Google non compiace più il regime cinese

13 Gennaio 2010 – 18:36

In Cina fino a ieri, un’immagine poteva valere più di mille parole censurate. Ma da oggi Google ha deciso di  interrompere l’accordo con Pechino, secondo cui il motore di ricerca si impegnava ad escludere dai risultati tutto  quello che il governo cinese riteneva sconveniente.

Per la prima volta nella Storia, Google.cn restituisce risultati ad alcune delle migliaia di parole e di immagini  prima irraggiungibili, La cui non reperibilità veniva giustificata da una nota a fondo pagina, che laconicamente  annunciava che “in osservanza delle leggi locali, alcuni risultati non sono visualizzati”.
E così, cercando nell’archivio fotografico di big G, da oggi la Repubblica Popolare può trovare ciò che forse  neanche immaginava. E si tratta di migliaia di immagini che potenzialmente portano agli occhi dei cinesi la storia  e la contemporaneità sconosciuta del loro paese e del pianeta. Essendo questo il secolo di Google, divenuto ormai un’estensione della capacità percettiva della specie umana, una mossa di questo calibro equivale a una rivoluzione in cui il motore di ricerca si sostituisce, o meglio fa le veci del popolo.

Digitando ciò che prima portava a “nessun risultato”, l’immensa popolazione giovane cinese, nativa digitale e  predisposta per natura a aborrire la censura, da oggi potrà vedere le immagini di piazza Tien An Men nel 1989, teatro dela  sanguinosa repressione di ragazzi come loro sono oggi, sotto Deng Xiao Ping che la giustificava in nome del  progresso economico. Vedranno l’uomo solo, senza nome, in piedi immobile pararsi davanti al percorso dei carri armati in movimento. Vedranno tutto quello che finora forse gli è stato raccontato e che forse hanno immaginato come fosse una leggenda del loro paese, da oggi un po’ meno sconosciuto.
Potrà vedere il volto del Dalai Lama, le immagini del Tibet e delle repressioni da parte  cinese degli attivisti. Soprattutto, gli internauti cinesi potranno guardare le migliaia di esecuzioni capitali  documentate da Amnesty e da fotografi temerari e non autorizzati. E tutte le altre immagini, dalla Cina e dal mondo, di cui il Pechino ha finora mostrato solo quanto  e come ha voluto.

Quella della documentazione su internet è una battaglia che il Governo cinese combatte da anni contro il suo popolo  e le migliaia di hacker che a ogni nuova trovata di Pechino, dal software blocca-tutto Green Dam in poi, hanno  risposto con sprotezioni e aggiramenti del codice di sorveglianza. Una battaglia che con la rimozione del blocco di  Google di oggi segna un pesante e fondamentale punto a favore della libertà contro il controllo dell’informazione nella Repubblica Popolare.

Inizia così per i cinesi, con la possibilità di mettere meglio a fuoco il loro nuovo mondo, lo smantellamento di  quello che sul web veniva definito The Great Firewall of China, la grande muraglia digitale. Il primo muro, e forse  il più importante, a cadere davvero in questo anni “duepuntozero”. www.repubblica.it

Roberto Reggi: “Il PdL si rivolga a Maroni, non al sindaco di Imola”

9 Gennaio 2010 – 12:18

Roberto Reggi: “Il PdL si rivolga a Maroni, non al sindaco di Imola”
Così il responsabile Sicurezza del PD E-R sulla situazione del Commissariato PS di Imola
Questa la dichiarazione rilasciata da Roberto Reggi, responsabile del Dipartimento Sicurezza del PD dell’Emilia Romagna e Sindaco di Piacenza:”E’ giusto che i consiglieri del PdL si facciano interpreti dei problemi degli operatori della sicurezza del suo territorio - sottolinea il sindaco di Piacenza Roberto Reggi, responsabile del Dipartimento Sicurezza del PD regionale - ma dovrebbero rivolgersi, anziché al sindaco Manca, al Ministro dell’Interno Roberto Maroni, che con la mano destra taglia le risorse alle Forze di Polizia, al punto tale da lasciare senza riscaldamento il Commissariato di Imola, e con la sinistra si tiene ben stretti 100 milioni di euro da destinare alle Amministrazioni comunali amiche. Mi viene da ridere, per non piangere, quando il PdL chiede la disponibilità di fondazioni e soggetti privati a intervenire per risolvere il problema: la sicurezza è un bene pubblico da alimentare con risorse pubbliche, ed è preciso dovere del Governo garantire che i lavoratori delle Forze dell’Ordine abbiano le risorse finanziarie necessarie. Inoltre - aggiunge Reggi - il PdL dovrebbe sapere che il sindaco non ha alcuna competenza in merito. Le Forze di Polizia di Stato dipendono direttamente dal Ministero, da quel Maroni che si dichiara paladino della sicurezza a parole, ma nella pratica agisce come a Imola, tagliando risorse essenziali”. www.pder.it

Saviano: “africani coraggiosi contro le mafie”

9 Gennaio 2010 – 12:11

«La rivolta di Rosarno è la quarta rivolta degli africani in Italia contro le mafie», per questo secondo quello che dice Roberto Saviano  sono più coraggiosi di noi e non vanno criminalizzati ma scelti come alleati contro l’illegalità. «La prima - ricorda ancora Saviano  - ci fu a Villa Literno nel 1989, la seconda a Castelvolturno nel 2008 e le ultime due a Rosarno, sempre in seguito ad aggressioni subite da membri della comunità africana. Gli immigrati sembrano avere un coraggio contro le mafie che gli italiani hanno perso poichè per loro contrastare le organizzazioni criminali è questione di vita o di morte. E qualunque sia la nostra opinione sulle modalità della rivolta è necessario comprendere che ad essersi ribellata è la parte sana della comunità africana che non accetta compromessi con la ‘ndrangheta».
Per l’autore di Gomorra «gli immigrati che protestano sono nostri alleati nella battaglia all’illegalità e non dovremmo criminalizzarli. Mi piace sottolineare, a questo proposito, ancora una volta, che gli africani vengono in Italia a fare lavori che gli italiani non vogliono più fare e a difendere diritti che gli italiani non vogliono più difendere.» www.unita.it

La Baronessa Ashton tace. L’Europa ancora in ordine sparso

7 Gennaio 2010 – 16:21

Chi l’ha vista? Sull’Iran. Sullo Yemen. Sull’emergenza ambientale. Chi l’ha vista? Doveva essere la grande novità introdotta dal Trattato di Lisbona: poteri rafforzati, possibilità di realizzare una diplomazia comune, nelle linee e nel personale. Chi l’ha vista abbia la cortesia di segnalarla ai ragazzi dell’Onda Verde di Teheran che attendono ancora un atto forte dell’Europa a sostegno della loro lotta per i diritti, le libertà, la democrazia. E visto che c’è, la informi che il 2009 si è chiuso con un fallito attentato e il 2010 è iniziato con la psicosi-Al Qaeda. Con l’inquilino della Casa Bianca che mette a punto la strategia per la guerra al terrorismo jihadista in Afghanistan, Yemen, Somalia… informando poi a cose fatte i partner europei chiedendo loro di supportare quelle scelte con uomini (soldati) e mezzi. Il «sonno» della politica dell’Unione Europea ha il volto altolocato di Catherine Margaret Ashton, baronessa Ashton di Upholland, la neo ministra degli Esteri dell’Ue. Che fosse una scelta di basso profilo politico erano in molti ad averlo rimarcato. Ma pochi in quei molti potevano pensare che quel «low profile» divenisse «underground» a fronte di sollecitazioni così dirompenti come quelle emerse in questo fine 2009-inizio 2010.

Parole di verità erano sfuggite al ministro degli Esteri italiano, che in una intervista al Messaggero non aveva nascosto perplessità, in rapporto al dossier yemenita, sul silenzio di «Mrs Pesc». La baronessa Ashton, rilevava il titolare della Farnesina, «non ha ancora convocato alcuna riunione che, a mio avviso, avrebbe potuto portare la questione all’attenzione di tutti…». Considerazioni forti, che nella granitica coerenza del ministro durano lo spazio di poche ore. Il tempo trascorso dalla pubblicazione dell’intervista al comunicato della Farnesina nel quale si esprime il «più convinto apprezzamento per la tempestiva azione intrapresa dall’Alto Rappresentante per la Politica Estera, Baronessa Catherine Ashton e dal ministro degli Esteri spagnolo (Paese dal primo gennaio presidente di turno dell’Ue, ndr) Miguel Angel Moratinos, per favorire un più stretto coordinamento a fronte della delicata situazione yemenita…».

Prima la reprimenda. Poi la promozione a pieni voti. Il tutto nel silenzio regale della Baronessa sulla questione Yemen-Al Qaeda e sulla imbarazzante vicenda della «serrata» delle ambasciate occidentali a Sanaa. Si diceva: puntare su una rappresentante del Regno Unito alla guida della diplomazia europea può servire ad ancorare maggiormente la Gran Bretagna ad una politica estera europea condivisa. Illusione. Dall’Afghanistan allo Yemen, lo sguardo di Londra è sempre rivolto all’alleato di oltre Oceano piuttosto che alle altre cancellerie europee: in questa chiave, Gordon Brown sta a Barack Obama come Tony Blair stava a George W.Bush: asse privilegiato Usa-Gb, l’unità dell’Europa viene dopo. Se deve proprio esserci.

Silente sullo Yemen, Mrs.Pesc non è che si sia mostrata particolarmente comunicativa o attiva sull’altro fronte caldissimo: l’Iran. A Teheran le manifestazione dell’Onda Verde vengono represse nel sangue. Le carceri si riempiono di centinaia di manifestanti, i leader dell’opposizione sono minacciati di morte. La Baronessa tace. L’Europa parla ventisette lingue e dunque non incide. Indietro in ordine sparso. Come indietro è stata «rispedita» la delegazione dell’Europarlamento che avrebbe dovuto visitare l’Iran dal 7 all’11 gennaio. La missione è stata cancellata dalle autorità iraniane. «Mi dispiace molto per la cancellazione all’ultimo minuto della visita a Teheran della delegazione del Parlamento europeo, che offre una ulteriore triste prova delle autorità iraniane, le quali cercano di impedire ogni discussione sui gravi problemi irrisolti del loro Paese», è il commento della presidente della delegazione dell’Europarlamento, la deputata verde tedesca Barbara Lochbihler. «La delegazione aveva intenzione di esprimere solidarietà al movimento di protesta- aggiunge la capo delegazione - e questo è considerato troppo pericoloso dal governo iraniano». Lo schiaffo diplomatico è di quelli che lasciano il segno. Che chiedono risposte forti, prese di posizione adeguate. Ma l’imperturbabile Baronessa Ashton persegue nella linea del «low profile». Silenzio. L’Europa perde l’ennesima occasione per dare corpo ad una posizione comune.

Il multilateralismo evocato da Barack Obama resta così una suggestione che non si trasforma in politica. L’Europa arranca, si divide, al massimo riesce a trovare una quadra in dichiarazioni di principio destinata a restare tali. Altro esempio emblematico è il flop dell’Europa alla Conferenza di Copenaghen sul clima. A dominare è l’asse del G2: Usa-Cina. La Conferenza sarà ricordata per la tragica assenza di un leader, uno statista, una personalità in grado di guidare gli altri. La tanto invocata svolta epocale resta chiusa nel libro dei sogni. Qui, in verità, la Baronessa Ashton non ha colpe. I Ventisette divisi non incidono. Ancora una volta a manifestarsi è l’Europa del vorrei ma non posso, o non so come farlo. È l’Europa incapace di assumere un ruolo di leadership, di fornire garanzie e investimenti perché i Paesi più poveri e le economie emergenti decidessero di assumersi responsabilità dirette nella riduzione delle emissioni. Copenaghen racconta che i Paesi europei, tanto più se divisi, hanno ormai uno scarsissimo peso politico. Un’amarissima verità. www.unita.it

La dottrina del quirinale

2 Gennaio 2010 – 19:00

Come ogni Capodanno il “cuore d’Italia”, da Palermo ad Aosta, batte all’unisono con quello del presidente della Repubblica. Gli auguri di Giorgio Napolitano alla nazione rassicurano un’opinione pubblica esasperata e stimolano una classe politica esagitata. Il messaggio è vagamente ecumenico, il plauso unanimemente bipartisan. Ma senza alcuna pretesa di rovinare lo strano “presepe italiano” di fine 2009 (in cui si contempla la proditoria anomalia di una statuetta del Duomo di Milano e in cui si celebra l’assolutoria epifania del Partito dell’Amore) bisogna riconoscere che nel vigoroso “Inno alla serenità” pronunciato dal Capo dello Stato ci sono chiavi meno scontate e note più acuminate di quello che appaiono. La “Dottrina Napolitano” si incardina intorno a una premessa e a una promessa. La premessa riguarda le questioni economiche e sociali. L’Italia, dopo mesi “molto agitati”, ha un drammatico bisogno di essere governata.

Di fronte alla gravità di una crisi che pagheremo a caro prezzo sul piano dei costi economici (pesante caduta della produzione e dei consumi) e dei costi sociali (crollo dell’occupazione e aumento della povertà e delle disuguaglianze) il Paese ha reagito più con la forza delle sue braccia che non con la leva delle riforme. Il risultato nega l’assunto del presidente del Consiglio: nessuno sarà lasciato indietro. Non è vero. Chi è più forte ce la fa: imprese che hanno ristrutturato e lavoratori a tempo indeterminato con garanzie consolidate. Chi è più debole non ce la può fare: “invisibili” del ceto produttivo (micro-imprese senza rappresentanza e professionisti senza mercato) e soprattutto “invisibili” del mondo del lavoro (giovani precari con tutele deboli o inesistenti). Questa è la vera emergenza nazionale, che finora il governo ha affrontato con un approccio minimalista. Il Capo dello Stato ripropone invariato il monito che lanciò inutilmente il 31 dicembre del 2008: da questo abisso può riemergere un Paese più forte e più giusto. Se a distanza di un anno quel discorso resta “interamente aperto”, vuol dire che chi doveva adoperarsi per trasformare la difficoltà in opportunità non l’ha fatto. Ci sono riforme “non più rinviabili”. Non regge più l’alibi biblico del Qoelet (c’è un tempo per seminare, un tempo per raccogliere). La riforma degli ammortizzatori sociali e quella del fisco vanno fatte qui ed ora. Il governo le metta in campo, e la smetta di parlar d’altro.
La promessa riguarda le questioni politiche e istituzionali. Se rispetterà i tre valori intorno ai quali si cementa il civismo repubblicano (solidarietà, coesione sociale, unità nazionale) Berlusconi non troverà mai in Napolitano un ostacolo. Anche in questo campo ci sono riforme che “non possono essere tenute in sospeso” o bloccate dalle “opposte pregiudiziali”. Ma anche qui il presidente della Repubblica rilancia la palla al governo. Le riforme istituzionali e la riforma della giustizia sono necessarie. La Costituzione può essere rivista nella sua seconda parte, secondo le procedure dell’articolo 138. Tutto si può fare, ma a tre precise e inderogabili condizioni. La prima, sui processi: le riforme siano “ispirate solo all’interesse generale”, cioè all’esclusivo “servizio dei cittadini”. Questo esclude che si possano riproporre leggi ad personam ispirate solo a un interesse particolare, e cioè al servizio di un cittadino (il premier). La seconda, sulla forma di governo: le riforme abbiano un “radicato ancoraggio” a quegli equilibri fondamentali tra potere esecutivo, potere legislativo e organi di garanzia sui quali poggia un sano sistema democraztico. Questo esclude presidenzialismi o premierati senza un corrispondente rafforzamento delle Camere e dei cosiddetti “poteri neutri”. La terza, sul metodo: le riforme esigono la ricerca della “condivisione più larga possibile”, nel solco della mozione approvata dal Senato il mese scorso. Questo esclude ogni forma di “patto scellerato”, e ricolloca il confronto nell’unico luogo aperto, legittimo e titolato ad ospitarlo, cioè il Parlamento.

La “Dottrina Napolitano” fa piazza pulita di alibi e dubbi, inciuci ed equivoci. Il suo riformismo costituzionale smonta il sintagma dei teorici di ritorno di una sedicente “rivoluzione liberale” che, nella versione periana, vedono la storica malattia italiana nell’idea stessa di un compromesso sulle regole. Il suo spirito costituente spezza il paradigma “hobbesiano” che, nella visione berlusconiana, lega l’esistenza stessa del diritto al principio di sovranità. Dove l’origine dell’ordine politico risiede solo nel riconoscimento collettivo del sovrano, dove la sovranità è il presupposto necessario per l’esistenza dell’ordine politico e dove perciò l’unico diritto possibile è il diritto posto dal sovrano (Maurizio Fioravanti, in “Fine del diritto”, Il Mulino). “Io non desisterò”, promette il presidente della Repubblica agli italiani, all’alba di questo insondabile 2010. Noi lo ringraziamo per questo. E siamo con lui.
Massimo Gianniniwww.repubblica.it 

Il messaggio del Presidente Napolitano

1 Gennaio 2010 – 15:33

Buona sera a voi che siete in ascolto.

Nel rivolgervi, mentre sta per concludersi il 2009, il più cordiale e affettuoso augurio, vorrei provarmi a condividere con voi qualche riflessione sul difficile periodo che abbiamo vissuto e su quel che ci attende.
Un anno fa, molto forte era la nostra preoccupazione per la crisi finanziaria ed economica da cui tutto il mondo era stato investito. La questione non riguardava solo l’Italia, ma avevamo motivi particolari di inquietudine per il nostro paese.

Oggi, a un anno di distanza, possiamo dire che un grande sforzo è stato compiuto e che risultati importanti sono stati raggiunti al livello mondiale : non era mai accaduto nel passato, in situazioni simili, che i rappresentanti degli Stati più importanti, di tutti i continenti, si incontrassero così di frequente, discutessero e lavorassero insieme per cercare delle vie d’uscita nel comune interesse, e per concordare le decisioni necessarie.

Proprio questo è invece accaduto nel corso dell’ultimo anno. L’Italia - sempre restando ancorata all’Europa - ha dato il suo apprezzato contributo, con il grande incontro del luglio scorso a L’Aquila, e ha per suo conto compiuto un serio sforzo.

Dico questo, vedete, guardando a quel che si è mosso nel profondo del nostro paese. Perché, lo so bene, abbiamo vissuto mesi molto agitati sul piano politico, ma ciò non deve impedirci di vedere come si sia operato in concreto da parte di tutte le istituzioni, realizzandosi, nonostante i forti contrasti, anche momenti di impegno comune e di positiva convergenza. Nello stesso tempo, nel tessuto più ampio e profondo della società si è reagito alla crisi con intelligenza, duttilità, senso di responsabilità, da parte delle imprese, delle famiglie, del mondo del lavoro.

Perciò guardiamo con fiducia, con più fiducia del 31 dicembre scorso, al nuovo anno.
Non posso tuttavia fare a meno di parlare del prezzo che da noi, in Italia, si è pagato alla crisi e di quello che ancora si rischia di pagare, specialmente in termini sociali e umani.

C’è stata una pesante caduta della produzione e dei consumi; ce ne stiamo sollevando; si è confermata la vocazione e intraprendenza industriale dell’Italia; ma ci sono state aziende, soprattutto piccole e medie imprese, che hanno subìto colpi non lievi; e a rischio, nel 2010, è soprattutto l’occupazione. Si è fatto non poco per salvaguardare il capitale umano, per mantenere al lavoro forze preziose anche nelle aziende in difficoltà, e si è allargata la rete delle misure di protezione e di sostegno; ma hanno pagato, in centinaia di migliaia, i lavoratori a tempo determinato i cui contratti non sono stati rinnovati e le cui tutele sono rimaste deboli o inesistenti; e indubbia è oggi la tendenza a un aumento della disoccupazione, soprattutto di quella giovanile.

Vengono così in primo piano antiche contraddizioni, caratteristiche dell’economia e della società italiana. Dissi da questi schermi un anno fa: affrontiamo la crisi come grande prova e occasione per aprire al Paese nuove prospettive di sviluppo, facendo i conti con le insufficienze e i problemi che ci portiamo dietro da troppo tempo - dalla crisi deve e può uscire un’Italia più giusta. Ebbene, questo è il discorso che resta ancora interamente aperto, questo è l’impegno di fondo che dobbiamo assumere insieme noi italiani.

Ma come riuscirvi? Guardando con coraggio alla realtà nei suoi aspetti più critici, ponendo mano a quelle riforme e a quelle scelte che non possono più essere rinviate, e facendoci guidare da grandi valori: solidarietà umana, coesione sociale, unità nazionale.

Parto dalla realtà delle famiglie che hanno avuto maggiori problemi: le coppie con più figli minori, le famiglie con anziani, le famiglie in cui solo una persona è occupata ed è un operaio. Le indagini condotte anche in Parlamento ci dicono che nel confronto internazionale, elevato è in Italia il livello della disuguaglianza e della povertà. Le retribuzioni dei lavoratori dipendenti hanno continuato ad essere penalizzate da un’alta pressione fiscale e contributiva; più basso è il reddito delle famiglie in cui ci sono occupati in impieghi “atipici”, comunque temporanei.

Le condizioni più critiche si riscontrano nel Mezzogiorno e tra i giovani. Sono queste le questioni che richiedono di essere poste al centro dell’attenzione politica e sociale, e quindi dell’azione pubblica. L’economia italiana deve crescere di più e meglio che negli ultimi quindici anni: ecco il nostro obbiettivo fondamentale. E perché cresca in modo più sostenuto l’Italia, deve crescere il Mezzogiorno, molto più fortemente il Mezzogiorno. Solo così, crescendo tutta insieme l’Italia, si può dare una risposta ai giovani che s’interrogano sul loro futuro.

C’è una cosa che non ci possiamo permettere: correre il rischio che i giovani si scoraggino, non vedano la possibilità di realizzarsi, di avere un’occupazione e una vita degna nel loro, nel nostro paese. Ci sono nelle nuove generazioni riserve magnifiche di energia, di talento, di volontà: ci credo non retoricamente, ma perché ho visto di persona come si manifestino in concreto quando se ne creino le condizioni.

Ho visto la motivazione, ho visto la passione di giovani, tra i quali molte donne, che quest’anno mi è accaduto di incontrare nei laboratori di ricerca; la motivazione e l’orgoglio dei giovani specializzati che sono il punto di forza di aziende di alta tecnologia; la passione e l’impegno che si esprimono nelle giovani orchestre concepite e guidate da generosi maestri. E penso alla motivazione e alla qualità dei giovani che si preparano alle selezioni più difficili per entrare in carriere pubbliche come la magistratura.

Certo, sono queste le energie giovanili che hanno potuto prendere le strade migliori; e tante sono purtroppo quelle che ancora si dibattono in una ricerca vana. Ma ho fiducia nell’insieme delle nuove generazioni che stanno crescendo; a tutti i giovani la società e i poteri pubblici debbono dare delle occasioni, e in primo luogo debbono garantire l’opportunità decisiva di formarsi grazie a un sistema di istruzione più moderno ed efficiente, capace di far emergere i talenti e di premiare il merito.

Più crescita, più sviluppo nel Mezzogiorno, più futuro per i giovani, più equità sociale. Sappiamo che a tal fine ci sono riforme e scelte da non rinviare: proprio negli scorsi giorni il governo ne ha annunciato due su temi molto impegnativi, la riforma degli ammortizzatori sociali e la riforma fiscale. La prima è chiamata in particolare a dare finalmente risposte di sicurezza e tutela a coloro che lavorano in condizioni di estrema flessibilità e precarietà.

La riforma annunciata per il fisco, è poi assolutamente cruciale; in quel campo, è vero, non si può più procedere con “rattoppi”, vanno presentate e dibattute un’analisi e una proposta d’insieme. E in quel dibattito si misurerà anche una rinnovata presa di coscienza del problema durissimo del debito dello Stato. Intanto, il Parlamento si è impegnato a riordinare la finanza pubblica con la legge sul federalismo fiscale e a regolarla con un nuovo sistema di leggi e procedure di bilancio. Due riforme già votate, su cui il Parlamento è stato largamente unito.

E vengo alle riforme istituzionali, e alla riforma della giustizia, delle quali tanto si parla. Ho detto più volte quale sia il mio pensiero; sulla base di valutazioni ispirate solo all’interesse generale, ho sostenuto che anche queste riforme non possono essere ancora tenute in sospeso, perché da esse dipende un più efficace funzionamento dello Stato al servizio dei cittadini e dello sviluppo del paese. Esse dunque non sono seconde alle riforme economiche e sociali e non possono essere bloccate da un clima di sospetto tra le forze politiche, e da opposte pregiudiziali.

La Costituzione può essere rivista - come d’altronde si propone da diverse sponde politiche - nella sua Seconda Parte. Può essere modificata, secondo le procedure che essa stessa prevede. L’essenziale è che - in un rinnovato ancoraggio a quei principi che sono la base del nostro stare insieme come nazione - siano sempre garantiti equilibri fondamentali tra governo e Parlamento, tra potere esecutivo, potere legislativo e istituzioni di garanzia, e che ci siano regole in cui debbano riconoscersi gli schieramenti sia di governo sia di opposizione.

Ho consigliato misura, realismo e ricerca dell’intesa, per giungere a una condivisione quanto più larga possibile, come ha di recente e concordemente suggerito anche il Senato. Voglio esprimere fiducia che in questo senso si andrà avanti, che non ci si bloccherà in sterili recriminazioni e contrapposizioni.

Il nuovo slancio di cui ha bisogno l’Italia, per andare oltre la crisi, verso un futuro più sicuro, richiede riforme, richiede convinzione e partecipazione diffuse in tutte le sfere sociali, richiede recupero di valori condivisi. Valori di solidarietà: e il paese, in effetti, se ne è mostrato ricco in quest’anno segnato da eventi tragici e dolorosi, da ultimo sconvolgenti alluvioni. Se ne è mostrato ricco stringendosi con animo fraterno alle popolazioni dell’Aquila e dell’Abruzzo colpite dal terremoto, o raccogliendosi commosso attorno alle famiglie dei caduti in Afganistan, e come sempre impegnandosi generosamente in molte buone cause, quelle del volontariato, della fattiva e affettuosa vicinanza ai portatori di handicap, ai più poveri, agli anziani soli, e del sostegno alla lotta contro le malattie più insidiose di cui soffrono anche tanti bambini.

E’ necessario essere vicini a tutte le realtà in cui si soffre anche perché ci si sente privati di diritti elementari: penso ai detenuti in carceri terribilmente sovraffollate, nelle quali non si vive decentemente, si è esposti ad abusi e rischi, e di certo non ci si rieduca.
Solidarietà significa anche comprensione e accoglienza verso gli stranieri che vengono in Italia, nei modi e nei limiti stabiliti, per svolgere un onesto lavoro o per trovare rifugio da guerre e da persecuzioni: le politiche volte ad affermare la legalità, e a garantire la sicurezza, pur nella loro severità, non possono far abbassare la guardia contro razzismo e xenofobia, non possono essere fraintese e prese a pretesto da chi nega ogni spirito di accoglienza con odiose preclusioni. Anche su questo versante va tutelata la coesione, e la qualità civile, della società italiana.

Qualità civile, qualità della vita: aspetti, questi, da considerare essenziali per valutare la condizione di una società, il benessere e il progresso umano. Contano sempre di più fattori non solo di ordine materiale ma di ordine morale, che danno senso alla vita delle persone e della collettività e ne costituiscono il tessuto connettivo.

E’ necessario che si riscoprano e si riaffermino valori troppo largamente ignorati e negati negli ultimi tempi. Più rispetto dei propri doveri verso la comunità, più sobrietà negli stili di vita, più attenzione e fraternità nei rapporti con gli altri, rifiuto intransigente della violenza e di ogni altra suggestione fatale che si insinua tra i giovani.

Considero importante il fatto che nel richiamo alla solidarietà e ai valori morali incontriamo la voce e l’impegno di religiosi e di laici, della Chiesa e del mondo cattolico. Così come nel discorso su una nuova concezione dello sviluppo - che tenga conto delle lezioni della crisi recente e dell’allarme per il clima e per l’ambiente - ritroviamo l’ispirazione e il pensiero del Pontefice. Vedo egualmente sentita da quel mondo l’esigenza dell’unità della nazione italiana.

In realtà, non è vero che il nostro paese sia diviso su tutto: esso è più unito di quanto appaia se si guarda solo alle tensioni della politica. Tensioni che è mio dovere sforzarmi di attenuare. E’ uno sforzo che mi auguro possa dare dei frutti, come è sembrato dinanzi a un episodio grave, quello dell’aggressione al Presidente del Consiglio: si dovrebbero ormai, da parte di tutti, contenere anche nel linguaggio pericolose esasperazioni polemiche, si dovrebbe contribuire a un ritorno di lucidità e di misura nel confronto politico.
Io posso assicurarvi che sono deciso a perseverare nel mio impegno per una maggiore unità della nazione : un impegno che richiede ancora tempo e pazienza, ma da cui non desisterò.

Anche perché nulla è per me come Presidente di tutti gli italiani più confortante che contribuire alla serenità di tutti voi. Mi hanno toccato le parole del comandante di un contingente dei nostri cari militari impegnati in missioni all’estero. Mi ha detto - dieci giorni fa in videoconferenza per gli auguri di Natale - che lui e i suoi “ragazzi” traggono serenità dai miei messaggi quando gli giungono attraverso la televisione.

Sì, hanno bisogno di maggiore serenità tutti i cittadini in tempi difficili come quelli attuali, lavoratori, disoccupati, giovani alle prese con problemi assillanti, quanti sono all’opera per rilanciare la nostra economia, e quanti servono con scrupolo lo Stato, in particolare le forze armate chiamate a tutelare la pace e la stabilità internazionale, o le forze dell’ordine che combattono con crescente successo le organizzazioni criminali. E a questo bisogno debbono corrispondere tutti coloro che hanno responsabilità elevate nella politica e nella società.

Serenità e speranza sento di potervi trasmettere oggi. Speranza guardando all’Italia che ha mostrato di volere e saper reagire alle difficoltà. Speranza guardando al mondo, per quanto turbato e sconvolto da conflitti e minacce, tra le quali si rinnova, sempre inquietante, quella del terrorismo. Speranza perché nuove luci per il nostro comune futuro sono venute dall’America e dal suo giovane Presidente, sono venute da tutti i paesi che si sono impegnati in un grande processo di cooperazione e riconciliazione, sono venute dalla nostra Europa, che ha scelto di rafforzare, con nuove istituzioni, la sua unità e rilanciare il suo ruolo, offrendo l’esempio della nostra pace nella libertà.
Questo è il mio messaggio e il mio augurio per il 2010, a voi italiane e italiani di ogni generazione e provenienza che salutate il nuovo anno con coloro che vi sono cari o lo salutate lontano dall’Italia ma con l’Italia nel cuore.

Ancora buon anno a tutti.

www.repubblica.it

L’ariete 2010 per Gramellini

31 Dicembre 2009 – 15:40

Il conservatore è colui che, davanti a un fatto nuovo, prima dice “non si può fare” e poi “lo abbiamo sempre fatto”. Non sarà questo il tuo destino, Ariete. Per crescere dovrai avventurarti oltre le colonne d’Ercole delle tue abitudini, fra le quali hai coltivato diverse paranoie. Qualcuno o qualcosa sta per cambiarti la vita e arriverà da un luogo che finora ti era sempre sembrato inadatto. Ha scritto Richard Bach: “Ogni cambiamento che ti turba è aria pura, camuffata per apparire il diavolo”. La maschera preferita dagli angeli. Massimo Gramellini

 www.lastampa.it

Chissà se Gramellini avrà ragione..!

Perché la muta cantilena del ragazzo che ripete “handicap” non sia un lamento ma un appello ad agire

31 Dicembre 2009 – 15:31

Siamo davvero diventati così, come ci descrive Shulim Vogelmann nella sua sconvolgente testimonianza apparsa su la Repubblica? Cinici, arroganti, indifferenti, apatici? Incapaci di sentire, di indignarci? E’ un ritratto impietoso, certo, quello di un Paese che, quasi inavvertitamente, tra passaggi burocratici e responsabilità puntualmente scaricate su qualcun altro, chissà chi poi, sta mutando pelle. Un’Italia inospitale, non accogliente, che non sorride ma ringhia, che si blinda nelle proprie certezze e si nasconde dietro a un numero. Il caso del ragazzo disabile colto senza biglietto e trattato come una grana di cui sbrigarsi può essere solo un incidente, un episodio isolato, certo. Ma non è isolata l’indifferenza che scorgiamo nei tanti scompartimenti di cui è fatta la nostra vita quotidiana: a scuola, nel lavoro, negli ospedali, per strada, nella vita politica.
Quanto è banale il male che sperimentiamo tutti i giorni: un alzata di spalle, uno sguardo che si abbassa, un ammiccamento gaglioffo. Tassello dopo tassello, questi gesti ci restituiscono un’immagine che non pensavamo ci corrispondesse, e invece ci interpella.
Interpella un governo che, nel campo del welfare, ha saputo solo tagliare servizi essenziali, con una sola priorità: quella di fare cassa. Di chiedere il biglietto. Anche quando di fronte non si trova un problema, ma una persona.
Interpella l’opposizione, quella del Partito Democratico, che proprio perchè ha l’ambizione di parlare a tutto il Paese ha il dovere di proporre, come stiamo cercando di fare, un’alternativa di governo.
Perchè la muta cantilena del ragazzo che ripete “handicap” ai controllori non sia un lamento, ma un appello ad agire. Un invito ad una responsabilità condivisa. Come ci sforziamo di fare in Parlamento sugli assegni familiari, sulla assistenza per chi ha una malattia cronica, sulla accessibilità per le persone con disabilità gravi.
A un esecutivo che si mette al riparo delle sue responsabilità dietro ad uno scudo fiscale, rispondiamo che non ci piace chi chiede solo il conto senza offrire niente in cambio in termini di servizi, prestazioni, opportunità di vita, come diceva un liberale come Ralf Dahrendorf.
Nessuno auspica un ritorno alla spesa allegra e al debito sulle spalle delle generazioni future. Sono stati i governi di centrosinistra a tenere saldo il rigore del bilancio dello Stato.
Ma efficienza non significa egoismo, efficacia non vuol dire mancanza di solidarietà, effettività non è la stessa cosa di irresponsabilità.
Consolare gli afflitti? Certo, in un paese in cui la crisi morde silenziosa le famiglie, i precari, i pensionati, le donne, gli invisibili. Ma anche - come invocava don Tonino Bello - affliggere i consolati. Incalzare chi si sente con la coscienza a posto. Come quei controllori, o quei governi, che si dimenticano la vocazione della cosa pubblica. Come patto e orizzonte condiviso di senso, come agire comune. Verso un Italia che non sia più indifferente, come sull’Eurostar di Vogelmann, ma differente. Davvero. www.partitodemocratico.it

L’autore è deputato PD e Coordinatore del Forum Welfare PD

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Quel ragazzo senza braccia

30 Dicembre 2009 – 14:32

CARO direttore, è domenica 27 dicembre. Eurostar Bari-Roma. Intorno a me famiglie soddisfatte e stanche dopo i festeggiamenti natalizi, studenti di ritorno alle proprie università, lavoratori un po’ tristi di dover abbandonare le proprie città per riprendere il lavoro al nord. Insieme a loro un ragazzo senza braccia.

Sì, senza braccia, con due moncherini fatti di tre dita che spuntano dalle spalle. È salito sul treno con le sue forze. Posa la borsa a tracolla per terra con enorme sforzo del collo e la spinge con i piedi sotto al sedile. Crolla sulla poltrona. Dietro agli spessi occhiali da miope tutta la sua sofferenza fisica e psichica per un gesto così semplice per gli altri: salire sul treno. Profondi respiri per calmare i battiti del cuore. Avrà massimo trent’anni.

Si parte. Poco prima della stazione di (…) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: “No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap”. Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l’umiliazione ripete “Handicap, handicap”.

I passeggeri del vagone, me compreso, seguono la scena trattenendo il respiro, molti con lo sguardo piantato a terra, senza nemmeno il coraggio di guardare. A questo punto, la ragazza diventa più dura e si rivolge al ragazzo con un tono sprezzante, come se si trattasse di un criminale; negli occhi ha uno sguardo accusatorio che sbatte in faccia a quel povero disgraziato. Per difendersi il giovane cerca di scrivere qualcosa per comunicare ciò che non riesce a dire; con la bocca prende la penna dal taschino e cerca di scrivere sul tavolino qualcosa. La ragazza gli prende la penna e lo rimprovera severamente dicendogli che non si scrive sui tavolini del treno. Nel vagone è calato un silenzio gelato. Vorrei intervenire, eppure sono bloccato.

La ragazza decide di risolvere la questione in altro modo e in ossequio alla procedura appresa al corso per controllori provetti si dirige a passi decisi in cerca del capotreno. Con la sua uscita di scena i viaggiatori riprendono a respirare, e tutti speriamo che la storia finisca lì: una riprovevole parentesi, una vergogna senza coda, che il controllore lasci perdere e si dedichi a controllare i biglietti al resto del treno. Invece no.
Tornano in due. Questa volta però, prima che raggiungano il giovane disabile, dal mio posto blocco controllore e capotreno e sottovoce faccio presente che data la situazione particolare forse è il caso di affrontare la cosa con un po’ più di compassione.

Al che la ragazza, apparentemente punta nel vivo, con aria acida mi spiega che sta compiendo il suo dovere, che ci sono delle regole da far rispettare, che la responsabilità è sua e io non c’entro niente. Il capotreno interviene e mi chiede qual è il mio problema. Gli riepilogo la situazione. Ascoltata la mia “deposizione”, il capotreno, anche lui sulla trentina, stabilisce che se il giovane non aveva fatto in tempo a fare il biglietto la colpa era sua e che comunque in stazione ci sono le macchinette self service. Sì, avete capito bene: a suo parere la soluzione giusta sarebbe stata la macchinetta self service. “Ma non ha braccia! Come faceva a usare la macchinetta self service?” chiedo al capotreno che con la sua logica burocratica mi risponde: “C’è l’assistenza”. “Certo, sempre pieno di assistenti delle Ferrovie dello Stato accanto alle macchinette self service” ribatto io, e aggiungo che le regole sono valide solo quando fa comodo perché durante l’andata l’Eurostar con prenotazione obbligatoria era pieno zeppo di gente in piedi senza biglietto e il controllore non è nemmeno passato a controllare il biglietti. “E lo sa perché?” ho concluso. “Perché quelle persone le braccia ce l’avevano…”.

Nel frattempo tutti i passeggeri che seguono l’evolversi della vicenda restano muti. Il capotreno procede oltre e raggiunto il ragazzo ripercorre tutta la procedura, con pari indifferenza, pari imperturbabilità. Con una differenza, probabilmente frutto del suo ruolo di capotreno: la sua decisione sarà esecutiva. Il ragazzo deve scendere dal treno, farsi un biglietto per il successivo treno diretto a Roma e salire su quello. Ma il giovane, saputa questa cosa, con lo sguardo disorientato, sudato per la paura, inizia a scuotere la testa e tutto il corpo nel tentativo disperato di spiegarsi; spiegazione espressa con la solita esplicita, evidente parola: handicap.

La risposta del capotreno è pronta: “Voi (voi chi?) pensate che siamo razzisti, ma noi qui non discriminiamo nessuno, noi facciamo soltanto il nostro lavoro, anzi, siamo il contrario del razzismo!”. E detto questo, su consiglio della ragazza controllore, si procede alla fase B: la polizia ferroviaria. Siamo arrivati alla stazione di (…). Sul treno salgono due agenti. Due signori tranquilli di mezza età. Nessuna aggressività nell’espressione del viso o nell’incedere. Devono essere abituati a casi di passeggeri senza biglietto che non vogliono pagare. Si dirigono verso il giovane disabile e come lo vedono uno di loro alza le mani al cielo e ad alta voce esclama: “Ah, questi, con questi non ci puoi fare nulla altrimenti succede un casino! Questi hanno sempre ragione, questi non li puoi toccare”. Dopodiché si consultano con il capotreno e la ragazza controllore e viene deciso che il ragazzo scenderà dal treno, un terzo controllore prenderà i soldi del disabile e gli farà il biglietto per il treno successivo, però senza posto assicurato: si dovrà sedere nel vagone ristorante.

Il giovane disabile, totalmente in balia degli eventi, ormai non tenta più di parlare, ma probabilmente capisce che gli sarà consentito proseguire il viaggio nel vagone ristorante e allora sollevato, con l’impeto di chi è scampato a un pericolo, di chi vede svanire la minaccia, si piega in avanti e bacia la mano del capotreno.

Epilogo della storia. Fatto scendere il disabile dal treno, prima che la polizia abbandoni il vagone, la ragazza controllore chiede ai poliziotti di annotarsi le mie generalità. Meravigliato, le chiedo per quale motivo. “Perché mi hai offesa”. “Ti ho forse detto parolacce? Ti ho impedito di fare il tuo lavoro?” le domando sempre più incredulo. Risposta: “Mi hai detto che sono maleducata”. Mi alzo e prendo la patente. Mentre un poliziotto si annota i miei dati su un foglio chiedo alla ragazza di dirmi il suo nome per sapere con chi ho avuto il piacere di interloquire. Lei, dopo un attimo di disorientamento, con tono soddisfatto, mi risponde che non è tenuta a dare i propri dati e mi dice che se voglio posso annotarmi il numero del treno.

Allora chiedo un riferimento ai poliziotti e anche loro si rifiutano e mi consigliano di segnarmi semplicemente: Polizia ferroviaria di (…). Avrei naturalmente voluto dire molte cose, ma la signora seduta accanto a me mi sussurra di non dire niente, e io decido di seguire il consiglio rimettendomi a sedere. Poliziotti e controllori abbandonano il vagone e il treno riparte. Le parole della mia vicina di posto sono state le uniche parole di solidarietà che ho sentito in tutta questa brutta storia. Per il resto, sono rimasti tutti fermi, in silenzio, a osservare. www.repubblica.itdi SHULIM VOGELMANN


L’autore è scrittore ed editore

Il calvario invisibile

17 Dicembre 2009 – 17:55

Oltre mezzo milione di italiani, l’equivalente di due medie città italiane, sono scomparsi dal loro luogo di lavoro e hanno perduto lo stipendio nel corso del 2009, più di centomila nell’ultimo trimestre (ISTAT), ma i siti di alcuni importanti giornali tardano a mettere la notizia on line e il TG del Minzculpop riuscirà a impapocchiare la notizia confrontandola con la disoccupazione in Bangladesh o nel Delta del Mississippi, ben dietro la resurrezione di Silvio uscito dalla grotta del dolore. Noi andiamo meglio degli altri, ci sentiremo ripetere, che è come dire, coraggio, signora, lei ha sei mesi di vita, pensi a quelli che ne hanno tre o quattro, e il pensiero di avere un po’ meno disoccupati che in America sarà certo di grande conforto per i Pautasso, i Percuocolo, i Busetto rimasti a piedi. Non ci sono prognosi per la guarigione di questi uomini e donne rimasti senza lavoro e non vedremo nei programmi di propaganda governativa come Pòrtalo via a Pòrtalo via (Andalù, l’amico degli animali) i loro volti sofferenti e feriti nei plastichini dei loro bilocali in via di sfratto, visto che nello stesso periodo i mutui in “sofferenza”, come se fossero i mutui a soffrire, sono raddoppiati, con le prefiche di regime alla Cicchitto, Quagliarella, Bonaiuti. Non c’è sangue, e i disoccupati non servono alla beatificazione del Primo Martire. Sono la realtà che scalfisce il mito. www.repubblica.it

Vittorio Zucconi