Dove sono finiti i moderati?

26 Novembre 2009 – 14:39

Italia 2009: cercansi moderati disperatamente. Questo, a mio parere, potrebbe essere un avviso da appendere al portone del Palazzo della destra italiana e, di riflesso, di quella imolese. La domanda che mi pongo da tempo è: “dove siano finiti i famosi moderati della destra italiana nel loro momento di massima visibilità e di potere?”. Qualcuno scese in campo per portare la rivoluzione liberale e per aggregare i moderati, confusi e spaesati da Tangentopoli, in cerca di una casa politica. In quindici anni quella rivoluzione liberale non è avvenuta e, con tutta probabilità, non potrà avere luogo se a guidare il Paese sarà la destra a targa Berlusconi - Lega. Analizziamo bene il sistema politico italiano. Da una parte abbiamo un partito, il Pdl, figlio dell’incontro tra Forza Italia e AN e la Lega Nord; dall’altra il Pd, con il nuovo Segretario Pier Luigi Bersani, e l’Italia dei Valori; al centro, in attesa di fare da ago della bilancia, l’UDC di Casini. Pdl, Lega Nord e Italia dei Valori, con caratteristiche diverse soprattutto per la Lega, sono sostanzialmente partiti personali e del Leader. La loro forze deriva dal carisma del Leader; i gruppi dirigenti sono spesso emanazione della volontà del Leader e la proposta politica è spesso definibile come “emozionale”. Le proposte che questi partiti (o forse è meglio dire movimenti) pongono all’attenzione del pubblico (in questo caso più pubblico televisivo che cittadini) traggono la loro forza dalle emozioni che riescono a suscitare. Non conta il merito della proposta, conta molto di più come questa viene trasmessa alla gente e che sensazioni è in gradi di fare emergere. La Destra italiana non proviene da una tradizione di moderati conservatori, come la maggior parte delle destre europee, ma è l’incontro di tradizioni politiche antiliberali e del contenitore berlusconiano. È una destra definibile come: clericale nel senso che riempie da un punto di vista ideologico la propria offerta politica appiattendosi sulle dichiarazioni delle autorità ecclesiastiche; è intollerante verso le diversità che la società moderna impone idealizzando la formula “Dio, Patria e famiglia”; populista perché vive del rapporto diretto tra popolo e leader esaltando le paure dei cittadini; monopolista perché il mercato deve essere al servizio di poche famiglie o, magari, di una sola e infine ultraliberista quando ci si pone di fronte alla domanda di maggiore controllo sull’economia in nome di regole condivise. Infine, nei partiti della destra italiana non si fanno congressi. Non c’è democrazia di partito e non c’è discussione. I moderati della destra italiana, quelli veri, sono una minoranza etnica e come tutte le frange minoritarie non possono incidere sulla linea politica. Negli altri Paesi europei il moderato è un liberale (statalista o liberista a seconda della tradizione politica di provenienza) e un rappresentante di interessi nazionali, che vanno cioè al di là del proprio semplice giardino. Nei grandi Paesi avanzati non vince chi strilla di più. I veri moderati rispettano la divisione dei poteri perché è nella tradizione liberale e non cercano di prevaricare i poteri della magistratura per fini personali. Il Lodo Alfano e il processo breve erano davvero una priorità per il Paese o invece sarebbe stato meglio impegnarsi nell’affrontare la disoccupazione e la caduta del potere d’acquisto delle famiglie? I veri moderati rispettano le funzioni del Parlamento perché la nostra Costituzione pone in quella sede la dialettica tra le forze politiche e non cercano la “dittatura della maggioranza” , cercando di umiliare le minoranze. Anzi, i veri moderati hanno sempre temuto la dittatura della maggioranza. Ce lo ricorda Alexis de Tocqueville nel suo “La democrazia in America” quando afferma che: “non bisogna confondere la stabilità con la forza, la grandezza di una cosa con la sua durata”. Qualche settimana fa Giorgio Bettini ci ricordava che in Italia la destra è spesso specchio di impulsi antistatalisti e antiparlamentari di una parte della piccola borghesia che pensa che le regole del convivere democratico siano un impedimento alla propria realizzazione. Credo che questa analisi sia in buona parte vera. E’ una  questione di “educazione alla democrazia e alla religione civile” che ancora manca in Italia. Nel 1925 usciva l’opera di Piero Gobetti “La rivoluzione liberale”. È una questione ancora attuale. In Italia è mancata davvero una rivoluzione liberale. Nel Paese delle truffe di massa, della corruzione dilagante, della mancanza di senso civico, dell’enorme conflitto d’interessi che ormai più nessuno vede, è urgente che i riformisti si facciano interpreti di questa “rivoluzione”. Gobetti diceva con grande lucidità che: “il contrasto vero dei tempi nuovi come delle vecchie tradizioni non è tra dittatura e libertà, ma tra libertà e unanimità”. Il conformismo di massa ricercato dalla destra è il vero pericolo. Abbiamo bisogno di una rivoluzione liberale perché c’è bisogno di liberare energie nuove e perché dobbiamo attaccare privilegi e rendite di posizione. C’è bisogno di una rivoluzione liberale per dare speranza a chi ancora crede che le istituzioni siano al servizio di tutti e non di pochi monopolisti. Veniamo ora perciò al tema iniziale: “dove sono finiti i moderati italiani?” . Mi chiedo da tempo quali siano le loro posizioni di fronte al persistere del conflitto d’interessi, all’intolleranza e alla mancanza di senso democratico della Lega e alla sostanziale legalizzazione della corruzione e dell’evasione che si stanno operando. Desidererei sentire un colpo. In questo senso risulterà decisivo il ruolo del nuovo Pd di Bersani. Proprio in virtù di quanto affermato fino ad ora sono convinto che spetti ai riformisti di centrosinistra guidare la “rivoluzione liberale” di cui tanto avrebbe bisogno questo Paese. Per ora, in mancanza di risposte dai nostri interlocutori della destra, attendiamo ancora che i moderati si facciano vivi.

Marcello Tarozzi

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