Lo stato d’eccezione

11 Novembre 2009 – 18:14

Ora ce la racconteranno come una grande riforma “erga omnes”, che tutela l’interesse di tutti i cittadini. Un compromesso sofferto e importante, che difende lo “stato di diritto” finora vulnerato da una magistratura politicizzata e inefficiente. E invece il “lodo” Berlusconi-Fini sulla giustizia è l’ennesima e scandalosa legge su misura, che copre gli interessi di una singola persona. Un patto scellerato e indecente, che conferma lo “stato di eccezione” in cui è precipitata la nostra democrazia.

I due leader erano arrivati a questo faccia a faccia in condizioni molto diverse.

Il presidente del Consiglio, scoperto dalla bocciatura del Lodo Alfano, era agito dalla necessità di risolvere ancora una volta per via legislativa le sue passate pendenze di natura giudiziaria, e di salvarsi anche dai rischi futuri. Obiettivo irrinunciabile, per non perdere il governo. Il presidente della Camera, schiacciato dalla formidabile pressione mediatica e politica della macchina da guerra berlusconiana, aveva l’opportunità di uscire dall’angolo nel quale lo stava relegando il Pdl, e di salvare anche il suo profilo istituzionale. Obiettivo raggiungibile, per non perdere la faccia. L’accordo raggiunto, anche se umilia il dettato costituzionale e distorce l’ordinamento giuridico, soddisfa le esigenze del capo del governo e della terza carica dello Stato.

Il disegno di legge che sarà presentato nei prossimi giorni (e qui sta il salvacondotto del premier e del suo avvocato Ghedini) conterrà la riforma del processo, che diventerà “breve”. Non potrà durare più di sei anni, cioè due anni per ciascun grado di giudizio. Formalmente, una giusta risposta all’insopportabile lunghezza dei processi italiani, che durano mediamente sette anni e mezzo nel civile e 10 anni nel penale. Sostanzialmente, un colpo di spugna su due processi che vedono coinvolto il Cavaliere: il processo Mediaset per frode fiscale sui diritti televisivi (che con le nuove norme decade a fine novembre) e il processo Mills per corruzione in atti giudiziari (che a “riforma” approvata decade nel marzo 2010).

Ma nello stesso disegno di legge (e qui sta la via di fuga di Fini e del suo avvocato Bongiorno) non ci saranno le norme sulla prescrizione breve, che lo stesso Berlusconi avrebbe voluto inserire nel testo e Fini gli ha chiesto di espungere per non incappare nel no di Giorgio Napolitano. Questa norma, che ridurrebbe di un terzo la prescrizione dei reati la cui pena edittale è inferiore ai 10 anni, non si può proprio infilare in una “riforma”, per quanto sedicente o bugiarda possa essere. Renderebbe ancora più estesa, e dunque insostenibile, la già colossale amnistia che si realizzerà con la modifica del “processo breve”.

L’opinione pubblica non la capirebbe. E il Quirinale, ammesso che possa considerare costituzionalmente legittima l’abbreviazione del processo, sicuramente non firmerebbe anche l’abbreviazione della prescrizione. Meglio soprassedere, per ora. Questo è lo schema. Questo è lo “scambio”. Che riproduce del resto un metodo già collaudato nelle passate legislature: Berlusconi chiede 1000, sapendo che si potrà accontentare di 100. Gli alleati glielo concedono, facendo finta di avergli tolto 900. È così. È sempre stato così. Almeno quando in gioco ci sono le due questioni cruciali, sulle quali il Cavaliere non ha mai ceduto e mai cederà: gli affari e la giustizia.

Certo, a Berlusconi avrebbe fatto più comodo portare a casa l’intero pacchetto. Il “processo breve” porta all’estinzione del processo stesso, e quindi copre il premier sul passato. La “prescrizione breve” porterebbe alla decadenza del reato, e quindi lo coprirebbe anche su eventuali inchieste future. Ma per ora gli conviene accontentarsi. Nulla vieta, magari durante il dibattito parlamentare sul ddl, di ripresentare la norma sulla prescrizione breve con un bell’emendamento intestandolo al solito, apposito peone della maggioranza (come insegna l’esperienza delle precedenti leggi-vergogna varate o tentate del premier, dalla Cirielli alla Nitto Palma, dalla Cirami alla Pittelli). Oppure, perché no, nulla vieta di tradurre subito in legge quello che ormai possiamo chiamare il “Lodo Minzolini”, cioè la reintroduzione dell’immunità parlamentare, avventurosamente ma forse non casualmente suggerita dal (o al) direttore del Tg1 in un editoriale televisivo di due sere fa.

Eccolo, il “paesaggio” di questo drammatico autunno italiano. Ancora una volta, in questo Paese si straccia il contratto sociale e costituzionale, che ci vuole tutti uguali davanti alla legge. Si sospende l’applicazione dello stato di diritto, che ci vuole tutti ugualmente sottoposti alle sue regole. In nome della “volontà di potenza” di un singolo, e di un’idea plebiscitaria e populista della sua fonte di legittimazione: sono stato scelto dagli elettori, dunque i cittadini vogliono che io governi. O in nome della “ragion politica” di un sistema: non c’è altro premier all’infuori di me, dunque io e solo io devo governare.

Questo c’è, oggi, sul piatto della bilancia della nostra democrazia. Lo “stato di eccezione”, appunto. Quello descritto da Carl Schmitt. Che è simbolo dell’autoritarismo poiché sempre lo “decide il sovrano”. Che si presenta “come la forma legale di ciò che non può avere forma legale”. Che è “la risposta immediata del potere ai conflitti interni più estremi”. Che costituisce un “punto di squilibrio fra diritto pubblico e fatto politico”, poiché precipita la democrazia in una “terra di nessuno”.

Se questa è la portata della sfida, occorre che il Pd si mostri all’altezza di saperla raccogliere. Di fronte a questa nuova distorsione della civiltà repubblicana non basta rifugiarsi nella routinaria ripetizione di uno slogan generale al punto da risultare quasi generico. Sì a riforme della giustizia, no a norme salva-processi, sostiene Pierluigi Bersani. Sarebbe ora che il centrosinistra cominciasse a spiegare qual è, se esiste, la “sua” riforma della giustizia. Ma nel far questo, dovrebbe anche spiegare all’opinione pubblica, con tutta la forza responsabile di cui è capace, che quella di Berlusconi non è una riforma fatta per i cittadini, ma solo un’altra emanazione della sua “auctoritas”, che ormai sovrasta ed assorbe la “potestas” dello Stato e del Parlamento.

La partita vera, a questo punto, è più alta e più impegnativa. Si può continuare a tollerare uno “stato di eccezione” sistematicamente decretato da Berlusconi? E il Pd vuol giocare fino in fondo questa partita, mobilitando su di essa la sua gente e sensibilizzando su di essa tutti gli elettori? Scrive Giorgio Agamben che quando “auctoritas” e “potestas” coincidono in una sola persona, e lo stato di eccezione in cui essi si legano diventa la regola, allora “il sistema giuridico-politico diventa una macchina letale”. Il Paese sarebbe ancora in tempo per fermarla, se solo se ne rendesse conto. www.repubblica.it

Massimo Giannini

Italia più povera

11 Novembre 2009 – 13:01

Dall’annuncio di Berlusconi di cancellare l’Irap per le imprese, all’ultima ipotesi di Tremonti di inserire 1,5 miliardi per l’Irap con emendamento alla Finanziaria, corre la distanza tra 37 miliardi, il gettito totale dell’Irap e lo zero, zero. Si va da annunci-bufale a proposte finali slegate dai dati drammatici di famiglie, lavoratori ed imprese. Morandini, responsabile piccole imprese di Confindustria parla di 300.000 PMI e 700.000 posti lavoro a rischio. A parte le cifre, è certo che la fase attuale della crisi è segnata drammaticamente da disoccupazione crescente che colpisce ancor più la domanda interna. Anni di perdita di potere d’acquisto di salari e pensioni hanno prodotto un calo dei consumi con conseguenze drammatiche, sia socialmente, per le famiglie che non arrivano a fine mese, sia economicamente perché i consumi sono i 2/3 del Pil. Vediamo i dati. Negli ultimi 4 anni le vendite al dettaglio a prezzi correnti sono state stazionarie malgrado la crescita della popolazione, mentre i consumi pro-capite reali, cioè a prezzi costanti, si sono addirittura ridotti del 10%. Infatti nel quadriennio 2005-2009 le vendite al dettaglio a prezzi correnti sono state a crescita zero, ma i prezzi al dettaglio sono cresciuti del 7%; in conseguenza i consumi reali (a prezzi costanti) si sono ridotti del 7%.
Poiché la popolazione residente è cresciuta nel quadriennio di 1,6 milioni, da 58,4 a 60 milioni, del 3%, ne consegue che i consumi pro-capite sono calati del 10% (-7% dei consumi reali e +3% della popolazione). Un calo di proporzioni drammatiche, mai visto in tempo di pace né in Italia né in altri paesi europei, dove il trend dei consumi è sempre positivo, anche per i nuovi prodotti-servizi della società della conoscenza, cellulari, TV, computer, più studi e viaggi. Da questi dati consegue la priorità assoluta del tema lavoro e famiglia, con defiscalizzazioni per salari e pensioni, contratti di solidarietà ad orario ridotto per difendere l’occupazione e sostegni alle famiglie per sostenere figli ed anziani. Se l’Italia non s’impegna seriamente a risolvere il doppio problema delle riforme per la libera concorrenza e delle riforme per il lavoro, il bel paese continuerà a crescere la metà dell’Europa, come succede da anni. Tra una politica dell’offerta, Irap, etc. ed una politica della domanda, salari, famiglie, etc. la prorità più drammatica in questo momento riguarda la domanda; senza escludere misure di salvataggio per le imprese, ad es. mettendo un tetto all’Irap almeno per le imprese in difficoltà (Irap azzerato o bloccato al 50% dell’utile precedente per le imprese con bilanci in rosso) senza lanciare bufale di un’impossibile, oggi, azzeramento dei 37 miliardi dell’Irap. www.unita.it

E le ronde dove sono?

4 Novembre 2009 – 17:39

Ronde, chi le ha viste? A circa tre mesi dal decreto Maroni che ha messo in regola “i volontari per la sicurezza”, le richieste di iscrizione alle prefetture locali sono vicine allo zero. Per la precisione sono sei: tre nella provincia di Roma, una a Milano, un’altra a Treviso, l’ultima a Bolzano. Nel resto d’Italia, i rondisti restano invisibili. “Non ci risultano in effetti molte richieste dal territorio”, conferma Giuseppe Forlani, presidente del sindacato dei prefetti, mentre i sindacati di polizia già festeggiano “il flop annunciato”.

Il decreto Maroni, firmato l’8 agosto scorso, mira a regolamentare il fenomeno delle ronde fai da te, prevedendo appositi albi presso le prefetture e rigidi requisiti per gli aspiranti volontari. Come è andata? Se prima del decreto attuativo, una rapida fotografia del territorio nazionale censiva circa 70 ronde attive (17 solo in Lombardia, 10 in Veneto), a quasi tre mesi dall’entrata in vigore delle nuove regole sono soltanto sei le associazioni di “osservatori volontari per la sicurezza” che hanno chiesto il riconoscimento ufficiale a sindaco e prefetto.

In testa c’è Roma: secondo i dati della Commissione sicurezza urbana del comune capitolino sono infatti ben tre le domande giunte per l’iscrizione nell’albo delle ronde. Milano, città degli storici City Angels, si deve invece accontentare di una sola richiesta, quella dell’associazione poliziotti italiani: un gruppo di agenti in congedo che già da un anno presidia le periferie della città e, nelle ore serali, la metropolitana. Una domanda è arrivata a Treviso (dal comune di Oderzo), un’altra a Bolzano, da parte dei Rangers della città. E nel resto del Paese? Zero domande.

“È prematura ogni valutazione - sostiene Giuseppe Forlani, prefetto a La Spezia e presidente dell’Associazione sindacale dei funzionari prefettizi - ma va detto che per ora le richieste dal territorio sono vicine allo zero. Il decreto è nato per regolamentare un fenomeno in corso, tenendo saldo il principio che non ci può essere alcuna sovrapposizione con le funzioni della polizia di Stato”. Forlani conferma che “neppure a La Spezia abbiamo ricevuto richieste di iscrizione negli albi della prefettura, ma c’è ancora tempo e sarà interessante vedere se il decreto riuscirà alla fine a intercettare il fenomeno”. Insomma, il rischio è che molte ronde già attive non chiedano un riconoscimento ufficiale, ma continuino ad agire informalmente sul territorio.

I tecnici del Viminale invitano però a non trarre valutazioni definitive, perché “il regolamento sulle ronde prevede una fase transitoria di sei mesi, fino all’8 febbraio prossimo, che consente alle associazioni di volontariato già esistenti di continuare a svolgere le attività di sorveglianza senza necessità di iscrizione. L’effettivo contributo delle nuove associazioni quindi potrà essere calcolato e giudicato soltanto tra qualche mese”.

Non solo. “Gli osservatori volontari - spiegano dal ministero dell’Interno - non potranno comunque svolgere la loro attività senza aver sostenuto un corso di formazione. Saranno poi i sindaci, ai quali le nuove norme riconoscono poteri di sicurezza urbana, a proporre al prefetto l’impiego delle associazioni che si saranno iscritte negli appositi elenchi”.

“Assistiamo a un flop annunciato”. I sindacati di polizia non hanno però dubbi e non nascondono la loro soddisfazione per il mancato assalto alle prefetture da parte delle aspiranti ronde. “È una buona notizia - sostiene Claudio Giardullo, segretario nazionale della Silp Cgil - ed è la dimostrazione che hanno funzionato i due divieti inseriti nel decreto: nessun finanziamento privato, né collegamento con formazioni politiche. Tentazioni, invece, che sono ben presenti tra gli aspiranti rondisti”. “La Carta costituzionale - osserva Enzo Marco Letizia, segretario nazionale dell’associazione nazionale funzionari di polizia - rispecchia quello che è il sentimento più profondo degli italiani, ovvero che la sicurezza non può che essere affidata allo Stato”. www.repubblica.it 

Una legge per i partiti

2 Novembre 2009 – 13:23

I partiti devono poter tornare a rappresentare in maniera virtuosa le loro origini fondative della Costituzione. Alla luce di questa prospettiva, la Costituzione può essere difesa non soltanto dagli organi di garanzia costituzionale, la Corte costituzionale e il Presidente della Repubblica, ma anche dalle forze associate alle quali la nostra carta fondamentale affida la possibilità di «concorrere alla determinazione della politica nazionale».
Bisogna avere il coraggio di ricordare, come di recente hanno fatto i vescovi italiani, che l’articolo 54 della Costituzione prevede un obbligo di fedeltà alla Repubblica ed una disciplina cogente per coloro cui sono affidate funzioni pubbliche. Tali funzioni devono essere infatti adempiute con «disciplina e onore». Un argine all’assenza di regole può essere costruito rafforzando la prescrittività della Costituzione anche sotto il profilo dell’etica pubblica e costituzionale. In questi anni, troppo a lungo, ci siamo concentrati sulle trasformazioni costituzionali legate alla riforma della legge elettorale. Legge che deve certamente essere cambiata perché favorisce la formazione di un Parlamento di soli nominati e allontana i cittadini dalla possibilità di dialogare direttamente con i propri rappresentanti. Legge, tuttavia, che non è l’unica responsabile della struttura oligarchica dei partiti in Italia.
Per difendere la Costituzione dobbiamo prenderla sul serio partendo dalla applicazione dell’articolo 49 che non ha mai avuto attuazione. Appare ormai ineludibile una legge sui partiti che affronti con determinazione i nodi della partecipazione democratica. Occorre anzitutto incentivare il diritto individuale di determinare le scelte politiche nazionali. I luoghi della formazione delle idee sono ormai molteplici e la legge sui partiti potrebbe incentivare e supportare forme di partecipazione effettiva alle scelte politiche.
Altro tema da affrontare è quello della opacità e della fragilità del sistema di finanziamento dei partiti. Tema da approfondire con serietà, subordinando, con la legge, la possibilità di ottenere finanziamenti pubblici ad un controllo indipendente sulla trasparenza dei bilanci.
Infine, anche la democrazia paritaria è un dovere costituzionale. E dunque anche i rimborsi elettorali potrebbero essere subordinati alla realizzazione di una maggiore presenza femminile in Parlamento. Poche regole, ma essenziali per ritrovare le ragioni fondative della Repubblica. www.unita.it

di Gianmario Demuro, Professore ordinario di Diritto costituzionale nell’Università di Cagliari

Renzi: “Francesco sta sbagliando”

2 Novembre 2009 – 12:25

Intervista su “La Repubblica” del 2 novembre 2009 di Massimo VanniBasta sinistra radicale – Rischio socialismo – Il sindaco di Firenze Renzi boccia la svolta dell´ex capo della Margherita e chiede al neosegretario di uscire dalla “realtà virtuale” L´Ulivo? Vorrei qualcosa di nuovo. Ma per ora mi accontenterei di non ripetere il disastro dell´Unione – Veltroni si intende di socialismo molto più di me. Ma non vedo il rischio di un ritorno indietro FIRENZE – «Francesco sta sbagliando». Il sindaco di Firenze Matteo Renzi non seguirà Rutelli. Lo ha seguito più volte, nella sua fulminante carriera politica che lo ha portato sulla poltrona più alta di Firenze a soli 34 anni, dopo aver sorpreso tutti vincendo le primarie. Questa volta, però, non lo farà. Resterà con Bersani. Anche se, confessa, «non l´ho votato».Sindaco Renzi, turbato dalla scelta di Rutelli?
«Mi spiace che Francesco se ne vada. Mi spiace personalmente e politicamente. Capisco il suo stato d´animo ma credo stia sbagliando. Dice che il Pd non è mai nato e ha ragione se guardo il dibattito attuale dei dirigenti: si fanno quotidianamente le pulci, a colpi di agenzia, l´un contro l´altro. Ma tra la gente il Pd c´è, c´è molto di più di quanto noi pensiamo e non sono solo le primarie a costituirlo. È l´idea che si possa uscire dal berlusconismo, non per una vicenda giudiziaria ma per una scelta politica e culturale».
Lei, però, non ha votato Bersani.
«Io non l´ho votato ma adesso è il mio segretario. Spero che accolga la sfida del coraggio. E prenda atto che una stagione è finita».
Si riconosce nel suo progetto?
«Spero che abbia il coraggio di non accontentare tutti. E che esca dal corto circuito dei politici che vivono una realtà virtuale. Non prendiamoci in giro: grazie agli accordicchi tra correnti, abbiamo parlamentari che sono stati nominati. Ma le pare possibile che il Pd, il partito che ha fatto le doppie primarie per il segretario, quando si è trattato di scegliere i parlamentari si è inventato la scusa del “non abbiamo tempo”? Le pare possibile che ci sia gente in Parlamento che non riuscirebbe a farsi eleggere neppure nel consiglio della bocciofila? È ovvio poi che sul territorio ci siano solo gli amministratori»
Veltroni teme un ritorno al socialismo.
«Veltroni s´intende di socialismo molto più di me. Ma non vedo questo rischio. Bisogna capire se Bersani ha voglia o no di scommettere su un gruppo dirigente dove ci sia spazio per chi vuole rivendicare il futuro e non solo rimpiangere il passato. C´è un sacco di gente in giro per l´Italia che aspetta di essere coinvolta».
Lei fra queste?
«No. Io faccio il Sindaco di Firenze. Che per me è la cosa più bella del mondo».
E quale partito si aspetta dal nuovo segretario?
«Un partito che pensi al vertice sul clima di Copenaghen come alla più grande sfida del 2009. Che provi a migliorare la qualità della pubblica amministrazione senza bisogno di farsi dettare la linea e l´agenda dal compagno Brunetta. Che parli di lavoro senza i soliti schermi di un sindacato spesso autoreferenziale. Che pensi un po´ meno a concertare e incroci le persone vere, quelle in carne e ossa. Quelle che non si iscrivono più ai partiti e ai sindacati ma hanno voglia di dare una mano lo stesso».
Teme che con Bersani i cattolici abbiano poco spazio?
«Sono cattolico e penso che essere credente sia un valore, non un handicap. Ma bisogna farla finita di chiamare i cattolici solo quando c´è una storia scabrosa di sesso o quando si tratta di discutere dell´eutanasia o della procreazione assistita».
Anche lei vuole tornare all´Ulivo?
«Più che tornare, vorrei andare verso qualcosa di nuovo. Ma per ora mi accontenterei di non ripetere il disastro dell´Unione. Bene fare gli accordi, ma non dimentichiamo che oggi dovevamo essere nel quarto anno del Governo Prodi: se alla guida del Paese ci sono Berlusconi e soci, il merito è tutto dei nostri litigi. Noi a Firenze abbiamo rinunciato alla sinistra radicale: siamo andati al ballottaggio, ma adesso governiamo senza ricatti. La fase in cui i veti contavano più dei voti è finita. Sono certo che Bersani non vorrà riniziare da dove abbiamo fallito».

Ecco la sicurezza promessa da Berlusconi

31 Ottobre 2009 – 12:25

 

Gli interventi del Governo taglio per taglio: 

1 MILIARDO I tagli alla polizia previsti dalla Finanziaria 2009-2011 

9.000 Il disavanzo in organico tra le forze che operano attualmente sul territorio e il numero previsto. 

6.000 La riduzione del numero degli agenti di pubblica sicurezza prevista per i prossimi cinque anni. 

40.000 La riduzione degli organici di Polizia, Carabinieri e Guardia di Finanza fra cinque anni. 

3 MILIARDI A tanto ammonta il taglio nel comparto sicurezza-difesa nel triennio 2009-2011. 

85% La riduzione per gli armamenti della Polizia prevista per l’anno in corso. 

25.000 Il monte ore ancora non pagato agli agenti di Palermo per le operazioni che nell’aprile 2006 portarono all’arresto di Bernardo Provenzano 

106.000 è l’organico complessivo della Polizia di Stato nell’anno in corso per tutta l’Italia

La generazione perduta

31 Ottobre 2009 – 12:21

C’è collera e disincanto. Avvilimento e indignazione. Nelle ottocento email spedite dai giovani, in poco meno di quarantotto ore, a Repubblica.it, si sovrappongono parole rabbiose e spietate analisi. I ragazzi che sono stati mandati a casa con la crisi, sono mortificati per il lavoro che non c’è. Pentiti del tempo e della dedizione riservata agli studi. Arrabbiati per l’assenza di meritocrazia che li tiene ancora fuori da tutto.

Nelle testimonianze arrivate da ogni parte d’Italia ci sono le peripezie quotidiane di quelli ingabbiati nella “trappola dello stage” e il disappunto degli eterni precari appesi alle promesse di un datore di lavoro. Ci sono i docenti e i ricercatori senza alcuna certezza. Ma anche i giovani avvocati e gli architetti che lavorano a “euro zero”. I piccoli imprenditori alle prese con affari che vanno in malora. Ci sono quelli che il lavoro non lo hanno mai trovato. C’è chi è partito. E chi non sa più cosa fare.

Il lavoro perduto. Da Ascoli Piceno un ventottenne, che fino a poco tempo fa aveva un contratto a tempo indeterminato, ha spedito quello che sembra un epitaffio o una poesia bruciante di Toti Scialoja: “L’azienda ha chiuso. Sono rimasto a casa.” Ogni altra parola sarebbe di troppo. Una ragazza della provincia di Venezia invece il posto c’e l’ha ancora. Ma sa che non durerà. “Sono assistente sociale - racconta la ventisettenne con un contratto a tempo -, lavoro con una cooperativa che mi paga molto meno delle mie colleghe di pari grado. Ora l’amministrazione comunale sta ‘ridisegnando l’organico’: cioè sta per eliminare il mio posto. A volte non dormo di notte. Tra poco sarò di nuovo a spasso”.
In questo labirinto senza via d’uscita, ci sono molti che accettano di ridursi le mansioni. Si fa anche questo per cominciare a vivere e non rimanere senza niente in mano a fine mese. Da Roma arriva una storia esemplare: “Laureato in giurisprudenza - scrive il nostro lettore - dopo tante collaborazioni a progetto, nel 2007 ho deciso di dequalificarmi spinto dal desiderio di creare qualcosa con la mia compagna. Ho accettato un posto da operaio messo a disposizione da un’agenzia per il lavoro presso una multinazionale”. Ma purtroppo non è bastato neppure questo. “A giugno scorso l’azienda ha deciso che insieme ad altri novanta colleghi non era più necessaria la mia collaborazione lasciandomi a casa”.

Il posto mai trovato. Ma molti un lavoro non l’hanno mai. Da Torino una ragazza scrive: “Sono diplomata in lingue da un anno. Dicevano che era un buon settore per l’impiego. Girando per le varie agenzie della mia città ho scoperto che non era così. Tutti mi chiedono se ho esperienze lavorative e, sentendo la mia risposta negativa, mi guardano con aria scocciata come se in realtà stessi chiedendo l’elemosina”. Da Varese una ragazza di venticinque anni confessa la delusione per l’inutilità della laurea. Ha trovato solo qualche lavoretto pagato “250 euro al mese per fare la pendolare da Varese a Milano. Dopo sette mesi speri in qualcosa di meglio. E lo chiedi. Come risposta ti ritrovi senza niente. Niente di niente. La banca mi ha comunicato che il mio conto è a secco. Vivo di ‘paghette’”.

Troppi stage. Chi riesce a fare il primo passo è costretto ad accettare gli effimeri “surrogati” dell’assunzione. I tirocini soprattutto. Percorsi che difficilmente conducono al lavoro “stabile”. Un ventisettenne di Padova racconta: “Dopo una laurea e un master sono caduto nel vortice degli stage. Prima in un’agenzia a Roma ed ora in un ufficio a Milano. Non ci sono prospettive di assunzione di alcun tipo. Non vi è un rimborso spese, non ci sono neppure i buoni pasto”. Ma non basta. Il problema, dice il lettore, è che “molto spesso arrivo in ufficio e non mi viene assegnato neppure un compito in tutto il giorno. Non imparo. Perdo tempo.”

Professionisti e imprenditori. In questo grande arcipelago della generazione a cui vengono concesse poche chance e nessuna prospettiva non ci sono solo le figure (addetti di call center o precari della scuola) che abbiamo imparato a conoscere. Una trentaduenne pugliese scrive: “Sono laureata in giurisprudenza, non vorrei fare l’avvocato ma non ho altra scelta. Sono sette anni che lavoro presso avvocati. Gratis o quasi perché la condizione dei praticanti e neo avvocati è di dipendenti a tempo pieno senza diritti. Se ti ammali o sei in maternità, sei finita.”

A scrivere sono anche quelli che tentano la via della piccola imprenditoria. Da Milano arriva la lettera di un 34enne. “Avevo una mia piccola attività d’erboristeria. Ho deciso di fidarmi di un caro amico. Abbiamo costituito una nuova società. Avevamo un nuovo negozio più grande, c’era l’entusiasmo, la gioia per qualcosa che cresceva e che poteva dare di più. E’ trascorso un anno da quell’inizio ed oggi mi ritrovo senza più nulla.” Anche a Napoli succede qualcosa di simile: “Disperato, dopo ennesimi mesi di ricerca di lavoro completamente vana, ho tentato l’ultima carta: mettere su un’attività, un piccolo negozio. Con un prestito familiare, ovviamente. Però l’attività non produce altro che debiti. Fra pochi mesi dovrò chiudere”.

Lontani da casa. Più della metà di chi ci ha scritto, ha lasciato il posto dove è nato. Il 15 per cento è partito dalla città d’origine. Il 23 per cento ha cambiato regione. A partire sono quasi sempre loro. Quelli che dal Sud vanno al Nord. Qualcuno ha fatto più di 400 chilometri. Altri anche il doppio. Spesso senza ottenere nulla in cambio. Una laureata in ingegneria si è trasferita da Agrigento a Novara, in quello che lei definisce “il ricco Nord. Mi sono ben inserita come precaria. Fino al giugno 2009. Poi la catastrofe. Da un giorno all’altro senza lavoro, a inseguire il titolare per farmi dare quello che mi spetta per progetti fatti ma che non vuole pagare”. Un trentunenne racconta, con rabbia, di avere lasciato la Calabria per Milano: “Mi sono laureato in ingegneria credendo di potere trovare un lavoro in modo più semplice. Non è stato così. Lavoro in una società dello Stato che mi sfrutta come un cane”. Un ragazzo sardo di ventinove anni scrive: “Sono un giovane che, dopo la laurea, ha deciso di lasciare il Sud per salire a Milano, in cerca di fortuna. Non è che ne abbia trovata molta: contratti a tempo determinato (ho avuto anche un contratto di 1 settimana!!!), zero gratifiche lavorative, zero possibilità di carriera. A fine anno mi scade il contratto. Penso proprio che lascerò l’Italia.” Ciascuna parola, scritta da questi ragazzi, chiama in causa un’intera classe politica e un sistema economico che sembra averli dimenticati, prima ancora di averli traditi.

Belpaese addio. Il 17 per cento delle testimonianze è di chi è andato via dall’Italia per riuscire ad avere un’occasione. Molti sono soddisfatti di averlo fatto. Come risulta evidente dal telegrafico messaggio che arriva dall’Austria. “Trasferito a Vienna. Felicissimo, occupato e per nulla nostalgico”. Da Siracusa è partita anche una ragazza con laurea e master in nuove tecnologie perché “l’impiegata di un’agenzia interinale del nord mi offrì un posto come commessa in un negozio di alimentari. Così decisi che all’Italia avevo dato l’ultima possibilità e me ne andai all’estero”. Dice di parlare correntemente quattro lingue e di avere vinto, “un concorso pubblico non italiano, per il quale ha davvero contato solo il merito” e di avere “un salario più che decente. Oggi guardavo il mio profilo su Linkedin e mi sono accorta che ho scritto il mio cv in inglese, francese e spagnolo e non in italiano…”.

Ma c’è anche chi, pure al di là dei confini nazionali, non ha trovato alcun Eldorado. Dal Regno Unito un ragazzo napoletano racconta che all’estero le cose non vanno affatto bene. “Vivo in Inghilterra da più di cinque anni e ho sempre lavorato in ruoli da impiegato per grosse aziende. In cinque anni ho registrato tre redundacies, ovvero licenziamenti per motivi di trasferimento del business. L’ultima a marzo 2009. Adesso ho cominciato a lavorare con un rimborso di appena 100 sterline a settimana. Loro la chiamano probation (prova), io sfruttamento”.

La fatica e il sogno. Infine a chi è ancora convinto, in buona o cattiva fede, che alle nuove generazioni manchi la forza per rimboccarsi davvero le mani, sembra rispondere Angelo, 32 anni da Brindisi: “Ho cominciato a lavorare da bambino nella piccola officina meccanica di mio padre. Mi sono diplomato come tecnico delle industrie e ho assolto la leva militare. Studiavo ancora quando ho preso un patentino come conduttore di caldaie a vapore che mi ha permesso di cominciare a lavorare. Ho iniziato con un lavoro stagionale. Dopo una stagione ero nuovamente disoccupato. Da allora è cominciata la mia storia di precario. Da quel momento ho fatto, in nero e non, il caldaista civile, l’operatore macchine utensili, il falegname, il carpentiere, il muratore, il pescivendolo, lo chef, il rappresentante, il letturista di contatori, l’agricoltore, il tubista…” e proprio alla fine, quando l’elenco sembra non finire mai, sintetizza in poche parole tutta l’essenza problematica di una generazione a cui la società non sembra offrire alcuna vera opportunità: “Ormai ho imparato a vivere della giornata e quel sogno del posto fisso, beh… mi sono reso conto che è davvero un sogno”. www.repubblica.it

Napolitano: “Rispettare pluralismo tv distingue democrazia da dispotismo”

16 Ottobre 2009 – 14:50

Gli attacchi a Napolitano da parte di Berlusconi sono gravissimi, ma in questo paese sembra che la società civile sia morta. Speriamo che dopo le Primarie il Pd si rimetta in sesto per impedire la deriva plebiscitaria della nostra democrazia. 

Rispettare l’insostituibile valore del pluralismo nella stampa e nella tv, in particolare quella pubblica. È l’invito lanciato dal presidente Giorgio Napolitano, in occasione della Giornata dell’informazione celebrata al Quirinale con promotori e vincitori dei premi giornalistici che hanno ottenuto l’adesione della presidenza della Repubblica. Il capo dello Stato ribadisce «il carattere discriminante che l’esistenza di una stampa e di una informazione pluralistiche e libere assume, per distinguere la democrazia dal dispotismo».Napolitano ha sottolineato che la libertà d’espressione e il suo uso richiedono analisi e proposte in sede europea, invitando i giornalisti a non sottovalutare i limiti e le responsabilità del proprio lavoro. Il presidente spiega che «i giornalisti vivono oggi tempi difficili in Italia e nel mondo occidentale, per effetto di accelerate trasformazioni tecnologiche, di ricadute della crisi finanziaria economica globale e di processi più a lungo termine di ristrutturazione del potere economico anche in campo editoriale».Il capo dello Stato ha parlato anche del reato di vilipendio, auspicandone l’abolizione. Napolitano ha invitato chiunque abbia titolo per esercitare l’iniziativa legislativa a proporre l’abrogazione dell’art. 278 del Codice penale. Il presidente fa questa «postilla telegrafica», come la definisce, alla fine del suo discorso per la cerimonia al Quirinale per la Giornata nazionale dell’informazione. «Giudichino i cittadini che cosa è libertà di critica e che cosa non lo è nei confronti delle istituzioni - ha concluso -, che dovrebbero essere tenute fuori dalla mischia politica e mediatica». Il riferimento al vilipendio è di stretta attualità dopo che la Procura di Roma ha aperto un fascicolo a carico del leader dell’Idv, Antonio Di Pietro, e del direttore di Libero Maurizio Belpietro. Il presidente della Repubblica ha ricordato che il vilipendio «non è stato toccato dalla riforma dei reati di opinione di pochi anni fa».Infine Napolitano ha invocato «senso della misura», per se stesso e in maniera implicita anche per gli altri attori della politica e delle istituzioni. «A conclusione di una settimana incredibilmente densa, che mi ha visto impegnato in più occasioni di intervento pubblico - ha detto -, non mi soffermo, anche per senso della misura, su temi generali di carattere politico-istituzionale». www.corriere.it

Linee di mandato della Giunta imolese

5 Ottobre 2009 – 18:20

Presidente, Consiglieri, siamo oggi in quest’aula per fare il punto sull’attuazione del programma di mandato in base al quale siamo stati eletti nell’aprile del 2008.
Ritengo doveroso collocare la discussione nel difficile contesto che stiamo attraversando.
Il contesto generale
Da un anno siamo alle prese con una crisi economica globale, con ricadute pesanti sul nostro tessuto economico e sociale e sulla nostra città. Noi non l’abbiamo mai negato, a differenza di chi ha detto dall’inizio che la crisi non c’era, predicando ottimismo, parlando continuamente di “crisi alle spalle” e di “Italia che sta meglio degli altri”, negando problemi strutturali.
La crisi c’è e produce ripercussioni anche nella nostra città: centinaia di contratti a termine non rinnovati, che lasciano le persone, soprattutto giovani, a reddito zero, cassa integrazione in crescita.
Noi abbiamo scelto di assumerci le nostre responsabilità per limitare gli effetti della crisi, per gettare le basi per un rilancio solido e duraturo del sistema imprenditoriale, per ridurre le ripercussioni sociali, per contrastare ogni tipo di solitudine, per sostenere la ricerca e il sapere. Diciamo no, invece, a proposte come quella dello scudo fiscale: una misura populista, che abbassa il livello di legalità e produce benefici soltanto per i “soliti noti”.
Abbiamo affrontato le crisi aziendali – Haworth e Cnh innanzitutto – secondo i nostri valori, rifiutando l’idea che la congiuntura economica negativa si debba affrontare chiudendo aziende, bensì promuovendo l’uso degli ammortizzatori sociali per il sostegno del reddito e ricercando la competitività attraverso un nuovo progetto industriale.
Per Haworth siamo in ricerca di una intesa definitiva, per Cnh abbiamo ottenuto l’accordo al Ministero del Lavoro, con il ritiro della procedura unilaterale mirata alla chiusura dello stabilimento, l’apertura del tavolo al Ministero del Lavoro sugli ammortizzatori sociali e un secondo tavolo al Ministero dello Sviluppo economico per la reindustrializzazione dell’area. Abbiamo ritenuto utile l’impegno delle istituzioni, contro le procedure unilaterali delle multinazionali e dei grandi gruppi e per non scaricare tutti gli oneri sui lavoratori. Questo non è un dettaglio, non è propaganda: sono i risultati di una strategia, la realizzazione dei nostri valori.
La priorità: prevenire nuove forme di povertà - Cosa ha fatto il sistema Regione-Enti locali
Come dicevo prima, abbiamo scelto di affrontare la crisi con misure concrete e non da soli, bensì all’interno di un progetto avviato dalla Regione, con l’obiettivo di: prevenire nuove forme di povertà ed emarginazione sociale attraverso il sostegno economico di chi, per mancato rinnovo del contratto a tempo determinato o per cassa integrazione, si trova in difficoltà.La Regione Emilia-Romagna si è fatta promotrice di un patto contro la crisi, articolato nei seguenti punti: 520 milioni di euro per tutelare i lavoratori e la capacità produttiva delle imprese, scongiurando il ricorso a licenziamenti; accordo da un miliardo con le banche per soddisfare il bisogno di credito delle aziende: per pagare gli stipendi e per fare investimenti; trasferimento di 420 milioni alle Aziende sanitarie per accorciare i tempi di pagamento alle imprese che forniscono beni e servizi alla sanità regionale; investimento da 155 milioni per finanziare la ricerca e l’innovazione tecnologica destinate alla produzione; stanziamento di 114 milioni per qualificare e rafforzare le competenze delle persone occupate e disoccupate, con un’attenzione particolare ai giovani e alla formazione, perché il sapere è un investimento fondamentale, non un costo; rafforzamento della rete dei servizi, portando a 411 milioni il fondo per le persone non autosufficienti e prevedendo ulteriori 6 milioni per nuovi aiuti alle famiglie in difficoltà; esonero dal pagamento del ticket su visite ed esami chi è disoccupato o in cassa integrazione.Il Circondario di Imola ha a sua volta promosso la conclusione di un accordo con il sistema del credito, con la partecipazione di organizzazioni sindacali e associazioni imprenditoriali, per anticipare la cassa integrazione, sostenere i redditi delle famiglie, agevolare gli investimenti delle imprese. Chi ha partecipato a quell’accordo dica se ci sono elementi di debolezza: è chiaro che per alcune aziende, meno capitalizzate, le coperture di garanzia sono basse e dunque per qualcuno l’accordo funziona, per altri no. Ma dobbiamo continuare a lavorare, perché questo accordo, che mette a disposizione 30 milioni di euro, è l’unico strumento che abbiamo, insieme ai Consorzi fidi, per sostenere le imprese. Lo abbiamo sottoscritto tutti insieme, prestiamogli attenzione piuttosto che denunciare gli elementi critici, un po’ di strada devono farla anche le piccole e medie imprese, a cominciare dalla riorganizzazione delle filiere produttive. Il Comune di Imola ha fatto la scelta di andare incontro ai nuclei alle prese con difficoltà di reddito intervenute in corso d’anno, introducendo l’Isee speciale, che ha consentito di ricalibrare le tariffe al reddito effettivo 2009, allargando l’area delle famiglie beneficiarie di agevolazioni. Non meno importanti le politiche per la casa, portate avanti sia a livello circondariale sia a livello comunale, insieme all’Acer, con l’intento di avviare un programma che prevede la ristrutturazione di 241 alloggi, di cui 129 già entro la fine dell’anno, da assegnare alle persone in graduatoria. A questo affiancheremo il nuovo regolamento, a testimonianza di un grande impegno sul tema casa. Il sistema Regione, Circondario, Enti locali ha dunque lavorato su queste precise priorità: mantenere alta la qualità dei servizi, non lasciare le persone sole.
Ho sentito parlare dai banchi dell’opposizione di “buco” e di “fallimento” dell’Asp. Noi non la pensiamo così, noi consideriamo gli investimenti sul sociale strategici per il futuro della nostra città, per tenere coesa la comunità e prevenire aree di povertà: questo per noi è il welfare universale. E’ evidente che in momenti di crisi le tensioni finiscano per scaricarsi sul sistema dei servizi alla persona e per questo abbiamo bisogno di una spesa sociale adeguata, che passa anche attraverso una maggiore partecipazione ai costi dei servizi da parte di chi può, in una visione che è opposta a quella dello scudo fiscale. Al contrario di chi introduce elementi di illegalità, noi intendiamo perseguire l’evasione fiscale, far emergere il sommerso: questa è la grande differenza tra destra e sinistra. Al contrario di chi vuole chiudersi, noi diciamo che non siamo d’accordo a scaricare ogni responsabilità sull’immigrazione, bensì proponiamo una via diversa: più servizi, più politiche pubbliche. In questo contesto si inserisce anche il sistema socio-sanitario: dobbiamo definire meglio le specificità della nostra Azienda Usl, che deve lavorare sull’integrazione tra i dipartimenti, sulla riduzione delle liste d’attesa e scegliere un dimensionamento corretto, commisurato alla sua grandezza. Per questo abbiamo espresso apprezzamento per il lavoro fin qui svolto, ma adesso, con la nuova direttrice generale, si apre una fase nuova, per progettare i contenuti, ora che i contenitori sono a posto, perché questi sono i nostri valori di riferimento, noi vogliamo investire sulla sanità, non stiamo con il Governo che straccia il Patto per la Salute di Prodi pensando di fare un nuovo Patto con meno risorse.
La nostra città, dunque, ha le risorse umane e imprenditoriali per affrontare e superare questa crisi e per uscirne più forte di prima.Ha un tessuto economico fortemente capitalizzato, con le grandi cooperative e le imprese a capitale privato che hanno investito sulla capitalizzazione delle stesse e non sulla finanza, internazionalizzandosi e differenziando le produzioni per mantenere alto il livello di competitività, che hanno mantenuto un legame forte, sia in termini di profilo industriale che di risorse umane, con il territorio. Pensiamo a quale differenza tra il contratto di solidarietà di una grande cooperativa e la chiusura unilaterale di uno stabilimento. Non è una cosa secondaria: attenzione, perché nel nostro paese si stanno abbassando i valori etici dell’impresa, mentre noi vogliamo uno sviluppo basato su valori diversi.La partecipazione dei cittadini
Il Comune non si muove in solitudine. Mi sembra anzi doveroso, in questa sede, sottolineare quanto sia importante, per affrontare con più efficacia le difficoltà di questa complessa congiuntura economica, contare su una rete di enti, associazioni, volontariato, solida e robusta. Penso all’attività preziosa della Caritas, alla Croce Rossa, al Banco Alimentare e a tutti quei centri di sostegno e di aiuto che fanno parte integrante della nostra comunità. Li ringrazio, perché questo fa una città che non vuole avere periferie, che non vuole collocare il disagio in un’area emarginata.
La coesione è un elemento fondamentale proprio nei momenti di difficoltà e serve la partecipazione dei cittadini.
Per questo è nata Imolattiva, il progetto che abbiamo elaborato con le associazioni di volontariato per trasmettere ai cittadini un importante messaggio culturale, di legalità, di sicurezza, di partecipazione, non di silenzio ma di spazi riempiti, per un nuovo modello di comunità.
Obiettivi raggiunti
In questo anno e mezzo abbiamo completato opere strategiche avviate nel precedente mandato:
-         il completamento del primo lotto della viabilità nord-sud, mentre ora stiamo lavorando al primo stralcio del secondo lotto;
-         inaugurazione scuola media Pedagna;
-         inaugurazione nuovo Dea;
-         inaugurazione della Casa Alzheimer, che ora stiamo gestendo;
-         piazza Matteotti (mettendo fine ad un cantiere infinito);
-         centrale Hera, che garantirà l’autosufficienza energetica e ciò servirà per attrarre nuove aziende, promuovere uno sviluppo diverso, teso verso la green economy, oltre che per continuare gli investimenti nel campo del teleriscaldamento;
-         il rilancio dell’autodromo.
L’Autodromo e centro città
A proposito dell’autodromo, chi ci criticava, portando anche cartelli in consiglio comunale, ammetta almeno di avere sbagliato. Con il mese di settembre, con il Crame, la WTCC, la Superbike, abbiamo superato le ricadute economiche sul sistema ricettivo, economico e alberghiero del weekend della Formula Uno. Dunque abbiamo riacceso i riflettori internazionali su Imola, riportando il terzo evento mondiale nel campo delle auto e moto, senza deficit e a costi sostenibili.
Inoltre, abbiamo dimostrato che l’autodromo può avere ricadute anche sul centro città. E’ stata sufficiente, poi, la festa della Ducati in piazza, con la premiazione del grande Troy Bayliss, per legare strettamente gli eventi motoristici ad una piazza cittadina straordinariamente piena di gente. Questo risultato ha una valenza enorme, perché il centro di Imola ha grandi potenzialità e quindi respingiamo le illazioni di chi alimenta contrapposizioni tra il cuore e la periferia, tra il centro commerciale naturale e la grande distribuzione. Il sistema Imola ha grandi potenzialità.
Siamo soddisfatti, dunque, di quanto fatto in questo primo anno e mezzo di mandato.
Equilibri di bilancio
Ora, è chiaro, si apre una fase impegnativa legata alla gestione delle risorse, che inevitabilmente impatta con la crisi economica, in particolar modo quella del settore edilizio, producendo ripercussioni sul bilancio. Basti pensare che gli oneri di urbanizzazione sono dimezzati in tre anni. Dunque si rende necessario riorganizzare la spesa, ma non chi parla di buchi non dice il vero: gli equilibri di bilancio certificano proprio che non esistono disavanzi nei conti del Comune.
Ora, è chiaro, si apre una fase impegnativa legata alla , che inevitabilmente impatta con la crisi economica, in particolar modo quella del settore edilizio, producendo ripercussioni sul bilancio. Basti pensare che gli oneri di urbanizzazione sono dimezzati in tre anni. Dunque si rende necessario riorganizzare la spesa, ma non chi parla di buchi non dice il vero: gli equilibri di bilancio certificano proprio che non esistono disavanzi nei conti del Comune. Altissima qualità dei servizi, bassa pressione fiscale
E’ opportuno partire da una fotografia di quello che noi siamo e di quello che abbiamo: un’alta qualità dei nostri servizi e una pressione fiscale bassa.
Partendo da quest’ultima, mi pare che un esempio possa servire a dimostrare che differenza ci sia ad essere lavoratore dipendente a Imola, dove l’addizionale Irpef applicata è dello 0,2%, rispetto a Bologna, dove si sale allo 0,7%. Prendendo a modello un lavoratore che dichiara un imponibile di 16mila euro, a Imola il prelievo per l’addizionale comunale è di 32 euro contro i 112 che si pagano a Bologna. Abbiamo l’aliquota più bassa rispetto a tutte le altre città della regione.

COMUNE ALIQUOTA
   
BOLOGNA 0,7
SAN LAZZARO 0,55
FERRARA 0,5
FORLI’ 0,49
CESENA 0,4
MODENA 0,5
CARPI 0,5
PARMA 0,4
PIACENZA 0,52
RAVENNA 0,6
LUGO 0,8
REGGIO EMILIA 0,5
RIMINI 0,3
SASSUOLO 0,45
FAENZA 0,5

Anche per le imprese, come dimostrano i dati di uno studio compiuto da Unindustria, possiamo parlare di bassa pressione fiscale: l’aliquota Ici è invariata da anni (6,9 per mille); il passaggio da tassa a tariffa, che abbiamo compiuto da tempo a differenza di molti altri Comuni, garantisce ad un’azienda di 1000 metri quadrati di pagare mille euro di tariffa rifiuti mentre chi ha la tassa ne paga 4.000; Imola non applica l’imposta sui passi carrai, mentre Bologna l’ha reintrodotta.
Quanto alla qualità dei servizi, partendo dagli asili nido, con l’attivazione del Nido di Cornelia diamo risposta al 100% delle domande, coprendo il 40% dei nati (1.800), il doppio della media regionale (20%) e oltre quattro volte quella nazionale (9%).
E’ inevitabile, in questo quadro, la necessità di analizzare ogni voce di bilancio, per ciascun settore, al fine di individuare tutti i possibili contenimenti di spese non produttive.
Indico tre scelte strutturali sulle quali lavoreremo, tenendo conto del blocco delle addizionali Irpef (ogni punto percentuale rappresenta un milione di euro di entrate per il Comune di Imola).
1)    Contenere i costi non produttivi
Sul personale, che è una risorsa fondamentale per garantire servizi ai cittadini, intraprenderemo un’operazione non certo di licenziamenti, bensì di percorsi di integrazione, che abbattano i compartimenti stagni, aumentando la flessibilità fra settori e la formazione dei dipendenti;
2)    Introdurre maggiori elementi di equità nel sistema tariffario
Opereremo per aumentare la partecipazione ai costi dei servizi per i redditi più alti, per aumentare l’equità. E’ una scelta che abbiamo compiuto già quest’anno e che sarà uno degli elementi del Bilancio 2010;
3)    Compiere un’operazione straordinaria sui contenitori immobiliari del Comune, attraverso un programma di vendite e affitti.
Quanto agli investimenti, non è vero che non completeremo l’attraversamento nord-sud e non realizzeremo il secondo ponte sul Santerno, che restano nostri obiettivi, è vero che riteniamo opportuno non ricorrere a nuovi mutui, che comportino nuovi oneri per i cittadini, ma riteniamo più lungimirante lavorare reperire risorse nell’ambito di un accordo con la Regione e con la Società Autostrade. Contiamo, tuttavia, sul fatto che il Governo riveda il patto di stabilità, perché non possiamo permetterci, pur avendo soldi in cassa, di non effettuare i pagamenti dovuti alle imprese. Stiamo, anzi, già percorrendo strade diverse per onorare gli impegni, anche attraverso il factoring (cessione dei crediti), per introdurre nella crisi misure a sostegno delle imprese.
Conclusioni
In questo anno e mezzo, abbiamo affrontato passaggi importanti, strategici, raggiungendo risultati non scontati. Voglio sottolineare la compattezza in maggioranza, che ci ha consentito di lavorare bene e che dà maggiore valore al cammino compiuto: desidero dare atto a tutte le forze politiche di governo per questi obiettivi raggiunti per i cittadini e per il futuro della nostra città.

Perché sostengo Bersani

3 Ottobre 2009 – 09:18

Sostengo Pierluigi Bersani per diverse ragioni. Innanzitutto voglio dire che trovo salutare per il Pd che il percorso congressuale, ormai entrato nel vivo, abbia portato ad un confronto e una discussione politica nei Circoli. Ce n’era bisogno. Dopo la sconfitta del 2008 e quella alle elezioni europee di quest’anno non si era avviata una discussione seria all’interno del partito. Nel febbraio scorso scrissi alcune riflessioni sui riformisti, pubblicate dal Sabato Sera, una delle quali riguardava proprio la necessità di avere più coraggio nelle scelte e nella definizione della linea politica. Sono convinto che Bersani abbia avuto coraggio nel presentare la sua candidatura, perché, per disegnare un partito popolare come ormai da tempo afferma di volere fare, serve molto coraggio. Il Partito Democratico che vuole Bersani è una forza  che non si limita a fotografare la società seguendone l’evoluzione da bordo campo, come purtroppo i partiti italiani fanno ormai da alcuni decenni, ma intende dare una direzione precisa, semplicemente perché nella società ci vive.

La sinistra italiana, i riformisti, per tornare politicamente importanti, hanno bisogno di costruire un partito che sia davvero tale, che abbia Circoli e organismi dirigenti che ne organizzino l’attività non solo in occasione delle campagne elettorali, ma tutto l’anno; circoli nei luoghi di lavoro che siano in grado di costruire iniziativa politica proprio dove ora ce n’è più bisogno; classi dirigenti preparate perché hanno fatto la “gavetta” nelle istituzioni locali; frequenti momenti di discussione, aperti sia agli iscritti che ai cittadini che vogliano parteciparvi. Per fare tutto ciò ci vuole coraggio, perché richiede uno sforzo politico e organizzativo straordinario. Sarebbe più semplice seguire la strada che Veltroni aveva intrapreso: avere un partito del leader che, di tanto in tanto, ottiene l’investitura popolare con il voto degli elettori. Per vincere abbiamo bisogno invece di un Partito che possa sopravvivere ai propri leaders, che abbia una identità forte e che costruisca una nuova cultura politica dei riformisti maggioritaria nel Paese.

Per battere la destra c’è bisogno di un Pd che sappia dove vuole andare, non di un Pd che prima di parlare si chiede se quello che dirà potrà scontentare qualcuno. Una identità forte non significa un recinto più stretto nel quale stare, ma, al contrario, un bagaglio di cultura politica più incisivo per allargare il consenso nella società. Non è vero nemmeno che in questo modo si fa morire il pluralismo interno, di cui il Pd è inscindibilmente figlio. Affermo ciò perché se davvero vogliamo rafforzare il Pd, dobbiamo fare sintesi nelle idee e non farci scudo di indentità ormai superate. La mia generazione e quelle ancora più giovani danno per scontata l’identità plurale del Pd e non se ne preoccupano. Non abbiamo paura di vivere un partito plurale. Non mi appassiona neanche la polemica sulle primarie. Pensiamo davvero che, chiunque vinca, il Pd possa abbandonare questa esperienza? Credo davvero che questo non possa avvenire.

Non è vero che l’elettore sia spaventato da un partito organizzato, radicato e con idee chiare. Abbandoniamo anche la contrapposizione tra iscritti ed elettori, perché senza iscritti non esiste un partito vero e perché senza elettori il partito muore. Abbiamo bisogno di centinaia di migliaia di iscritti perché non è vero che senza iscritti si evitano i potentati e le signorie locali, al contrario, si radica l’idea di un Partito comandato solo da coloro che se lo possono permettere. La migliore garanzia per dare la possibilità a tutti di partecipare attivamente all’attività del partito è la presenza di Circoli aperti, iscritti regolarmente registrati, feste per l’autofinanziamento trasparente e organismi dirigenti in cui si discute veramente. Il Paese è in difficoltà. Questo sarebbe il momento di portare avanti un’opposizione decisa, ma il partito oggi fatica ad avere gli strumenti per essere realmente incisivo. La nostra democrazia si sta indebolendo sotto i colpi di una destra populista e cinica, ma i partiti, troppo spesso di matrice personalistica, non danno adeguata risposta a questa situazione. Il partito leggero porta al “pensiero leggero” perché abbiamo rinunciato (o meglio i partiti hanno rinunciato) ai momenti di elaborazione politica che ne caratterizzano la vita interna. Per questo affermo che bisogna studiare di più. E ascoltare di più i cittadini. è necessario avere antenne sempre alzate tra la gente e per fare ciò è indispensabile un partito radicato.

La destra ha la forza dirompente dei grandi mezzi di comunicazione, noi abiamo bisogno di stare tra la gente tutto l’anno, non solo in campagna elettorale per chiedere il voto. Oggi si loda tanto la modalità della Lega, perché è in grado di essere presente sul territorio. Quel partito non fa altro che applicare modi che avevano caratterizzato i partiti di massa della prima repubblica. Dobbiamo essere in grado di fare sintesi tra queste modalità e le nuove esigenze della società attuale. Per aveve una democrazia funzionante e moderna è necessario che i partiti siano luogo aperto di discussione.Sono convinto che all’Italia serva questo Pd. Un Pd diverso da quello che abbiamo conosciuto fino ad ora. Non una caserma o una chiesa, ma una casa nella quale si può discutere serenamente, ma alla fine tutti insieme si intraprende la strada scelta. La crisi ha rimesso al centro la necessità di dare maggiori certezze ai cittadini. Tutto ciò ha paradossalmente rafforzato la proposta dei neoconservatori.

Oggi c’è bisogno di ricostruire la sinistra europea e il pd può essere la forza guida di questo importatissimo processo politico. In Giappone, USA, India e altri Paesi vincono i partiti che hanno saputo coagulare intorno a sé un vasto arco di forze sociali che non trovavano più risposte nella destra. Abbiamo bisogno di un pensiero nuovo non perché fa moda, ma perché la società non è più quella nella quale la socialdemocrazia classica è nata. C’è bisogno di un pensiero, come dicevo all’inizio, coraggioso. La sinistra europea sta attraversando il momento più critico degli ultimi decenni. Se solo dieci anni fa i socialisti governavano la maggior parte dei Paesi europei, oggi è la destra a vincere. La sinistra classica riformista è al minimo storico, spesso incalzata da formazioni più oltranziste. L’intuizione del Pd si rivela, alla luce di questo, ancora più valida. Le sconfitte elettorali non hanno testimoniato il fallimento del progetto politico, sono state invece figlie della mancanza di una vera strategia delle alleanze, della decisione consapevole di non costruire il partito nei territori (con la fortunata eccezione di alcune realtà come la nostra) e della mancanza di un progetto coerente di governo. In sostanza, abbiamo fatto alleanze insufficienti, abbiamo destrutturato il partito anche in zone dove Ds e Margherita erano presenti e attivi e non abbiamo convinto i cittadini a votarci perché siamo apparsi inadatti ad affrontare le nuove insicurezze che questo secolo ci sta offrendo. Contrariamente agli altri Paesi europei, però, abbiamo iniziato a costruire una forza che va oltre l’esperienza socialdemocratica e per questo sono convinto che prima di tanti altri, se perfezioneremo il progetto con le proposte di Bersani, potremo battere la destra.

Un’ultima riflessione. Qualcuno afferma che sia necessario evitare la politica di professione. Io credo di no. Al Paese serve professionalità. Non mi interessa se questa professionalità venga o meno da politici di mestiere. Nella storia la forza della sinistra è stata la convinzione che alla carriera politica potessero aspirare persone comuni , non solo chi poteva dedicate tempo e denaro oltre al proprio lavoro. Oggi si tratta sicuramente di operare un rivoluzione culturale nella selezione della classe dirigente e nelle candidature. Bersani dice che è necessario premiare chi si è fatto le ossa nei territori e non le fedeltà al potente di turno. Questa è la strada per il rinnovamento. Non vedo altre strade. Quelle troppo veloci e facili sono effimere. In questi ultimi venti giorni prima del 25 ottobre sarà opportuno un confronto sulle idee, più che sulle persone. Questo ci chiedono i cittadini. Se la dialettica tra le mozioni sarà cistruttiva, allora i cittadini parteciperanno in grande numero alle Primarie.