Un nuovo Risorgimento per l’Italia

5 Febbraio 2010 – 09:16

 

Sono convinto che all’Italia serva un nuovo Risorgimento.  Il Risorgimento non fu solo un momento storico, ma anche un risveglio politico e culturale di una Nazione asservita allo straniero. Esso conteneva straordinarie promesse di rinnovamento e di modernizzazione. In parte queste promesse si tramutarono in realtà, ma in moltissime occasioni rimasero solo aspirazioni.Oggi l’Italia deve svegliarsi dal torpore in cui il miraggio della destra neoconservatrice l’ha posta.  Abbiamo davanti a noi sfide decisive alle quali solo uno sforzo di elaborazione politica e culturale formidabile da parte dei riformisti può davvero essere in grado di dare risposta.È in ballo lo stesso patto che ci unisce.Il Sud, nonostante i grandi passi avanti, è rimasto un’area arretrata; la democrazia ha tardato decenni a svilupparsi ed è comunque rimasta prigioniera di mafie, clientelismi e conflitti d’interessi; le corporazioni continuano a strozzare le energie più giovani; le menti migliori e gli onesti preferiscono andarsene all’estero per trovare spazio ed opportunità.La politica rischia di non essere più rappresentativa delle parti più dinamiche della società. La storia del nostro Paese è composta di alcuni momenti eccezionali, durante i quali è sembrato che le aspirazioni ad una democrazia veramente compiuta potessero realizzarsi; il Risorgimento e la Resistenza sono stati alcuni di questi fondamentali momenti. Ma sono stati solo degli attimi, perché le forze culturalmente e politicamente più avanzate hanno sempre perso il confronto con quelle più conservatrici. Il Risorgimento fu infatti portato a termine dalla Monarchia Sabauda e la democrazia dei CLN uscita dalla Resistenza (il famoso Vento del Nord) fu spazzata via da una sua versione più moderata e tranquillizzante per le élite al potere.  Parlo di un nuovo Risorgimento perché la democrazia rischia di morire di consunzione. Essa va alimentata giorno per giorno. Abbiamo bisogno di Istituzioni che siano esempio per i giovani per sfatare il mito del “ma tanto sono tutti uguali”; abbiamo bisogno di partiti nei quali chi vuole innovare non sia marginalizzato e nei quali la direzione sia nelle mani di chi vuole il bene del Paese; abbiamo bisogno di sradicare la mafia che ormai strangola vaste regioni del Paese. Abbiamo bisogno di tornare ad entusiasmarci per la vita pubblica della nostra comunità.Reichlin parla giustamente di collegare il popolo alle scelte della leadership dei riformisti. Potremo avere un nuovo Risorgimento solo se uniremo il popolo alle battaglie che pensiamo siano giuste. La strada per i riformisti, che è stata invano tentata in quei brevi momenti della nostra storia di cui parlavo, è quella di  una battaglia che renda le scelte riformatrici culturalmente maggioritarie. Qui sta il punto. Non dobbiamo vincere una battaglia militare, ma ne dobbiamo vincere una ancora più grande. Dobbiamo costruire il consenso tra gli italiani su un progetto riformatore. Dobbiamo dire agli italiani che il patto che ci unisce si rinnova dando più spazio alla scuola; dando ai giovani possibilità concrete per costruirsi un vero futuro, dando alle donne più potere perché ancora oggi devono sostenere un carico doppio di responsabilità rispetto agli uomini; dando agli immigrati fiducia perché sono l’energia nuova dell’Italia.Oggi siamo una società immobile, nella quale manca anche la speranza nel futuro. A 150 anni dall’unità sembra che le motivazioni che ci hanno uniti siano venute meno. L’egoismo sembra avere preso il sopravvento sulla solidarietà e la paura per il diverso sembra essere divenuta la normalità. I riformisti hanno un compito decisivo: unire una volta per tutte questo Paese.  Il Pd di Bersani può governare questi processi. Sarà un impegno incredibilmente difficile perché il messaggio della destra è penetrato fortemente in vasti strati sociali, ma se non cominceremo a farlo il Paese è condannato a morire lentamente.Marcello Tarozzi

Bersani: «Non mollo, è questa la strada per costruire l’alternativa»

27 Gennaio 2010 – 14:23

 

Quando la polvere verrà giù, si capirà che alle regionali possiamo giocarcela. E che abbiamo evitato il rischio mortale di trovarci a metà legislatura con un partito chiuso in una riserva indiana». Le primarie pugliesi vinte da Nichi Vendola, le dimissioni del sindaco di Bologna Flavio Delbono. E poi le accuse di «politicismo» e insieme le difficoltà ad allargare i confini dell’alleanza, le candidature ancora da scegliere e il ricorso alle primarie, i troppi «personalismi» dentro al partito e un «senso di appartenenza» su cui bisogna lavorare. Pier Luigi Bersani non sottovaluta la difficoltà della situazione, ma a chi guarda al Pd vuole dare un messaggio rassicurante.
Reichlin sull’Unità ha scritto che le centinaia di migliaia di persone che fanno la fila per partecipare alle vicende del vostro partito danno “una forte spinta”. E però la vicenda pugliese ha segnalato quantomeno un’incomprensione, non crede?
«L’incomprensione riguarda il modo in cui noi possiamo interpretare la spinta per portare l’alternativa. Si è creata una sorta di dissociazione fra le radici da cui dobbiamo trarre energia e il grande orizzonte. Perché certamente questo passaggio è stato letto, per difficoltà anche nostre, come politicismo».
Lei lo ha detto più volte che la priorità sono le alleanze.
«E continuo a dirlo, non mollo su questo. Ora dobbiamo riuscire a far capire che quando si parla di alleanze lo si fa a partire dai sommovimenti profondi che ci sono nella società. Quando parliamo di alleanze parliamo di noi, delle nostre idee, dei nostri valori, parliamo di lavoro, uguaglianza, diritti, di una democrazia che non può diventare un plebiscito. Berlusconi ha ancora consenso ma non offre più un orizzonte. E noi non stiamo lavorando su un accrocchio politicista. Stiamo cercando le vie politiche per unire tutte le forze che possono costruire un’alternativa».
Per le regionali non ci siete riusciti.
«Le regionali sono una tappa. Dimostreremo che non siamo nella riserva indiana in cui il centrodestra ha pensato che fossimo dopo le europee e anche che è possibile portare l’avvicinamento delle forze di opposizione a una dimensione di governo in molte regioni».
l Pd ha però anche dimostrato difficoltà nella scelta delle candidature.
«Di problemi ne ho parlato anche durante il congresso e non è che si risolvano in quattro settimane. Riguardano il rapporto fra competizione e coesione. Ci sono elementi di anarchismo e di personalismo che richiedono di mettere mano a un tema che non si può rinviare, e cioè che noi giustamente ci siamo attrezzati su meccanismi che codificano elementi competitivi, selettivi, di partecipazione, ma non ci siamo occupati abbastanza di elementi coesivi, che non possono essere lasciati solo ai comportamenti, ma che devono far parte di regole su cui dobbiamo discutere. Ma detto questo, guardiamo ai fatti. In 10 delle 13 regioni che votano abbiamo già scelto le candidature. In sette sono del Pd, gli altri candidati sono personalità di primo piano come Vendola, Bonino e Bortolussi. L’Udc, che cinque anni fa era ovunque col centrodestra, stavolta tranne Lazio, e poi vedremo cosa succede in Campania e Calabria, o è con noi o va da solo».
Parlava della partecipazione e degli elementi competitivi: dopo le primarie pugliesi lo strumento è a rischio?
«Si tratta di un tema che anche statutariamente dovremo chiarire meglio. Noi le abbiamo inventate e non le molleremo mai. Tuttavia ci sono primarie e primarie. È il collettivo degli organismi dirigenti che deve prendersi la responsabilità di modelli partecipativi. Perché le primarie sono meccanismi che possono suscitare la primavera oppure testimoniare che ci indeboliamo per le secondarie. E questo in un partito deve essere valutato da collettivi, da organismi dirigenti, altrimenti non c’è ragione che ci sia un partito. L’obiettivo è battere la destra e portare avanti i nostri valori. Valori di uguaglianza, lavoro, solidarietà. E quindi la politica deve avere la sua barra. Un partito non è un notaio».
La vicenda pugliese ha mostrato che le soluzioni degli organismi dirigenti e esiti delle primarie non sempre coincidono, non crede?
«Non è un tema da drammatizzare, ma dobbiamo riconoscere che le primarie sono uno strumento che va affidato a degli organismi che a loro volta sono stati eletti con meccanismi che quasi sempre prevedono le primarie. Ci sono casi in cui le primarie suscitano la primavera, in cui consentono di sollecitare un’opinione. Ma ci possono essere dei casi in cui le primarie vengono lette dai cittadini come un problema interno, come incapacità di decidere. Facciamo attenzione, non chiamiamo con lo stesso nome tutte le cose».
Ci sarà chi commenterà negativamente anche questo, lo sa?
«Guardi, vedo anche gente che si dice amica nostra, anche molti commentatori, che ci sollecitano a lavorare in partecipazione, en plein air, e contemporaneamente leggere questo in termini di caos e divisione. O l’una o l’altra cosa, perché altrimenti c’è un elemento di slealtà verso il nostro progetto. Quando la polvere sarà venuta giù, noi saremo una squadra. Anche se dubito che saranno in molti alla fine a dirlo».
Prodi ha detto a Repubblica di non sapere cosa rispondere quando la gente gli chiede: ma chi comanda nel Pd?
«A Prodi voglio bene, ho per lui affetto e rispetto inattaccabili, anche quando gli si attribuiscono cose che non condivido. C’è un filo logico, che anche dentro un partito che ha i problemi che ha noi dobbiamo tirare sia nei giorni brutti che nei giorni belli. A me non sarebbe difficile rispondere al richiamo della foresta, battere sull’identità, sul noi, sull’avanti così. Sono capace anch’io. Ma se non abbiamo il coraggio di andare in luoghi anche complicati, Berlusconi non lo mandiamo a casa».
Nessuna autocritica anche sul caso Puglia?
«Su un punto, e cioè se noi dovessimo giocarci o no questa rischiosa coerenza. Si può concludere che abbiamo sbagliato a correre quel rischio. Ma l’idea di fondo non si può abbandonare. Noi non siamo mai stati contro Vendola. Abbiamo registrato che non eravamo in condizione di fare una coalizione vincente. E quindi abbiamo cercato strade che non escludessero Vendola, ma che trovassero un diverso assetto. La rischiosa scommessa è stata quella di proporre comunque un progetto, sapendo naturalmente che andavamo incontro a una sfida difficile. Una decisione che ha comunque condizionato scelte nell’altro campo, a cominciare da quelle dell’Udc. Ora se vogliamo, e dobbiamo, lavorare per vincere in Puglia, bisogna mettere da parte qualche argomento di troppo ascoltato, come la descrizione del Pd come partito che lavora sul politicismo, la nomenclatura».
Sempre convinto che si possa discutere con Berlusconi di riforme? Non tutti nel suo partito lo sono.
«Guardi, il nostro paradosso è che Berlusconi conosce noi meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Sa benissimo che abbiamo dei paletti. Che se oltrepassati porterebbero al referendum. Lo sa e non apre il tavolo. Ma noi che siamo un partito riformista dobbiamo chiedere il rafforzamento del sistema parlamentare, perché ogni giorno che passa loro avvelenano i pozzi del sistema. Questa cosa del sospetto, che gira dalle nostre latitudini, ci fa male. Noi dobbiamo essere più sicuri di noi. Io sono disposto ad andare a uno show down popolare su questo tema. Mi spaventa molto meno che lasciar correre tutti i giorni una deriva, una deformazione di questa nostra Costituzione. i continui dubbi ci indeboliscono. Se continuiamo a pensare che qualcuno di noi vuole vendersi a Berlusconi non andiamo da nessuna parte».
Galli Della Loggia scrive sul Corriere, dopo il caso Delbono, che la sinistra non può più pretendere di incarnare una superiorità morale nei confronti della destra. Cosa risponde?
«Che ogni analisi deve partire da una considerazione onesta che riassumerei così: paese che vai, usanze che trovi. Da noi funziona che anche un amministratore che proclama a voce dispiegata la sua innocenza dice prima di tutto la città. C’è un civismo e un’opinione pubblica che non tollera ombre. Allo stesso modo si potrebbe dire prima di tutto il paese, l’Italia. Un’analisi onesta non può non partire da questa colossale differenza di comportamenti. Il resto lo vede la magistratura, che dirà se i comportamenti sono stati leciti o illeciti. Aggiungo che mi aspetto tutti gli attacchi strumentali della destra, ma anche che ci sarà una netta smentita, perché certamente l’emozione è forte, certamente conoscendo quei luoghi la sensibilità su questi fatti è acutissima, ma la cosa più importante è cosa fai, come ti comporti, come reagisci, è come fai vedere che noi non siamo loro. E fin qui ci siamo riusciti, a cominciare da Delbono».
Come pensa si possa alimentare l’orgoglio di appartenenza al Pd, in un popolo anche frastornato da tutte queste vicende?
«Dimostrando che noi abbiamo un’altra agenda rispetto alla destra, che siamo il partito del lavoro, dei redditi medio bassi, dell’ambiente, che interpreta meglio in chiave popolare quello che la gente vive. E poi identificando il Pd come il soggetto che, non da solo, può veramente e non a chiacchiere mandare a casa Berlusconi». www.unita.it

 

D’Alema: «Puglia, quante calunnie: con Boccia vogliamo battere questa destra»

23 Gennaio 2010 – 11:15

 

Vedo che tutti danno per scontato che a vincere le primarie sarà Vendola”. Massimo D’Alema sfoglia i quotidiani mentre l’auto corre verso Foggia per l’ennesima iniziativa a sostegno del deputato Pd Francesco Boccia. Un po’ sorride delle “verità preconfezionate nelle redazioni dei giornali, che non sempre riflettono quello che avviene nella società”. Un po’ storce la bocca quando incappa in qualche “calunnia”: “Vogliamo vendere l’acquedotto pugliese a Caltagirone, facciamo costruire qui le centrali nucleari… ma come si fa? Idiozie di questo genere sono il segno di una degenerazione della lotta politica all’interno del centrosinistra. I cui effetti sono soltanto quelli di favorire la destra”.

Il confronto con la destra è a fine marzo, ma ora la sfida è tra Boccia e Vendola: valeva la pena, per allargare l’alleanza all’Udc, entrare in rotta di collisione col governatore uscente?
«Non è questo il punto. Il problema è l’anomalia della situazione pugliese, di cui troppo spesso ci si dimentica».

E sarebbe?
«Vendola è stato eletto nel 2005 da una coalizione che non esiste più. Udc e Idv sono stati entrambi all’opposizione per cinque anni. Un problema oggettivo, non creato dalla malvagità di D’Alema o del Pd. Da mesi abbiamo chiesto a Vendola di affrontarlo, avviando una discussione. Io stesso glielo chiesi, prima dell’estate. Ma invece di fare quello che sarebbe stato doveroso, Vendola si è autocandidato a nome del popolo. È stata una forzatura populista. Tutto il problema pugliese nasce da lì».

È astioso, le ripeterebbe Vendola.
«Non è questione di astio, ma di ricordare fatti che purtroppo sono totalmente rimossi dalla cronaca degli eventi. Quella che rivolgo a Nichi è una critica politica. Ha pensato di risolvere i problemi con il suo carisma personale, mettendo i partiti con le spalle al muro. Ma questa è un’idea della politica che ritengo sbagliata».

E fissare come priorità l’accordo con l’Udc è una politica giusta?
«Non si tratta solo di costruire un’alleanza con l’Udc. L’obiettivo che ci poniamo in Puglia è costruire un’alleanza anche sociale maggioritaria. Nel senso che contenga, oltre alle forze del mondo del lavoro e dei giovani, anche le imprese, le forze moderate, la società civile, nell’ottica di una battaglia meridionalista. È un tema molto più complesso, perché si tratta di consolidare una maggioranza democratica che si opponga al governo Berlusconi, contro il patto Pdl-Lega che danneggia il Mezzogiorno».

Parla di una battaglia meridionalista con l’Udc contro il governo, ma i centristi fanno sapere che non si alleeranno col Pd in Puglia se dovesse vincere Vendola e stanno chiudendo accordi con il Pdl nel Lazio, in Calabria e probabilmente anche in Campania.
«Se le cose dovessero andare in questo senso sarebbe molto negativo. Sarebbe grave se una forza politica che in Parlamento è schierata all’opposizione, e che in particolare ha caratterizzato la sua opposizione in chiave meridionalista in contrapposizione alle scelte del governo, poi si ritrovasse alleata col centrodestra nella maggioranza delle regioni meridionali. E noi dovremo dirlo con chiarezza in campagna elettorale, senza fare sconti a nessuno. Ma anche per questo acquista un grande valore, anche emblematico, la partita in Puglia».

Sicuri che sia stata la scelta migliore, candidare una figura non di primo piano come Boccia?
«Abbiamo voluto fare un investimento sul futuro della Puglia. E mi dispiace il tono di sufficienza a cui ricorre Vendola. Capisco che si tratta di un candidato che ha dieci anni meno di lui. Ma Boccia non è uno che abbia bisogno della balia, come ha detto Vendola. Mentre altri parlano tanto di ricambio generazionale, noi lo pratichiamo con un quarantenne che però è già stato assessore al Comune di Bari e l’uomo che il governo Prodi ha mandato a risanare i conti del Comune di Taranto. Capisco che di questo non si sia voluto parlare, che si è preferito mettere in scena un conflitto tra caro Massimo e caro Nichi».

«Caro Massimo», le dice appunto Vendola parlando dell’«affetto» nei suoi confronti: siamo al piano dei sentimenti?
«Noi ci occupiamo di politica. Il mio principale sentimento è cercare di creare una coalizione in grado di battere Berlusconi».

Anche Beppe Grillo è sceso in campo per Vendola, che ne pensa?
«Posso dare un consiglio a Nichi. Leggo certe dichiarazioni che sono il viatico verso la sconfitta certa. Nel senso che se Vendola dovesse vincere le primarie sull’onda di quegli argomenti, le regionali le perderebbe senza il minimo dubbio».

Perché Grillo l’ha paragonata a Caino, con Vendola nei panni di Abele? O perché sostiene che se vince Boccia e l’alleanza con «Casini-Caltagirone» ci sarà l’esproprio dell’acqua pubblica?
«Sono calunnie, accuse ridicole, come appunto quella che vogliamo vendere l’acquedotto pugliese a Caltagirone. Stupidaggini senza né capo né coda. Non solo perché non lo vogliamo fare ma anche perché non è che il candidato presidente diventa il padrone della Puglia. Questa è roba tremenda, ma per Nichi. Dà la sensazione di due modi diversi di affrontare le primarie. Noi le facciamo per vincere le elezioni. Dall’altra parte c’è chi le fa contro di noi. Ma se hai vinto contro di noi, dopo, con quegli altri perdi. Perché voglio vedere il giorno dopo le primarie dire: adesso per cortesia voi delinquenti e sporcaccioni che volevate vendere l’acquedotto mi date una mano per vincere le elezioni… Sarebbe complicato».

È una calunnia anche dire che solo se vince Vendola si avrà la certezza che in Puglia non si faranno centrali nucleari?
«Io penso che fare oggi le centrali nucleari in Italia, con una tecnologia ormai superata, è una scelta enormemente costosa e che non ha senso. Ma mi domando come si possa pensare che se il candidato presidente è Boccia anziché Vendola si faranno le centrali nucleari. Nichi farebbe bene a prendere le distanze da idiozie di questo genere».

La minoranza locale del Pd non sta facendo campagna per Boccia, molti dicono apertamente che sosterranno Vendola, e Vassallo va spiegando che non c’è nessun vincolo perché stando allo Statuto Boccia non è il candidato ufficiale del vostro partito. Che ne pensa?
«Che hanno una strana idea di partito. È come se uno gioca in una squadra e tifa perché vinca l’altra. Non è un grande spirito, non è un bel modo di stare insieme».

C’è chi sostiene che Emiliano non si stia impegnando abbastanza.
«Non è vero. Ho personalmente partecipato a diverse iniziative organizzate dal sindaco di Bari a sostegno di Boccia. Sono voci malevole messe in giro per creare confusione tra i militanti del Pd».www.unita.it

comune di imola e fondazione cassa di risparmio “insieme per le famiglie e per il lavoro”

19 Gennaio 2010 – 16:05

 

Un milione e 200mila euro per aiutare i giovani senza lavoro e senza ammortizzatori sociali, le famiglie in difficoltà (in particolare quelle con bambini in età scolare), chi ha bisogno di una casa. E’ la somma messa a disposizione da Comune di Imola e Fondazione Cassa di Risparmio di Imola per il 2010, nell’ambito del progetto a due mani “Insieme per le famiglie e per il lavoro”.Tra le azioni, la più innovativa è quella in base alla quale il Comune, attingendo al fondo stanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio, si accolla l’onere di corrispondere a giovani senza occupazione e privi di ammortizzatori un fisso mensile da 600 euro, in cambio di inserimento in azienda e/o corsi di formazione e qualificazione. Altre azioni prevedono riduzioni di tariffe dei servizi scolastici, utenze e ticket sanitari, agevolazioni per famiglie numerose, buoni libro e buoni per abbattere gli affitti. Per migliorare le relazioni tra generazioni, infine, è allo studio un servizio di somministrazione pasti agli anziani da parte di ragazzi dei movimenti giovanili.“Si tratta di una vera riforma degli ammortizzatori sociali, che sperimentiamo nella nostra città - sottolinea il sindaco Daniele Manca -. Con la misura a favore dei giovani introduciamo il criterio del salario minimo, inoltre valorizziamo le attività portate avanti da Caritas diocesana, associazionismo, cooperazione sociale, volontariato: in questa fase la rete è importantissima e il ruolo della Pubblica amministrazione è proprio quello di promuoverla. Con questo progetto la collaborazione di tutta la città si rafforza”.“E’ un progetto unico - aggiunge il presidente della Fondazione, Sergio Santi - poiché non mi risulta che altre fondazioni abbiano stanziati risorse a fondo perduto per aiutare chi è in difficoltà, attivando piuttosto forme di credito agevolato”.L’obiettivo del progetto, che vede un uguale impegno di risorse da parte di Comune (sotto forma di mancati incassi relativi agli sconti tariffari) e Fondazione (risorse aggiuntive che verranno inserite attraverso un emendamento al bilancio di previsione 2010), è quello di affrontare l’emergenza e dunque le misure saranno temporanee, per evitare l’assistenzialismo permanente.

100 anni dalla morte di Andrea Costa

19 Gennaio 2010 – 16:03

Nel 2010 ricorre il centenario della morte di Andrea Costa (1851-1910), pioniere del municipalismo popolare, tra i fondatori del partito socialista italiano, primo deputato socialista alla Camera dei deputati nel 1882, vicepresidente della medesima dal 1909 e personaggio eminente del socialismo europeo. Il Sindaco e la Giunta del Comune di Imola invitano a partecipare alle manifestazioni di seguito descritte. IMOLA 19 gennaio 2010 ore 16 Biblioteca comunale via Emilia 80 Incontro con i rappresentanti delle istituzioni per presentare le iniziative promosse in occasione del centenario della morte di Andrea Costa Intervengono: Daniele Manca, Sindaco del Comune di Imola; Paola Lanzon,        Presidente Consiglio Comunale di Imola; Conferenza Prof. Renato Zangheri IMOLA 19 gennaio ore 21 Biblioteca comunale via Emilia 80 Incontro rivolto alla cittadinanza sul tema “Andrea Costa e le politiche sociali tra Imola e l’Europa” Intervengono: Daniele Manca, Sindaco del Comune di Imola; Valter Galavotti   Assessore alla Cultura del Comune di Imola; Conversazione: Prof. Maurizio Ridolfi (Univ. Viterbo) ROMA 26 gennaio 2010 ore 11 Montecitorio, Sala della Lupa La Fondazione della Camera dei Deputati celebrerà il Deputato e Vicepresidente della Camera Andrea Costa a Roma, alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, del Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, del Presidente della Fondazione della Camera dei deputati, Fausto Bertinotti. Relazione: Giuseppe Tamburrano “Andrea Costa protagonista della nascita del movimento socialista”; Interventi: Giuseppe Parlato, Giuseppe Vacca, Angelo VentroneAll’iniziativa a Roma si partecipa solo con apposito invito

Google non compiace più il regime cinese

13 Gennaio 2010 – 18:36

In Cina fino a ieri, un’immagine poteva valere più di mille parole censurate. Ma da oggi Google ha deciso di  interrompere l’accordo con Pechino, secondo cui il motore di ricerca si impegnava ad escludere dai risultati tutto  quello che il governo cinese riteneva sconveniente.

Per la prima volta nella Storia, Google.cn restituisce risultati ad alcune delle migliaia di parole e di immagini  prima irraggiungibili, La cui non reperibilità veniva giustificata da una nota a fondo pagina, che laconicamente  annunciava che “in osservanza delle leggi locali, alcuni risultati non sono visualizzati”.
E così, cercando nell’archivio fotografico di big G, da oggi la Repubblica Popolare può trovare ciò che forse  neanche immaginava. E si tratta di migliaia di immagini che potenzialmente portano agli occhi dei cinesi la storia  e la contemporaneità sconosciuta del loro paese e del pianeta. Essendo questo il secolo di Google, divenuto ormai un’estensione della capacità percettiva della specie umana, una mossa di questo calibro equivale a una rivoluzione in cui il motore di ricerca si sostituisce, o meglio fa le veci del popolo.

Digitando ciò che prima portava a “nessun risultato”, l’immensa popolazione giovane cinese, nativa digitale e  predisposta per natura a aborrire la censura, da oggi potrà vedere le immagini di piazza Tien An Men nel 1989, teatro dela  sanguinosa repressione di ragazzi come loro sono oggi, sotto Deng Xiao Ping che la giustificava in nome del  progresso economico. Vedranno l’uomo solo, senza nome, in piedi immobile pararsi davanti al percorso dei carri armati in movimento. Vedranno tutto quello che finora forse gli è stato raccontato e che forse hanno immaginato come fosse una leggenda del loro paese, da oggi un po’ meno sconosciuto.
Potrà vedere il volto del Dalai Lama, le immagini del Tibet e delle repressioni da parte  cinese degli attivisti. Soprattutto, gli internauti cinesi potranno guardare le migliaia di esecuzioni capitali  documentate da Amnesty e da fotografi temerari e non autorizzati. E tutte le altre immagini, dalla Cina e dal mondo, di cui il Pechino ha finora mostrato solo quanto  e come ha voluto.

Quella della documentazione su internet è una battaglia che il Governo cinese combatte da anni contro il suo popolo  e le migliaia di hacker che a ogni nuova trovata di Pechino, dal software blocca-tutto Green Dam in poi, hanno  risposto con sprotezioni e aggiramenti del codice di sorveglianza. Una battaglia che con la rimozione del blocco di  Google di oggi segna un pesante e fondamentale punto a favore della libertà contro il controllo dell’informazione nella Repubblica Popolare.

Inizia così per i cinesi, con la possibilità di mettere meglio a fuoco il loro nuovo mondo, lo smantellamento di  quello che sul web veniva definito The Great Firewall of China, la grande muraglia digitale. Il primo muro, e forse  il più importante, a cadere davvero in questo anni “duepuntozero”. www.repubblica.it

Roberto Reggi: “Il PdL si rivolga a Maroni, non al sindaco di Imola”

9 Gennaio 2010 – 12:18

Roberto Reggi: “Il PdL si rivolga a Maroni, non al sindaco di Imola”
Così il responsabile Sicurezza del PD E-R sulla situazione del Commissariato PS di Imola
Questa la dichiarazione rilasciata da Roberto Reggi, responsabile del Dipartimento Sicurezza del PD dell’Emilia Romagna e Sindaco di Piacenza:”E’ giusto che i consiglieri del PdL si facciano interpreti dei problemi degli operatori della sicurezza del suo territorio - sottolinea il sindaco di Piacenza Roberto Reggi, responsabile del Dipartimento Sicurezza del PD regionale - ma dovrebbero rivolgersi, anziché al sindaco Manca, al Ministro dell’Interno Roberto Maroni, che con la mano destra taglia le risorse alle Forze di Polizia, al punto tale da lasciare senza riscaldamento il Commissariato di Imola, e con la sinistra si tiene ben stretti 100 milioni di euro da destinare alle Amministrazioni comunali amiche. Mi viene da ridere, per non piangere, quando il PdL chiede la disponibilità di fondazioni e soggetti privati a intervenire per risolvere il problema: la sicurezza è un bene pubblico da alimentare con risorse pubbliche, ed è preciso dovere del Governo garantire che i lavoratori delle Forze dell’Ordine abbiano le risorse finanziarie necessarie. Inoltre - aggiunge Reggi - il PdL dovrebbe sapere che il sindaco non ha alcuna competenza in merito. Le Forze di Polizia di Stato dipendono direttamente dal Ministero, da quel Maroni che si dichiara paladino della sicurezza a parole, ma nella pratica agisce come a Imola, tagliando risorse essenziali”. www.pder.it

Saviano: “africani coraggiosi contro le mafie”

9 Gennaio 2010 – 12:11

«La rivolta di Rosarno è la quarta rivolta degli africani in Italia contro le mafie», per questo secondo quello che dice Roberto Saviano  sono più coraggiosi di noi e non vanno criminalizzati ma scelti come alleati contro l’illegalità. «La prima - ricorda ancora Saviano  - ci fu a Villa Literno nel 1989, la seconda a Castelvolturno nel 2008 e le ultime due a Rosarno, sempre in seguito ad aggressioni subite da membri della comunità africana. Gli immigrati sembrano avere un coraggio contro le mafie che gli italiani hanno perso poichè per loro contrastare le organizzazioni criminali è questione di vita o di morte. E qualunque sia la nostra opinione sulle modalità della rivolta è necessario comprendere che ad essersi ribellata è la parte sana della comunità africana che non accetta compromessi con la ‘ndrangheta».
Per l’autore di Gomorra «gli immigrati che protestano sono nostri alleati nella battaglia all’illegalità e non dovremmo criminalizzarli. Mi piace sottolineare, a questo proposito, ancora una volta, che gli africani vengono in Italia a fare lavori che gli italiani non vogliono più fare e a difendere diritti che gli italiani non vogliono più difendere.» www.unita.it

La Baronessa Ashton tace. L’Europa ancora in ordine sparso

7 Gennaio 2010 – 16:21

Chi l’ha vista? Sull’Iran. Sullo Yemen. Sull’emergenza ambientale. Chi l’ha vista? Doveva essere la grande novità introdotta dal Trattato di Lisbona: poteri rafforzati, possibilità di realizzare una diplomazia comune, nelle linee e nel personale. Chi l’ha vista abbia la cortesia di segnalarla ai ragazzi dell’Onda Verde di Teheran che attendono ancora un atto forte dell’Europa a sostegno della loro lotta per i diritti, le libertà, la democrazia. E visto che c’è, la informi che il 2009 si è chiuso con un fallito attentato e il 2010 è iniziato con la psicosi-Al Qaeda. Con l’inquilino della Casa Bianca che mette a punto la strategia per la guerra al terrorismo jihadista in Afghanistan, Yemen, Somalia… informando poi a cose fatte i partner europei chiedendo loro di supportare quelle scelte con uomini (soldati) e mezzi. Il «sonno» della politica dell’Unione Europea ha il volto altolocato di Catherine Margaret Ashton, baronessa Ashton di Upholland, la neo ministra degli Esteri dell’Ue. Che fosse una scelta di basso profilo politico erano in molti ad averlo rimarcato. Ma pochi in quei molti potevano pensare che quel «low profile» divenisse «underground» a fronte di sollecitazioni così dirompenti come quelle emerse in questo fine 2009-inizio 2010.

Parole di verità erano sfuggite al ministro degli Esteri italiano, che in una intervista al Messaggero non aveva nascosto perplessità, in rapporto al dossier yemenita, sul silenzio di «Mrs Pesc». La baronessa Ashton, rilevava il titolare della Farnesina, «non ha ancora convocato alcuna riunione che, a mio avviso, avrebbe potuto portare la questione all’attenzione di tutti…». Considerazioni forti, che nella granitica coerenza del ministro durano lo spazio di poche ore. Il tempo trascorso dalla pubblicazione dell’intervista al comunicato della Farnesina nel quale si esprime il «più convinto apprezzamento per la tempestiva azione intrapresa dall’Alto Rappresentante per la Politica Estera, Baronessa Catherine Ashton e dal ministro degli Esteri spagnolo (Paese dal primo gennaio presidente di turno dell’Ue, ndr) Miguel Angel Moratinos, per favorire un più stretto coordinamento a fronte della delicata situazione yemenita…».

Prima la reprimenda. Poi la promozione a pieni voti. Il tutto nel silenzio regale della Baronessa sulla questione Yemen-Al Qaeda e sulla imbarazzante vicenda della «serrata» delle ambasciate occidentali a Sanaa. Si diceva: puntare su una rappresentante del Regno Unito alla guida della diplomazia europea può servire ad ancorare maggiormente la Gran Bretagna ad una politica estera europea condivisa. Illusione. Dall’Afghanistan allo Yemen, lo sguardo di Londra è sempre rivolto all’alleato di oltre Oceano piuttosto che alle altre cancellerie europee: in questa chiave, Gordon Brown sta a Barack Obama come Tony Blair stava a George W.Bush: asse privilegiato Usa-Gb, l’unità dell’Europa viene dopo. Se deve proprio esserci.

Silente sullo Yemen, Mrs.Pesc non è che si sia mostrata particolarmente comunicativa o attiva sull’altro fronte caldissimo: l’Iran. A Teheran le manifestazione dell’Onda Verde vengono represse nel sangue. Le carceri si riempiono di centinaia di manifestanti, i leader dell’opposizione sono minacciati di morte. La Baronessa tace. L’Europa parla ventisette lingue e dunque non incide. Indietro in ordine sparso. Come indietro è stata «rispedita» la delegazione dell’Europarlamento che avrebbe dovuto visitare l’Iran dal 7 all’11 gennaio. La missione è stata cancellata dalle autorità iraniane. «Mi dispiace molto per la cancellazione all’ultimo minuto della visita a Teheran della delegazione del Parlamento europeo, che offre una ulteriore triste prova delle autorità iraniane, le quali cercano di impedire ogni discussione sui gravi problemi irrisolti del loro Paese», è il commento della presidente della delegazione dell’Europarlamento, la deputata verde tedesca Barbara Lochbihler. «La delegazione aveva intenzione di esprimere solidarietà al movimento di protesta- aggiunge la capo delegazione - e questo è considerato troppo pericoloso dal governo iraniano». Lo schiaffo diplomatico è di quelli che lasciano il segno. Che chiedono risposte forti, prese di posizione adeguate. Ma l’imperturbabile Baronessa Ashton persegue nella linea del «low profile». Silenzio. L’Europa perde l’ennesima occasione per dare corpo ad una posizione comune.

Il multilateralismo evocato da Barack Obama resta così una suggestione che non si trasforma in politica. L’Europa arranca, si divide, al massimo riesce a trovare una quadra in dichiarazioni di principio destinata a restare tali. Altro esempio emblematico è il flop dell’Europa alla Conferenza di Copenaghen sul clima. A dominare è l’asse del G2: Usa-Cina. La Conferenza sarà ricordata per la tragica assenza di un leader, uno statista, una personalità in grado di guidare gli altri. La tanto invocata svolta epocale resta chiusa nel libro dei sogni. Qui, in verità, la Baronessa Ashton non ha colpe. I Ventisette divisi non incidono. Ancora una volta a manifestarsi è l’Europa del vorrei ma non posso, o non so come farlo. È l’Europa incapace di assumere un ruolo di leadership, di fornire garanzie e investimenti perché i Paesi più poveri e le economie emergenti decidessero di assumersi responsabilità dirette nella riduzione delle emissioni. Copenaghen racconta che i Paesi europei, tanto più se divisi, hanno ormai uno scarsissimo peso politico. Un’amarissima verità. www.unita.it

La dottrina del quirinale

2 Gennaio 2010 – 19:00

Come ogni Capodanno il “cuore d’Italia”, da Palermo ad Aosta, batte all’unisono con quello del presidente della Repubblica. Gli auguri di Giorgio Napolitano alla nazione rassicurano un’opinione pubblica esasperata e stimolano una classe politica esagitata. Il messaggio è vagamente ecumenico, il plauso unanimemente bipartisan. Ma senza alcuna pretesa di rovinare lo strano “presepe italiano” di fine 2009 (in cui si contempla la proditoria anomalia di una statuetta del Duomo di Milano e in cui si celebra l’assolutoria epifania del Partito dell’Amore) bisogna riconoscere che nel vigoroso “Inno alla serenità” pronunciato dal Capo dello Stato ci sono chiavi meno scontate e note più acuminate di quello che appaiono. La “Dottrina Napolitano” si incardina intorno a una premessa e a una promessa. La premessa riguarda le questioni economiche e sociali. L’Italia, dopo mesi “molto agitati”, ha un drammatico bisogno di essere governata.

Di fronte alla gravità di una crisi che pagheremo a caro prezzo sul piano dei costi economici (pesante caduta della produzione e dei consumi) e dei costi sociali (crollo dell’occupazione e aumento della povertà e delle disuguaglianze) il Paese ha reagito più con la forza delle sue braccia che non con la leva delle riforme. Il risultato nega l’assunto del presidente del Consiglio: nessuno sarà lasciato indietro. Non è vero. Chi è più forte ce la fa: imprese che hanno ristrutturato e lavoratori a tempo indeterminato con garanzie consolidate. Chi è più debole non ce la può fare: “invisibili” del ceto produttivo (micro-imprese senza rappresentanza e professionisti senza mercato) e soprattutto “invisibili” del mondo del lavoro (giovani precari con tutele deboli o inesistenti). Questa è la vera emergenza nazionale, che finora il governo ha affrontato con un approccio minimalista. Il Capo dello Stato ripropone invariato il monito che lanciò inutilmente il 31 dicembre del 2008: da questo abisso può riemergere un Paese più forte e più giusto. Se a distanza di un anno quel discorso resta “interamente aperto”, vuol dire che chi doveva adoperarsi per trasformare la difficoltà in opportunità non l’ha fatto. Ci sono riforme “non più rinviabili”. Non regge più l’alibi biblico del Qoelet (c’è un tempo per seminare, un tempo per raccogliere). La riforma degli ammortizzatori sociali e quella del fisco vanno fatte qui ed ora. Il governo le metta in campo, e la smetta di parlar d’altro.
La promessa riguarda le questioni politiche e istituzionali. Se rispetterà i tre valori intorno ai quali si cementa il civismo repubblicano (solidarietà, coesione sociale, unità nazionale) Berlusconi non troverà mai in Napolitano un ostacolo. Anche in questo campo ci sono riforme che “non possono essere tenute in sospeso” o bloccate dalle “opposte pregiudiziali”. Ma anche qui il presidente della Repubblica rilancia la palla al governo. Le riforme istituzionali e la riforma della giustizia sono necessarie. La Costituzione può essere rivista nella sua seconda parte, secondo le procedure dell’articolo 138. Tutto si può fare, ma a tre precise e inderogabili condizioni. La prima, sui processi: le riforme siano “ispirate solo all’interesse generale”, cioè all’esclusivo “servizio dei cittadini”. Questo esclude che si possano riproporre leggi ad personam ispirate solo a un interesse particolare, e cioè al servizio di un cittadino (il premier). La seconda, sulla forma di governo: le riforme abbiano un “radicato ancoraggio” a quegli equilibri fondamentali tra potere esecutivo, potere legislativo e organi di garanzia sui quali poggia un sano sistema democraztico. Questo esclude presidenzialismi o premierati senza un corrispondente rafforzamento delle Camere e dei cosiddetti “poteri neutri”. La terza, sul metodo: le riforme esigono la ricerca della “condivisione più larga possibile”, nel solco della mozione approvata dal Senato il mese scorso. Questo esclude ogni forma di “patto scellerato”, e ricolloca il confronto nell’unico luogo aperto, legittimo e titolato ad ospitarlo, cioè il Parlamento.

La “Dottrina Napolitano” fa piazza pulita di alibi e dubbi, inciuci ed equivoci. Il suo riformismo costituzionale smonta il sintagma dei teorici di ritorno di una sedicente “rivoluzione liberale” che, nella versione periana, vedono la storica malattia italiana nell’idea stessa di un compromesso sulle regole. Il suo spirito costituente spezza il paradigma “hobbesiano” che, nella visione berlusconiana, lega l’esistenza stessa del diritto al principio di sovranità. Dove l’origine dell’ordine politico risiede solo nel riconoscimento collettivo del sovrano, dove la sovranità è il presupposto necessario per l’esistenza dell’ordine politico e dove perciò l’unico diritto possibile è il diritto posto dal sovrano (Maurizio Fioravanti, in “Fine del diritto”, Il Mulino). “Io non desisterò”, promette il presidente della Repubblica agli italiani, all’alba di questo insondabile 2010. Noi lo ringraziamo per questo. E siamo con lui.
Massimo Gianniniwww.repubblica.it