Perché la muta cantilena del ragazzo che ripete “handicap” non sia un lamento ma un appello ad agire

31 Dicembre 2009 – 15:31

Siamo davvero diventati così, come ci descrive Shulim Vogelmann nella sua sconvolgente testimonianza apparsa su la Repubblica? Cinici, arroganti, indifferenti, apatici? Incapaci di sentire, di indignarci? E’ un ritratto impietoso, certo, quello di un Paese che, quasi inavvertitamente, tra passaggi burocratici e responsabilità puntualmente scaricate su qualcun altro, chissà chi poi, sta mutando pelle. Un’Italia inospitale, non accogliente, che non sorride ma ringhia, che si blinda nelle proprie certezze e si nasconde dietro a un numero. Il caso del ragazzo disabile colto senza biglietto e trattato come una grana di cui sbrigarsi può essere solo un incidente, un episodio isolato, certo. Ma non è isolata l’indifferenza che scorgiamo nei tanti scompartimenti di cui è fatta la nostra vita quotidiana: a scuola, nel lavoro, negli ospedali, per strada, nella vita politica.
Quanto è banale il male che sperimentiamo tutti i giorni: un alzata di spalle, uno sguardo che si abbassa, un ammiccamento gaglioffo. Tassello dopo tassello, questi gesti ci restituiscono un’immagine che non pensavamo ci corrispondesse, e invece ci interpella.
Interpella un governo che, nel campo del welfare, ha saputo solo tagliare servizi essenziali, con una sola priorità: quella di fare cassa. Di chiedere il biglietto. Anche quando di fronte non si trova un problema, ma una persona.
Interpella l’opposizione, quella del Partito Democratico, che proprio perchè ha l’ambizione di parlare a tutto il Paese ha il dovere di proporre, come stiamo cercando di fare, un’alternativa di governo.
Perchè la muta cantilena del ragazzo che ripete “handicap” ai controllori non sia un lamento, ma un appello ad agire. Un invito ad una responsabilità condivisa. Come ci sforziamo di fare in Parlamento sugli assegni familiari, sulla assistenza per chi ha una malattia cronica, sulla accessibilità per le persone con disabilità gravi.
A un esecutivo che si mette al riparo delle sue responsabilità dietro ad uno scudo fiscale, rispondiamo che non ci piace chi chiede solo il conto senza offrire niente in cambio in termini di servizi, prestazioni, opportunità di vita, come diceva un liberale come Ralf Dahrendorf.
Nessuno auspica un ritorno alla spesa allegra e al debito sulle spalle delle generazioni future. Sono stati i governi di centrosinistra a tenere saldo il rigore del bilancio dello Stato.
Ma efficienza non significa egoismo, efficacia non vuol dire mancanza di solidarietà, effettività non è la stessa cosa di irresponsabilità.
Consolare gli afflitti? Certo, in un paese in cui la crisi morde silenziosa le famiglie, i precari, i pensionati, le donne, gli invisibili. Ma anche - come invocava don Tonino Bello - affliggere i consolati. Incalzare chi si sente con la coscienza a posto. Come quei controllori, o quei governi, che si dimenticano la vocazione della cosa pubblica. Come patto e orizzonte condiviso di senso, come agire comune. Verso un Italia che non sia più indifferente, come sull’Eurostar di Vogelmann, ma differente. Davvero. www.partitodemocratico.it

L’autore è deputato PD e Coordinatore del Forum Welfare PD

LEGGI ANCHE: Il treno della vergogna, dal PD interrogazione sulla vicenda

 

Quel ragazzo senza braccia

30 Dicembre 2009 – 14:32

CARO direttore, è domenica 27 dicembre. Eurostar Bari-Roma. Intorno a me famiglie soddisfatte e stanche dopo i festeggiamenti natalizi, studenti di ritorno alle proprie università, lavoratori un po’ tristi di dover abbandonare le proprie città per riprendere il lavoro al nord. Insieme a loro un ragazzo senza braccia.

Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent’anni.

Si parte. Poco prima della stazione di (…) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: “No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap”. Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l’umiliazione ripete “Handicap, handicap”.

I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato.

La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no.
Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po’ più di compassione.

Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c’entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia “deposizione”, il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. “Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?” chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: “C’è l’assistenza”. “Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service” ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l’andata l’Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. “E lo sa perché?” ho concluso. “Perché quelle persone le braccia ce l’avevano…”.

Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l’evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap.

La risposta del capotreno è pronta: “Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!”. E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (…). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell’espressione del viso o nell’incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: “Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare”. Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, però senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante.

Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l’impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno.

Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. “Perché mi hai offesa”. “Ti ho forse detto parolacce? Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?” le domando sempre più incredulo. Risposta: “Mi hai detto che sono maleducata”. Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno.

Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (…). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare. www.repubblica.itdi SHULIM VOGELMANN


L’autore è scrittore ed editore

Il calvario invisibile

17 Dicembre 2009 – 17:55

Oltre mezzo milione di italiani, l’equivalente di due medie città italiane, sono scomparsi dal loro luogo di lavoro e hanno perduto lo stipendio nel corso del 2009, più di centomila nell’ultimo trimestre (ISTAT), ma i siti di alcuni importanti giornali tardano a mettere la notizia on line e il TG del Minzculpop riuscirà a impapocchiare la notizia confrontandola con la disoccupazione in Bangladesh o nel Delta del Mississippi, ben dietro la resurrezione di Silvio uscito dalla grotta del dolore. Noi andiamo meglio degli altri, ci sentiremo ripetere, che è come dire, coraggio, signora, lei ha sei mesi di vita, pensi a quelli che ne hanno tre o quattro, e il pensiero di avere un po’ meno disoccupati che in America sarà certo di grande conforto per i Pautasso, i Percuocolo, i Busetto rimasti a piedi. Non ci sono prognosi per la guarigione di questi uomini e donne rimasti senza lavoro e non vedremo nei programmi di propaganda governativa come Pòrtalo via a Pòrtalo via (Andalù, l’amico degli animali) i loro volti sofferenti e feriti nei plastichini dei loro bilocali in via di sfratto, visto che nello stesso periodo i mutui in “sofferenza”, come se fossero i mutui a soffrire, sono raddoppiati, con le prefiche di regime alla Cicchitto, Quagliarella, Bonaiuti. Non c’è sangue, e i disoccupati non servono alla beatificazione del Primo Martire. Sono la realtà che scalfisce il mito. www.repubblica.it

Vittorio Zucconi

Le leggi per la rete

17 Dicembre 2009 – 11:39

L’ITALIA ha scoperto la Rete. Appena ieri era divenuta evidente per tutti la forza di Internet quando proprio da lì era partita l’iniziativa che era riuscita a portare in piazza un milione di persone per il “No B Day”.

Si materializzava così una dimensione della democrazia inedita per il nostro paese. Pochi giorni dopo quell’immagine appare rovesciata. Internet diventa il luogo che genera odio, secerne umori perversi. E questa sua nuova interpretazione travolge quella precedente: il “No B Day” è presentato come un momento d’incubazione dei virus che avrebbero reso possibile l’aggressione a Berlusconi, Internet come lo strumento in mano a chi incita alla violenza.

Conclusione: la proposta di un immediato giro di vite per controllare la Rete, secondo un abusato copione che trasforma ogni fatto drammatico non in un imperativo a riflettere più seriamente, ma in un pretesto per ridurre ogni questione politica e sociale a fatto d’ordine pubblico, limitando libertà e diritti.
Per fortuna, all’interno dello stesso mondo politico è stata subito colta la pericolosità di questa impostazione. Intervenendo alla Camera dei deputati, Pier Ferdinando Casini ha detto parole sagge: “Guai a promuovere provvedimenti illiberali. Le leggi già consentono di punire le violazioni. Negli Usa Obama riceve intimidazioni continue su Internet, ma a nessuno viene in mente di censurare la Rete”. E la finiana fondazione FareFuturo evoca la “sindrome cinese”, la deliberata volontà di impedire che Internet possa rappresentare uno strumento di democrazia. Questi moniti, insieme a molti altri, sembrano aver trovato qualche ascolto, a giudicare almeno dalle dichiarazioni più prudenti del ministro Maroni.

Il tema della violenza è vero, e grave. Ma altrettanto ineludibile è la questione della democrazia. È istruttivo leggere la lista dei paesi che sottopongono a controlli Internet: tutti Stati autoritari o totalitari (con una particolare eccezione per l’India). Questo vuol forse dire che i paesi democratici sono distratti, che si sono arresi di fronte all’hate speech, al linguaggio dell’odio? O è vero il contrario, che è maturata la consapevolezza che la democrazia vive solo se rimane piena la libertà di manifestare opinioni, per quanto sgradevoli possano essere, e che già disponiamo di strumenti adeguati per intervenire quando la libertà d’espressione si fa reato nel nuovo mondo digitale?
Vi è una vecchia formula che ben conoscono coloro i quali si occupano seriamente di Internet: quel che è illegale offline, è illegale anche online. Tradotto nel linguaggio corrente, questo vuol dire che Internet non è uno spazio privo di regole, un far west dove tutto è possibile, ma che ad esso si applicano le norme che regolano la libertà di espressione e che già escludono che essa possa essere considerata ammissibile quando diventa apologia di reato, istigazione a delinquere, ingiuria, minacce, diffamazione. Questo è il solo terreno dove sia costituzionalmente legittimo muoversi, e le particolarità di Internet non hanno impedito alla polizia postale e alla magistratura di intervenire per reprimere comportamenti illegali. Le conseguenze di questa impostazione sono chiare: no alla censura preventiva, comunque incompatibile con i nostri principi costituzionali; no a forme di repressione affidate ad autorità amministrative o riferite a comportamenti non qualificabili come reati; no ad accertamenti e sanzioni non affidati alla competenza dell’autorità giudiziaria.

Considerando più da vicino le peculiarità di Internet, bisogna essere ben consapevoli del fatto che le proposte di introdurre “filtri” all’accesso a determinati siti sollevano un radicale problema di democrazia. Chi stabilisce quali siano i siti “consentiti”? Qual è il confine che separa i contenuti liberamente accessibili e quelli illeciti? Il più grande spazio pubblico mai conosciuto dall’umanità rischia di essere affidato, all’arbitrio politico, che inevitabilmente attrarrebbe nell’area dei comportamenti vietati tutto quel che si configura come dissenso, pensiero minoritario, opinione non ortodossa. E la proposta di vietare l’anonimato in rete trascura il fatto che proprio l’anonimato (peraltro ostacolo non del tutto insuperabile nel caso di veri comportamenti illeciti) è la condizione che permette la manifestazione del dissenso politico. Quale oppositore di regime totalitario potrebbe condurre su Internet la sua battaglia politica, dentro o fuori del suo paese, se fosse obbligato a rivelare la propria identità, così esponendo se stesso, i suoi familiari, i suoi amici a ogni possibili rappresaglia? Non si può inneggiare al coraggio dei bloggers iraniani o cubani, e denunciare le persecuzioni che li colpiscono, e poi eliminare lo scudo che, ovunque, può essere necessario per il dissenziente politico. Anche nei paesi democratici. È di questi giorni la denuncia di associazioni americane per la tutela dei diritti civili che accusano le agenzia per la sicurezza di controllare reti sociali come Facebook e Twitter proprio per individuare chi anima iniziative di opposizione. Non è la privacy di chi è in Rete ad essere in pericolo: è la sua stessa libertà, e dunque il carattere democratico del sistema in cui vive.

Certo, i gruppi che su Facebook inneggiano a Massimo Tartaglia turbano molto. Ma bisogna conoscere le dinamiche che generano queste reazioni, certamente inaccettabili, ma rivelatrici del modo in cui si sta strutturando la società, che richiede attenzione e strategie diverse dalla scorciatoia repressiva, pericolosa e inutile. Inutile, perché la Rete è piena di risorse che consentono di aggirare questi divieti. Pericolosa, non solo perché può colpire diritti fondamentali, ma perché spinge le persone colpite dal divieto a riorganizzarsi, dando così permanenza a fenomeni che potrebbero altrimenti ridimensionarsi via via che si allontana l’occasione che li ha generati.
Solo una buona cultura di Internet può offrirci gli strumenti culturali adatti per garantire alla Rete le potenzialità democratiche continuamente insidiate al suo stesso interno da nuove forme di populismo, dalla possibilità di creare luoghi chiusi, a misura proprie e dei propri simili, negandosi al confronto e alla stessa conoscenza degli altri. Più che misure repressive serve fantasia, quella che induce gruppi in tutto il mondo a chiedere un Internet Bill of Rights o che ha spinto uno studioso americano oggi collaboratore di Obama, Cass Sunstein, a proporre che i siti particolarmente influenti per dimensioni o contenuti debbano prevedere un link, una indicazione che segnali l’esistenza di siti con contenuti diversi o opposti e che permetta di collegarsi a questi immediatamente. www.repubblica.it 

Stefano Rodotà

La ricchezza delle famiglie cala del 2%

16 Dicembre 2009 – 18:25

Elevata la concentrazione della disponibilità: la metà più povera ha il 10%, mentre il 10% più ricco possiede il 44%Cala la ricchezza delle famiglie italiane: secondo Bankitalia è calata tra il 2007 e il 2008 di circa l’1,9% (161 miliardi di euro, dato a prezzi correnti), risentendo della riduzione delle attività finanziarie (-8,2%) e di un aumento delle passività (3%). Al contrario la dinamica delle attività reali (come le abitazioni) è risultata positiva, benché meno sostenuta (3%) di quella degli anni precedenti. È quanto risulta dal supplemento al Bollettino statistico sulla ricchezza delle famiglie. A prezzi costanti, la riduzione della ricchezza complessiva rispetto al 2007 è risultata pari al 5%. Bankitalia spiega che la distribuzione della ricchezza è caratterizzata da un elevato grado di concentrazione: molte famiglie hanno poco o nulla mentre poche dispongono di una disponibilità elevata. Nel 2008 la metà più povera delle famiglie italiane deteneva il 10%, mentre il 10% più ricco aveva il 44%. La ricchezza netta pro capite, continua Via Nazionale, nel 2008 ammontava a circa 138 mila euro (a prezzi correnti -2,6% sul 2007, a prezzi costanti -5,6% sull’anno precedente). Ma c’è anche una buona notizia: il risparmio delle famiglie italiane tiene. Nel periodo 1995-2008 ha contribuito alla crescita della ricchezza netta per circa il 60%, contro il 40% dei capital gain. Il risparmio, che negli ultimi anni si attesta attorno all’1% della ricchezza netta, ha fornito un contributo alla crescita della stessa con una variabilità più ridotta di quella dei guadagni in conto capitale. www.corriere.it

 

 

“Figlio mio, lascia questo Paese”di PIER LUIGI CELLI

30 Novembre 2009 – 19:01

 

Avremmo voluto che l’Italia fosse diversa e abbiamo fallito

Figlio mio, stai per finire la tua Università; sei stato bravo. Non ho rimproveri da farti. Finisci in tempo e bene: molto più di quello che tua madre e io ci aspettassimo. È per questo che ti parlo con amarezza, pensando a quello che ora ti aspetta. Questo Paese, il tuo Paese, non è più un posto in cui sia possibile stare con orgoglio.

Puoi solo immaginare la sofferenza con cui ti dico queste cose e la preoccupazione per un futuro che finirà con lo spezzare le dolci consuetudini del nostro vivere uniti, come è avvenuto per tutti questi lunghi anni. Ma non posso, onestamente, nascondere quello che ho lungamente meditato. Ti conosco abbastanza per sapere quanto sia forte il tuo senso di giustizia, la voglia di arrivare ai risultati, il sentimento degli amici da tenere insieme, buoni e meno buoni che siano. E, ancora, l’idea che lo studio duro sia la sola strada per renderti credibile e affidabile nel lavoro che incontrerai.
Ecco, guardati attorno. Quello che puoi vedere è che tutto questo ha sempre meno valore in una Società divisa, rissosa, fortemente individualista, pronta a svendere i minimi valori di solidarietà e di onestà, in cambio di un riconoscimento degli interessi personali, di prebende discutibili; di carriere feroci fatte su meriti inesistenti. A meno che non sia un merito l’affiliazione, politica, di clan, familistica: poco fa la differenza.

Questo è un Paese in cui, se ti va bene, comincerai guadagnando un decimo di un portaborse qualunque; un centesimo di una velina o di un tronista; forse poco più di un millesimo di un grande manager che ha all’attivo disavventure e fallimenti che non pagherà mai. E’ anche un Paese in cui, per viaggiare, devi augurarti che l’Alitalia non si metta in testa di fare l’azienda seria chiedendo ai suoi dipendenti il rispetto dell’orario, perché allora ti potrebbe capitare di vederti annullare ogni volo per giorni interi, passando il tuo tempo in attesa di una informazione (o di una scusa) che non arriverà. E d’altra parte, come potrebbe essere diversamente, se questo è l’unico Paese in cui una compagnia aerea di Stato, tecnicamente fallita per non aver saputo stare sul mercato, è stata privatizzata regalandole il Monopolio, e così costringendo i suoi vertici alla paralisi di fronte a dipendenti che non crederanno mai più di essere a rischio.

Credimi, se ti guardi intorno e se giri un po’, non troverai molte ragioni per rincuorarti. Incapperai nei destini gloriosi di chi, avendo fatto magari il taxista, si vede premiato - per ragioni intuibili - con un Consiglio di Amministrazione, o non sapendo nulla di elettricità, gas ed energie varie, accede imperterrito al vertice di una Multiutility. Non varrà nulla avere la fedina immacolata, se ci sono ragioni sufficienti che lavorano su altri terreni, in grado di spingerti a incarichi delicati, magari critici per i destini industriali del Paese. Questo è un Paese in cui nessuno sembra destinato a pagare per gli errori fatti; figurarsi se si vorrà tirare indietro pensando che non gli tocchi un posto superiore, una volta officiato, per raccomandazione, a qualsiasi incarico. Potrei continuare all’infinito, annoiandoti e deprimendomi.

Per questo, col cuore che soffre più che mai, il mio consiglio è che tu, finiti i tuoi studi, prenda la strada dell’estero. Scegli di andare dove ha ancora un valore la lealtà, il rispetto, il riconoscimento del merito e dei risultati. Probabilmente non sarà tutto oro, questo no. Capiterà anche che, spesso, ti prenderà la nostalgia del tuo Paese e, mi auguro, anche dei tuoi vecchi. E tu cercherai di venirci a patti, per fare quello per cui ti sei preparato per anni.

Dammi retta, questo è un Paese che non ti merita. Avremmo voluto che fosse diverso e abbiamo fallito. Anche noi. Tu hai diritto di vivere diversamente, senza chiederti, ad esempio, se quello che dici o scrivi può disturbare qualcuno di questi mediocri che contano, col rischio di essere messo nel mirino, magari subdolamente, e trovarti emarginato senza capire perché.

Adesso che ti ho detto quanto avrei voluto evitare con tutte le mie forze, io lo so, lo prevedo, quello che vorresti rispondermi. Ti conosco e ti voglio bene anche per questo. Mi dirai che è tutto vero, che le cose stanno proprio così, che anche a te fanno schifo, ma che tu, proprio per questo, non gliela darai vinta. Tutto qui. E non so, credimi, se preoccuparmi di più per questa tua ostinazione, o rallegrarmi per aver trovato il modo di non deludermi, assecondando le mie amarezze.

Preparati comunque a soffrire.

Con affetto, tuo padre

L’autore è stato direttore generale della Rai. Attualmente è direttore generale della Libera Università internazionale degli studi sociali, Luiss Guido Carli.
(30 novembre 2009) www.repubblica.it

Dove sono finiti i moderati?

26 Novembre 2009 – 14:39

Italia 2009: cercansi moderati disperatamente. Questo, a mio parere, potrebbe essere un avviso da appendere al portone del Palazzo della destra italiana e, di riflesso, di quella imolese. La domanda che mi pongo da tempo è: “dove siano finiti i famosi moderati della destra italiana nel loro momento di massima visibilità e di potere?”. Qualcuno scese in campo per portare la rivoluzione liberale e per aggregare i moderati, confusi e spaesati da Tangentopoli, in cerca di una casa politica. In quindici anni quella rivoluzione liberale non è avvenuta e, con tutta probabilità, non potrà avere luogo se a guidare il Paese sarà la destra a targa Berlusconi - Lega. Analizziamo bene il sistema politico italiano. Da una parte abbiamo un partito, il Pdl, figlio dell’incontro tra Forza Italia e AN e la Lega Nord; dall’altra il Pd, con il nuovo Segretario Pier Luigi Bersani, e l’Italia dei Valori; al centro, in attesa di fare da ago della bilancia, l’UDC di Casini. Pdl, Lega Nord e Italia dei Valori, con caratteristiche diverse soprattutto per la Lega, sono sostanzialmente partiti personali e del Leader. La loro forze deriva dal carisma del Leader; i gruppi dirigenti sono spesso emanazione della volontà del Leader e la proposta politica è spesso definibile come “emozionale”. Le proposte che questi partiti (o forse è meglio dire movimenti) pongono all’attenzione del pubblico (in questo caso più pubblico televisivo che cittadini) traggono la loro forza dalle emozioni che riescono a suscitare. Non conta il merito della proposta, conta molto di più come questa viene trasmessa alla gente e che sensazioni è in gradi di fare emergere. La Destra italiana non proviene da una tradizione di moderati conservatori, come la maggior parte delle destre europee, ma è l’incontro di tradizioni politiche antiliberali e del contenitore berlusconiano. È una destra definibile come: clericale nel senso che riempie da un punto di vista ideologico la propria offerta politica appiattendosi sulle dichiarazioni delle autorità ecclesiastiche; è intollerante verso le diversità che la società moderna impone idealizzando la formula “Dio, Patria e famiglia”; populista perché vive del rapporto diretto tra popolo e leader esaltando le paure dei cittadini; monopolista perché il mercato deve essere al servizio di poche famiglie o, magari, di una sola e infine ultraliberista quando ci si pone di fronte alla domanda di maggiore controllo sull’economia in nome di regole condivise. Infine, nei partiti della destra italiana non si fanno congressi. Non c’è democrazia di partito e non c’è discussione. I moderati della destra italiana, quelli veri, sono una minoranza etnica e come tutte le frange minoritarie non possono incidere sulla linea politica. Negli altri Paesi europei il moderato è un liberale (statalista o liberista a seconda della tradizione politica di provenienza) e un rappresentante di interessi nazionali, che vanno cioè al di là del proprio semplice giardino. Nei grandi Paesi avanzati non vince chi strilla di più. I veri moderati rispettano la divisione dei poteri perché è nella tradizione liberale e non cercano di prevaricare i poteri della magistratura per fini personali. Il Lodo Alfano e il processo breve erano davvero una priorità per il Paese o invece sarebbe stato meglio impegnarsi nell’affrontare la disoccupazione e la caduta del potere d’acquisto delle famiglie? I veri moderati rispettano le funzioni del Parlamento perché la nostra Costituzione pone in quella sede la dialettica tra le forze politiche e non cercano la “dittatura della maggioranza” , cercando di umiliare le minoranze. Anzi, i veri moderati hanno sempre temuto la dittatura della maggioranza. Ce lo ricorda Alexis de Tocqueville nel suo “La democrazia in America” quando afferma che: “non bisogna confondere la stabilità con la forza, la grandezza di una cosa con la sua durata”. Qualche settimana fa Giorgio Bettini ci ricordava che in Italia la destra è spesso specchio di impulsi antistatalisti e antiparlamentari di una parte della piccola borghesia che pensa che le regole del convivere democratico siano un impedimento alla propria realizzazione. Credo che questa analisi sia in buona parte vera. E’ una  questione di “educazione alla democrazia e alla religione civile” che ancora manca in Italia. Nel 1925 usciva l’opera di Piero Gobetti “La rivoluzione liberale”. È una questione ancora attuale. In Italia è mancata davvero una rivoluzione liberale. Nel Paese delle truffe di massa, della corruzione dilagante, della mancanza di senso civico, dell’enorme conflitto d’interessi che ormai più nessuno vede, è urgente che i riformisti si facciano interpreti di questa “rivoluzione”. Gobetti diceva con grande lucidità che: “il contrasto vero dei tempi nuovi come delle vecchie tradizioni non è tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità”. Il conformismo di massa ricercato dalla destra è il vero pericolo. Abbiamo bisogno di una rivoluzione liberale perché c’è bisogno di liberare energie nuove e perché dobbiamo attaccare privilegi e rendite di posizione. C’è bisogno di una rivoluzione liberale per dare speranza a chi ancora crede che le istituzioni siano al servizio di tutti e non di pochi monopolisti. Veniamo ora perciò al tema iniziale: “dove sono finiti i moderati italiani?” . Mi chiedo da tempo quali siano le loro posizioni di fronte al persistere del conflitto d’interessi, all’intolleranza e alla mancanza di senso democratico della Lega e alla sostanziale legalizzazione della corruzione e dell’evasione che si stanno operando. Desidererei sentire un colpo. In questo senso risulterà decisivo il ruolo del nuovo Pd di Bersani. Proprio in virtù di quanto affermato fino ad ora sono convinto che spetti ai riformisti di centrosinistra guidare la “rivoluzione liberale” di cui tanto avrebbe bisogno questo Paese. Per ora, in mancanza di risposte dai nostri interlocutori della destra, attendiamo ancora che i moderati si facciano vivi.

Marcello Tarozzi

Cent’anni di solitudine

19 Novembre 2009 – 10:30

Scrive uno sventurato lettore, padre di due ragazzi laureati brillantemente e decisi a intraprendere la carriera accademica. Alla ricerca di sblocchi professionali, la prole si è imbattuta in un’offerta dell’Università di Milano: venti ore di lezione in un corso di storia contemporanea incentrato sull’età repubblicana. Compenso del contratto: 100,00 euro. Sulle prime il lettore ha creduto a un posizionamento errato della virgola. Non pretendeva per i figli lo stipendio a quattro zeri di un manager di Wall Street, ma almeno quello di un precario: 1000 euro. Invece erano proprio cento. Cinque l’ora. Lordi naturalmente. Meno, molti meno di quanti ne prenda una badante.
Immagino cosa starete pensando: questo ha scoperto l’acqua calda. Il mondo ha bisogno di badanti, non di professori. Avendo ucciso il futuro, la società dell’emergenza non sa più programmare armonicamente il proprio sviluppo e prende le sue decisioni sulla spinta delle necessità immediate. Sfrutta i giovani per tutelare gli anziani che li mantengono, cristallizzandoli in un’eterna e insana adolescenza. Taglia i costi per far quadrare i conti, anche se quei tagli porteranno a un calo della qualità e quindi del guadagno. Ed è disposta a pagare bene solo quei servizi che rispondono a un’esigenza non procrastinabile: la cura in casa degli infermi, la riparazione della tubatura che si rompe. Sarà pure acqua calda. Però ci sia almeno concesso dire che brucia. Brucia da morire. Massimo Gramellini

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Lo stato d’eccezione

11 Novembre 2009 – 18:14

Ora ce la racconteranno come una grande riforma “erga omnes”, che tutela l’interesse di tutti i cittadini. Un compromesso sofferto e importante, che difende lo “stato di diritto” finora vulnerato da una magistratura politicizzata e inefficiente. E invece il “lodo” Berlusconi-Fini sulla giustizia è l’ennesima e scandalosa legge su misura, che copre gli interessi di una singola persona. Un patto scellerato e indecente, che conferma lo “stato di eccezione” in cui è precipitata la nostra democrazia.

I due leader erano arrivati a questo faccia a faccia in condizioni molto diverse.

Il presidente del Consiglio, scoperto dalla bocciatura del Lodo Alfano, era agito dalla necessità di risolvere ancora una volta per via legislativa le sue passate pendenze di natura giudiziaria, e di salvarsi anche dai rischi futuri. Obiettivo irrinunciabile, per non perdere il governo. Il presidente della Camera, schiacciato dalla formidabile pressione mediatica e politica della macchina da guerra berlusconiana, aveva l’opportunità di uscire dall’angolo nel quale lo stava relegando il Pdl, e di salvare anche il suo profilo istituzionale. Obiettivo raggiungibile, per non perdere la faccia. L’accordo raggiunto, anche se umilia il dettato costituzionale e distorce l’ordinamento giuridico, soddisfa le esigenze del capo del governo e della terza carica dello Stato.

Il disegno di legge che sarà presentato nei prossimi giorni (e qui sta il salvacondotto del premier e del suo avvocato Ghedini) conterrà la riforma del processo, che diventerà “breve”. Non potrà durare più di sei anni, cioè due anni per ciascun grado di giudizio. Formalmente, una giusta risposta all’insopportabile lunghezza dei processi italiani, che durano mediamente sette anni e mezzo nel civile e 10 anni nel penale. Sostanzialmente, un colpo di spugna su due processi che vedono coinvolto il Cavaliere: il processo Mediaset per frode fiscale sui diritti televisivi (che con le nuove norme decade a fine novembre) e il processo Mills per corruzione in atti giudiziari (che a “riforma” approvata decade nel marzo 2010).

Ma nello stesso disegno di legge (e qui sta la via di fuga di Fini e del suo avvocato Bongiorno) non ci saranno le norme sulla prescrizione breve, che lo stesso Berlusconi avrebbe voluto inserire nel testo e Fini gli ha chiesto di espungere per non incappare nel no di Giorgio Napolitano. Questa norma, che ridurrebbe di un terzo la prescrizione dei reati la cui pena edittale è inferiore ai 10 anni, non si può proprio infilare in una “riforma”, per quanto sedicente o bugiarda possa essere. Renderebbe ancora più estesa, e dunque insostenibile, la già colossale amnistia che si realizzerà con la modifica del “processo breve”.

L’opinione pubblica non la capirebbe. E il Quirinale, ammesso che possa considerare costituzionalmente legittima l’abbreviazione del processo, sicuramente non firmerebbe anche l’abbreviazione della prescrizione. Meglio soprassedere, per ora. Questo è lo schema. Questo è lo “scambio”. Che riproduce del resto un metodo già collaudato nelle passate legislature: Berlusconi chiede 1000, sapendo che si potrà accontentare di 100. Gli alleati glielo concedono, facendo finta di avergli tolto 900. È così. È sempre stato così. Almeno quando in gioco ci sono le due questioni cruciali, sulle quali il Cavaliere non ha mai ceduto e mai cederà: gli affari e la giustizia.

Certo, a Berlusconi avrebbe fatto più comodo portare a casa l’intero pacchetto. Il “processo breve” porta all’estinzione del processo stesso, e quindi copre il premier sul passato. La “prescrizione breve” porterebbe alla decadenza del reato, e quindi lo coprirebbe anche su eventuali inchieste future. Ma per ora gli conviene accontentarsi. Nulla vieta, magari durante il dibattito parlamentare sul ddl, di ripresentare la norma sulla prescrizione breve con un bell’emendamento intestandolo al solito, apposito peone della maggioranza (come insegna l’esperienza delle precedenti leggi-vergogna varate o tentate del premier, dalla Cirielli alla Nitto Palma, dalla Cirami alla Pittelli). Oppure, perché no, nulla vieta di tradurre subito in legge quello che ormai possiamo chiamare il “Lodo Minzolini”, cioè la reintroduzione dell’immunità parlamentare, avventurosamente ma forse non casualmente suggerita dal (o al) direttore del Tg1 in un editoriale televisivo di due sere fa.

Eccolo, il “paesaggio” di questo drammatico autunno italiano. Ancora una volta, in questo Paese si straccia il contratto sociale e costituzionale, che ci vuole tutti uguali davanti alla legge. Si sospende l’applicazione dello stato di diritto, che ci vuole tutti ugualmente sottoposti alle sue regole. In nome della “volontà di potenza” di un singolo, e di un’idea plebiscitaria e populista della sua fonte di legittimazione: sono stato scelto dagli elettori, dunque i cittadini vogliono che io governi. O in nome della “ragion politica” di un sistema: non c’è altro premier all’infuori di me, dunque io e solo io devo governare.

Questo c’è, oggi, sul piatto della bilancia della nostra democrazia. Lo “stato di eccezione”, appunto. Quello descritto da Carl Schmitt. Che è simbolo dell’autoritarismo poiché sempre lo “decide il sovrano”. Che si presenta “come la forma legale di ciò che non può avere forma legale”. Che è “la risposta immediata del potere ai conflitti interni più estremi”. Che costituisce un “punto di squilibrio fra diritto pubblico e fatto politico”, poiché precipita la democrazia in una “terra di nessuno”.

Se questa è la portata della sfida, occorre che il Pd si mostri all’altezza di saperla raccogliere. Di fronte a questa nuova distorsione della civiltà repubblicana non basta rifugiarsi nella routinaria ripetizione di uno slogan generale al punto da risultare quasi generico. Sì a riforme della giustizia, no a norme salva-processi, sostiene Pierluigi Bersani. Sarebbe ora che il centrosinistra cominciasse a spiegare qual è, se esiste, la “sua” riforma della giustizia. Ma nel far questo, dovrebbe anche spiegare all’opinione pubblica, con tutta la forza responsabile di cui è capace, che quella di Berlusconi non è una riforma fatta per i cittadini, ma solo un’altra emanazione della sua “auctoritas”, che ormai sovrasta ed assorbe la “potestas” dello Stato e del Parlamento.

La partita vera, a questo punto, è più alta e più impegnativa. Si può continuare a tollerare uno “stato di eccezione” sistematicamente decretato da Berlusconi? E il Pd vuol giocare fino in fondo questa partita, mobilitando su di essa la sua gente e sensibilizzando su di essa tutti gli elettori? Scrive Giorgio Agamben che quando “auctoritas” e “potestas” coincidono in una sola persona, e lo stato di eccezione in cui essi si legano diventa la regola, allora “il sistema giuridico-politico diventa una macchina letale”. Il Paese sarebbe ancora in tempo per fermarla, se solo se ne rendesse conto. www.repubblica.it

Massimo Giannini

Italia più povera

11 Novembre 2009 – 13:01

Dall’annuncio di Berlusconi di cancellare l’Irap per le imprese, all’ultima ipotesi di Tremonti di inserire 1,5 miliardi per l’Irap con emendamento alla Finanziaria, corre la distanza tra 37 miliardi, il gettito totale dell’Irap e lo zero, zero. Si va da annunci-bufale a proposte finali slegate dai dati drammatici di famiglie, lavoratori ed imprese. Morandini, responsabile piccole imprese di Confindustria parla di 300.000 PMI e 700.000 posti lavoro a rischio. A parte le cifre, è certo che la fase attuale della crisi è segnata drammaticamente da disoccupazione crescente che colpisce ancor più la domanda interna. Anni di perdita di potere d’acquisto di salari e pensioni hanno prodotto un calo dei consumi con conseguenze drammatiche, sia socialmente, per le famiglie che non arrivano a fine mese, sia economicamente perché i consumi sono i 2/3 del Pil. Vediamo i dati. Negli ultimi 4 anni le vendite al dettaglio a prezzi correnti sono state stazionarie malgrado la crescita della popolazione, mentre i consumi pro-capite reali, cioè a prezzi costanti, si sono addirittura ridotti del 10%. Infatti nel quadriennio 2005-2009 le vendite al dettaglio a prezzi correnti sono state a crescita zero, ma i prezzi al dettaglio sono cresciuti del 7%; in conseguenza i consumi reali (a prezzi costanti) si sono ridotti del 7%.
Poiché la popolazione residente è cresciuta nel quadriennio di 1,6 milioni, da 58,4 a 60 milioni, del 3%, ne consegue che i consumi pro-capite sono calati del 10% (-7% dei consumi reali e +3% della popolazione). Un calo di proporzioni drammatiche, mai visto in tempo di pace né in Italia né in altri paesi europei, dove il trend dei consumi è sempre positivo, anche per i nuovi prodotti-servizi della società della conoscenza, cellulari, TV, computer, più studi e viaggi. Da questi dati consegue la priorità assoluta del tema lavoro e famiglia, con defiscalizzazioni per salari e pensioni, contratti di solidarietà ad orario ridotto per difendere l’occupazione e sostegni alle famiglie per sostenere figli ed anziani. Se l’Italia non s’impegna seriamente a risolvere il doppio problema delle riforme per la libera concorrenza e delle riforme per il lavoro, il bel paese continuerà a crescere la metà dell’Europa, come succede da anni. Tra una politica dell’offerta, Irap, etc. ed una politica della domanda, salari, famiglie, etc. la prorità più drammatica in questo momento riguarda la domanda; senza escludere misure di salvataggio per le imprese, ad es. mettendo un tetto all’Irap almeno per le imprese in difficoltà (Irap azzerato o bloccato al 50% dell’utile precedente per le imprese con bilanci in rosso) senza lanciare bufale di un’impossibile, oggi, azzeramento dei 37 miliardi dell’Irap. www.unita.it