Più militanti, meno notabili
21 Aprile 2010 – 16:59 
Se dovessi riassumere in poche parole il passo avanti che l’ultima direzione ha fatto fare al Partito democratico direi che stiamo “entrando in partita”. Finalmente. Si è aperto un dibattito serio nel quale la minaccia che Berlusconi rappresenta per la democrazia repubblicana è ben chiara ma viene collocata dentro una analisi che non si nasconde le ragioni per cui l’Italia da 15 anni declina. Adesso comincia a impoverirsi. Ma la cosa più drammatica è che non garantisce più lavori che non siano solo precari alla sua gioventù. Di fatto nega loro un futuro. E tutto ciò anche per colpa di un sistema politico che non funziona: non produce alternative ma “uomini soli al comando”, tanto pericolosi quanto impotenti.
Questa situazione è arrivata ormai a un punto di svolta. Stiamo assistendo a qualcosa che non riguarda solo il sistema politico ma il modo di essere e di pensare degli italiani: il loro “stare insieme”. In sostanza, è la figura storico-culturale dell’Italia disegnata più di mezzo secolo fa dalla Costituzione che è venuta in discussione. In questo senso si può parlare di un cambio di regime. Ed è questo che chiama in causa identità, ruolo e funzione nazionale dei partiti, essendo questi (forse l’avevamo dimenticato) non chiacchiere ma il riflesso di una determinata storia del Paese. Una forza rischia di parlare a vuoto se non si rende conto che è cambiato il terreno sul quale si ridefiniscono le sue funzioni, le sue lotte, i suoi progetti.
Questo problema (la funzione, il ruolo nazionale) riguarda noi come la destra. Io non so che esito avrà l’iniziativa di Fini. Mi sembra, però, che un fatto grosso sia già avvenuto ed è la fine di quello che è stato il capolavoro politico di Berlusconi, cioè l’avere unito sotto la sua guida, per un decennio, i “moderati” e i “reazionari”: cosa che non era mai avvenuto nella storia della Repubblica. Certo, resta l’alleanza di Berlusconi con la Lega, che non è poco. Ma rappresenta essa una nuova possibile proposta per l’Italia? Oppure è solo la cinica scommessa di chi non ha nulla da offrire agli italiani tranne che un plebiscito su se stesso?
Ecco allora il problema della sinistra. Siamo in grado di scendere sul nuovo terreno e di occupare lo spazio grande che si è aperto, quello di affermare il Pd come il partito dell’unità nazionale, la forza che si pone come garante del futuro della gioventù italiana? So che non è facile. Richiede una forza organizzata e coesa capace di parlare alla gente di Milano e di Palermo e di combattere non solo nei Palazzi ma sul terreno della mobilitazione dell’opinione pubblica e del sentimento nazionale ponendo chiaramente in luce quella che è diventata la sostanza del dibattito delle riforme costituzionali: una sfida mortale sul destino della democrazia italiana.
L’ho già scritto. È qui, nello scenario storico italiano nuovo e denso di interrogativi inediti, che si colloca il rilancio e il rinnovamento del Pd. È in questo cimento. Molta chiacchiera “riformista” di questi anni è alle nostre spalle. L’alternativa si fissa dove è tornato in gioco l’assetto dello Stato repubblicano definito dalla mia generazione a prezzo di molto sangue e molti sacrifici. Adesso largo ai giovani. Scendano però in questo agone. Spetta a loro rielaborare le ragioni dell’unità nazionale. È evidente che i problemi moderni sono anche altri. Ma tutti devono sapere che se si lacera il tessuto della nazione saranno i diritti democratici e quelli dei più deboli a pagare, anche al Nord. Sarà molto più difficile contrastare il “precariato” e difendere il lavoro.
Il «partito del Nord» è una sciocchezza
Chi lo sostiene non ha capito che la Lega non è riducibile ad un fenomeno “territoriale”. È un grande e devastante fenomeno politico costituito dal fatto che è esplosa una contraddizione fondamentale tra i bisogni di “modernità” acuiti dalle sfide concorrenziali del mondo e l’arretratezza e la corruzione dell’apparato statale italiano, a cui si aggiunge il peso del parassitismo meridionale. La Lega è cresciuta, non perché noi non l’abbiamo imitata abbastanza, ma perché non siamo stati capaci di ridefinire un compromesso positivo tra Nord e Sud che guardasse avanti, e cioè nel quadro del mondo europeo e mediterraneo. Questo è il nostro problema. Non è organizzativo (l’eterna discussione sul chi comanda) ma è l’esigenza di un nuovo modello di sviluppo dell’Italia. Io ricavo da tutto ciò il contrario di un radicalismo disperato che si affida solo alla protesta e contrappone gli italiani tra loro come nemici. Un Paese (Nord compreso) non va da nessuna parte se non ha un collante e una base comune.
Come mettere in campo un movimento di forze reali: questo è l’assillo che, dopotutto, spinse tanti di noi a sostenere Bersani. Perciò mi ha fatto piacere leggere su Repubblica, dopo tante esaltazioni delle “facce nuove” e dei partiti leggeri, l’elogio dei dirigenti popolari comunisti di una volta. È una vita che discuto col mio amico Scalfari.
Questa volta mi limiterei ad aggiungere che se prevalesse la tendenza a trasformare il Partito Democratico in un assemblaggio di cordate - le quali rappresentano alleanze essenzialmente elettorali volte quasi esclusivamente a conquistare cariche elettive (di per sé aspirazione giusta) - la conseguenza sarebbe che verrebbe meno l’ipotesi stessa di costruire una grande forza a “vocazione maggioritaria”.
Quale vocazione maggioritaria può esistere se non c’è spazio per la rappresentanza politica (non solo il voto) delle classi subalterne, degli umili, di coloro che subiscono ingiustizia? Un esito che diventa inevitabile in un partito non più di militanti proprio perché al suo interno, di fatto, i ceti subalterni non contano niente. Contano solo i notabili, dati anche i costi crescenti della politica. E allora te lo saluto il rinnovamento. Alfredo Reichlinwww.unita.it