Vivere le leggi come impedimenti è un atteggiamento pericoloso. La crisi in atto, oltre che crisi economica e sociale, rischia di diventare una crisi di valori. Nel momento in cui si ha meno, rischiamo davvero di essere più poveri dal punto di vista morale. Riscopriamo la parola indignazione. Quando tutto diventa normale, è necessario tornare ad indignarsi. La destra vive dell’indifferenza. Noi del pd vogliamo riportare l’Italia sulla strada giusta.La mediocrità sembra essere stata innalzata a metro di misura delle persone. Non serve studiare, non serve impegnarsi, non serve pensare al domani, tanto c’è qualcuno che può farlo per noi. Basta apparire, non serve essere.Aristide, un politico retto e giusto dell’antica Grecia e nemico del corrotto Temistocle, fu mandato in esilio dai suoi stessi concittadini . Si narra che lo stesso Aristide abbia chiesto a un cittadino perché stesse scrivendo il suo nome per esiliarlo e che questi, senza averlo riconosciuto, gli rispondesse che non poteva sopportare che quel politico fosse chiamato da tutti “il giusto”. Quando la mediocrità prende il sopravvento sulla virtù, allora si preparano tempi davvero bui.I riformisti, il Pd, ha il compito di tracciare una nuova strada per coloro che vogliono cambiare questo Paese.Dobbiamo riportare la politica al centro. Questo congresso deve essere l’occasione per farlo e per dare radici più forti al partito.  Sarà una sfida eccezionale perché dobbiamo costruire un partito radicato nei territori, nella società, con varie articolazioni, plurale, ma al tempo stesso unito, un partito che non si chiuda  in se stesso, un partito davvero nuovo.Abbiamo bisogno di costruire in tutto il Paese un partito con migliaia di iscritti, con sedi nelle quali potere discutere apertamente, con gruppi dirigenti preparati. A Imola lo abbiamo fatto, ma il cammino è ancora lungo. È la sfida più importante per i riformisti. Un partito, non una chiesa né una caserma. Una casa nella quale anche le migliori famiglie possono discutere, ma alla fine si sceglie tutti uniti. Un partito radicato significa anche che se ci si vuole iscrivere si trovano i circoli aperti. A Imola è così.Abbiamo bisogno di classi dirigenti che basino la loro legittimazione non sulla cooptazione e sulla fedeltà al potente di turno, bensì sullo studio. Promossi perché preparati e radicati nel territorio e non perché simpatici. Per rafforzare il Pd serve studiare la società che cambia, interpretarla, e serve un nuovo pensiero politico, come fecero 150 anni fa i primi socialisti e cattolici democratici. Non c’è vecchio senza nuovo e viceversa. Il pd non può restare imprigionato in questa dialettica. E non può esserci contrapposizione tra iscritti e simpatizzanti. Noi vogliamo un grande partito con centinaia di migliaia di iscritti, ma non può essere altresì possibile che gli iscritti siano importanti solo quando ci si deve contare al congresso. Non vogliamo un partito che fondi unicamente la sua identità su continue primarie e rinunci a fare politica, ma vogliamo un partito che non abbia paura di usare anche le primarie quando bisogna scegliere i candidati alla cariche istituzionali più importanti. I giovani sono il futuro. Per cambiare abbiamo bisogno di loro, delle loro idee e delle loro energie. La nostra società purtroppo spesso comprime queste energie. Non abbiamo bisogno di giovani che si accontentano di mettere la firma su copioni già scritti da altri, ma abbiamo bisogno di giovani che si vogliono mettere in gioco.Se la politica non può essere solo la gestione del potere, deve anche avere il coraggio di innovare. Non chiudiamoci in recinti sempre più stretti e in identità ormai superate, perché questo è il tempo del coraggio per i riformisti: coraggio di scegliere e di prendere posizione, coraggio di mettersi in gioco accettando anche le critiche, coraggio di abbandonare vecchie diffidenze. La paura è la nostra più grande nemica.La destra si alimenta della paura e delle insicurezze quotidiane. Noi dobbiamo riempire questo vuoto di politica con un nuovo e grande pensiero. Noi del pd vogliamo un Paese nel quale tutti abbiamo le stesse possibilità di partenza, vogliamo un Paese nel quale le donne non siano considerate giocattoli creati per il piacere di qualcuno, ma siano protagoniste della nostra società, vogliamo un Paese nel quale il lavoro torni al centro dell’iniziativa politica dei partiti, vogliamo un Paese nel quale si ottenga una promozione per i propri meriti e non per le proprie conoscenze o il proprio aspetto esteriore. Al congresso sceglieremo quale strada intraprendere, ma, una volta fatta la nostra scelta, dovremo essere uniti e creare un vasto arco di forze perché solo in questo modo potremo sconfiggere Berlusconi.La politica è la forma di espressione delle idee umane più alta, ma solo se valgono i valori della coerenza, della sobrietà e dell’umiltà, i quali non sono sinonimi di debolezza, ma al contrario di forza morale.I partiti sono il sale della democrazia, dicevano gli americani, e hanno il compito e il dovere di allargare il campo democratico, di essere trasparenti nella propria vita interna, di promuovere la classe dirigente, di dare una direzione per il futuro. C’era un tempo in cui mostrare la tessera di un partito e partecipare all’attività del circolo o della sezione era un atto d’orgoglio e di libertà. Sono convinto che si possa tornare a quel tempo.Qualche mese fa abbiamo chiesto ad alcune centinaia di trentenni imolesi quale fosse la loro idea di futuro; ebbene, la maggioranza ha risposto senza esitazione che il loro futuro sarebbe stato uguale o peggiore a quello dei propri genitori. Oggi manca la speranza. Per tanti giovani manca la speranza e questo governo sta rubando loro il futuro.Il Pd può rappresentare invece la speranza per loro e per l’Italia. Se sapremo guadagnare la fiducia degli italiani, allora potremo garantire un futuro diverso al Paese.Grazie a tutti

Festa Lungofiume 2009. tante storie, una sola passione

22 Giugno 2009 – 11:47

Sabato 27 giugno inizia la festa Lungofiume 2009. Lo slogan di quest’anno è Tante storie, una sola passione. Il programma degli eventi e degli spettacoli è ricco e saranno presenti moltissime novità.

Ecco tutte le novità del 2009