La fine del PDL non sarà quella del PD
10 Agosto 2010 – 01:21 
In queste settimane di turbolenze all’interno della maggioranza di governo non pochi commentatori politici hanno evidenziato la debolezza del sistema politico che ormai dai primi anni ’90, cioè da quando scese in campo Berlusconi, caratterizza il nostro Paese.Sui grandi quotidiani nazionali, oltre alla cronaca della crisi che la destra sta vivendo, si è avanzata l’ipotesi che alla fine del PDL, il partito del “predellino”, si accompagnerà anche la fine del Pd.Al momento in cui scrivo questa lettera non è ancora chiaro come si svilupperà la crisi, ma credo si possano fare alcune riflessioni sul tema. Non sono convinto che, alle condizioni attuali, il Pd verrà meno. Se i riformisti italiani, di qualunque tradizione siano, non intenderanno restare minoritari nella cultura e nel panorama politico italiano, dovranno anzi accelerare il processo di costruzione del soggetto politico che li contiene.I partiti nascono per dare rappresentanza politica a interessi e a gruppi, più o meno larghi, della società. Possono essere più o meno strutturati (in Italia abbiamo conosciuto una importante stagione caratterizzata da grandi partiti di massa, ora ormai conclusasi) o più o meno legati alla figura di un leader carismatico.Nel caso del PDL si tratta (o trattava) di un partito nato per rispondere alla sfida lanciata dalla nascita del Pd. Nacque in una notte, senza un percorso politico e congressuale che ne sancisse davvero la consistenza. La ragione sociale è (era) essere strumento del leader per contrastare il Pd. Punto. Questo sembra tanto più vero proprio alla luce del fatto che l’unica Direzione finora convocata sia stata quella chiesta dai finiani nella primavera scorsa.Il PDL si è dimostrato un cartello elettorale attorno al quale si erano radunate forze diverse, tutte tenute assieme dal collante del berlusconismo. Ha certamente dato, e ancora in parte lo fa, rappresentanza a un arco di forze sociali importanti, ancora predominanti nel Paese, ma in sostanza tenute assieme da una leadership carismatica.Il PDL è nato perciò come risposta politica a un percorso che era invece maturato da tempo autonomamente nel centrosinistra (o meglio nelle forze che si riconoscevano nell’Ulivo). Non ha nemmeno la parola partito nella sua sigla. Nel momento in cui la leadership ha cominciato ad appannarsi, le ragioni che lo hanno originato sono venute meno.Le differenze tra PDL e Pd sono numerose. Innanzitutto il Pd è il frutto di un percorso iniziato a metà degli anni ’90, e in realtà, forse anche da prima. È nato grazie al contributo di forze attive della società, all’apporto di tradizioni politiche storicamente radicate, alla discussione e all’elaborazione culturale di importanti segmenti del mondo culturale italiano.Il Pd nella sua sigla (è l’unico ormai in Italia) contiene la parola partito. Non è un caso. Questo perché l’ambizione è grande; non è quella di costruire un cartello elettorale, bensì quella di dare corpo a una grande forza presente nella società con una sua proposta politica.Il Pd non è un partito del leader, ma è stato pensato per vivere oltre i suoi fondatori.Nel Pd si può discutere e dissentire dall’opinione della maggioranza.Tra i commentatori di questa estate politica turbolenta sembra essere maggioritaria l’opinione che l’eventuale caduta di Berlusconi creerà le condizioni per la fine del bipolarismo e dunque anche dei due partiti che hanno caratterizzato il sistema politico dal 2008 ad oggi. Perciò la vera domanda da porsi è se la caduta di Berlusconi comporterà anche quella del Pd. Come dicevo all’inizio io credo di no proprio perché se i riformisti (in primis quelli provenienti dal cattolicesimo democratico) non vorranno divenire attori di secondo o terzo piano nella scena politica dovranno per forza di cose rafforzare il processo di integrazione. Mi spiego meglio.Il PDL ha fallito nel tentativo di condurre la modernizzazione dell’Italia attraverso la democrazia populista perché, come ci ricorda spesso Bersani: “la democrazia populista è una democrazia che non decide”. È rimasto infatti prigioniero delle sue false promesse. Il Paese non è stato cambiato, se non in peggio, perché la destra non ha un vero progetto per il futuro. Il pensiero alla base dell’ideologia berlusoniana si può definire “corto”; in sostanza il consenso è stato raggiunto sfruttando paure e insicurezze del presente. La mancata modernizzazione, nonostante le tante promesse, passa appunto dalla mancanza di un reale progetto. Tutto ciò perché abbiamo vissuto un continuo plebiscito sul leader.Il punto vero per il Pd è essere finalmente quella forza in grado di riformare il Paese. Fino ad ora all’Italia è mancato un partito in grado di catalizzare le energie migliori del Paese in un progetto di riforme profonde e coraggiose. Siamo davvero sicuri che all’Italia serva un nuovo grande centro, luogo per eccellenza della non decisione?Questo è il compito storico dei democratici. Separati non si potrà assolvere questo compito perché è una strada che è stata già percorsa. Vogliamo costruire una nuova alleanza sociale attorno ad un progetto riformatore per il Paese oppure vogliamo recitare la parte dei comprimari mentre il vuoto lasciato da Berlusconi sarà riempito da altri, forse da una destra finalmente moderna. Come pensiamo di presentarci a questo appuntamento?
Io credo che le condizioni per dire quale idea di Paese abbiamo ci siano. Ora o mai più.
Marcello Tarozzi