Perché sostengo Bersani
3 Ottobre 2009 – 09:18Sostengo Pierluigi Bersani per diverse ragioni. Innanzitutto voglio dire che trovo salutare per il Pd che il percorso congressuale, ormai entrato nel vivo, abbia portato ad un confronto e una discussione politica nei Circoli. Ce n’era bisogno. Dopo la sconfitta del 2008 e quella alle elezioni europee di quest’anno non si era avviata una discussione seria all’interno del partito. Nel febbraio scorso scrissi alcune riflessioni sui riformisti, pubblicate dal Sabato Sera, una delle quali riguardava proprio la necessità di avere più coraggio nelle scelte e nella definizione della linea politica. Sono convinto che Bersani abbia avuto coraggio nel presentare la sua candidatura, perché, per disegnare un partito popolare come ormai da tempo afferma di volere fare, serve molto coraggio. Il Partito Democratico che vuole Bersani è una forza che non si limita a fotografare la società seguendone l’evoluzione da bordo campo, come purtroppo i partiti italiani fanno ormai da alcuni decenni, ma intende dare una direzione precisa, semplicemente perché nella società ci vive.
La sinistra italiana, i riformisti, per tornare politicamente importanti, hanno bisogno di costruire un partito che sia davvero tale, che abbia Circoli e organismi dirigenti che ne organizzino l’attività non solo in occasione delle campagne elettorali, ma tutto l’anno; circoli nei luoghi di lavoro che siano in grado di costruire iniziativa politica proprio dove ora ce n’è più bisogno; classi dirigenti preparate perché hanno fatto la “gavetta” nelle istituzioni locali; frequenti momenti di discussione, aperti sia agli iscritti che ai cittadini che vogliano parteciparvi. Per fare tutto ciò ci vuole coraggio, perché richiede uno sforzo politico e organizzativo straordinario. Sarebbe più semplice seguire la strada che Veltroni aveva intrapreso: avere un partito del leader che, di tanto in tanto, ottiene l’investitura popolare con il voto degli elettori. Per vincere abbiamo bisogno invece di un Partito che possa sopravvivere ai propri leaders, che abbia una identità forte e che costruisca una nuova cultura politica dei riformisti maggioritaria nel Paese.
Per battere la destra c’è bisogno di un Pd che sappia dove vuole andare, non di un Pd che prima di parlare si chiede se quello che dirà potrà scontentare qualcuno. Una identità forte non significa un recinto più stretto nel quale stare, ma, al contrario, un bagaglio di cultura politica più incisivo per allargare il consenso nella società. Non è vero nemmeno che in questo modo si fa morire il pluralismo interno, di cui il Pd è inscindibilmente figlio. Affermo ciò perché se davvero vogliamo rafforzare il Pd, dobbiamo fare sintesi nelle idee e non farci scudo di indentità ormai superate. La mia generazione e quelle ancora più giovani danno per scontata l’identità plurale del Pd e non se ne preoccupano. Non abbiamo paura di vivere un partito plurale. Non mi appassiona neanche la polemica sulle primarie. Pensiamo davvero che, chiunque vinca, il Pd possa abbandonare questa esperienza? Credo davvero che questo non possa avvenire.
Non è vero che l’elettore sia spaventato da un partito organizzato, radicato e con idee chiare. Abbandoniamo anche la contrapposizione tra iscritti ed elettori, perché senza iscritti non esiste un partito vero e perché senza elettori il partito muore. Abbiamo bisogno di centinaia di migliaia di iscritti perché non è vero che senza iscritti si evitano i potentati e le signorie locali, al contrario, si radica l’idea di un Partito comandato solo da coloro che se lo possono permettere. La migliore garanzia per dare la possibilità a tutti di partecipare attivamente all’attività del partito è la presenza di Circoli aperti, iscritti regolarmente registrati, feste per l’autofinanziamento trasparente e organismi dirigenti in cui si discute veramente. Il Paese è in difficoltà. Questo sarebbe il momento di portare avanti un’opposizione decisa, ma il partito oggi fatica ad avere gli strumenti per essere realmente incisivo. La nostra democrazia si sta indebolendo sotto i colpi di una destra populista e cinica, ma i partiti, troppo spesso di matrice personalistica, non danno adeguata risposta a questa situazione. Il partito leggero porta al “pensiero leggero” perché abbiamo rinunciato (o meglio i partiti hanno rinunciato) ai momenti di elaborazione politica che ne caratterizzano la vita interna. Per questo affermo che bisogna studiare di più. E ascoltare di più i cittadini. è necessario avere antenne sempre alzate tra la gente e per fare ciò è indispensabile un partito radicato.
La destra ha la forza dirompente dei grandi mezzi di comunicazione, noi abiamo bisogno di stare tra la gente tutto l’anno, non solo in campagna elettorale per chiedere il voto. Oggi si loda tanto la modalità della Lega, perché è in grado di essere presente sul territorio. Quel partito non fa altro che applicare modi che avevano caratterizzato i partiti di massa della prima repubblica. Dobbiamo essere in grado di fare sintesi tra queste modalità e le nuove esigenze della società attuale. Per aveve una democrazia funzionante e moderna è necessario che i partiti siano luogo aperto di discussione.Sono convinto che all’Italia serva questo Pd. Un Pd diverso da quello che abbiamo conosciuto fino ad ora. Non una caserma o una chiesa, ma una casa nella quale si può discutere serenamente, ma alla fine tutti insieme si intraprende la strada scelta. La crisi ha rimesso al centro la necessità di dare maggiori certezze ai cittadini. Tutto ciò ha paradossalmente rafforzato la proposta dei neoconservatori.
Oggi c’è bisogno di ricostruire la sinistra europea e il pd può essere la forza guida di questo importatissimo processo politico. In Giappone, USA, India e altri Paesi vincono i partiti che hanno saputo coagulare intorno a sé un vasto arco di forze sociali che non trovavano più risposte nella destra. Abbiamo bisogno di un pensiero nuovo non perché fa moda, ma perché la società non è più quella nella quale la socialdemocrazia classica è nata. C’è bisogno di un pensiero, come dicevo all’inizio, coraggioso. La sinistra europea sta attraversando il momento più critico degli ultimi decenni. Se solo dieci anni fa i socialisti governavano la maggior parte dei Paesi europei, oggi è la destra a vincere. La sinistra classica riformista è al minimo storico, spesso incalzata da formazioni più oltranziste. L’intuizione del Pd si rivela, alla luce di questo, ancora più valida. Le sconfitte elettorali non hanno testimoniato il fallimento del progetto politico, sono state invece figlie della mancanza di una vera strategia delle alleanze, della decisione consapevole di non costruire il partito nei territori (con la fortunata eccezione di alcune realtà come la nostra) e della mancanza di un progetto coerente di governo. In sostanza, abbiamo fatto alleanze insufficienti, abbiamo destrutturato il partito anche in zone dove Ds e Margherita erano presenti e attivi e non abbiamo convinto i cittadini a votarci perché siamo apparsi inadatti ad affrontare le nuove insicurezze che questo secolo ci sta offrendo. Contrariamente agli altri Paesi europei, però, abbiamo iniziato a costruire una forza che va oltre l’esperienza socialdemocratica e per questo sono convinto che prima di tanti altri, se perfezioneremo il progetto con le proposte di Bersani, potremo battere la destra.
Un’ultima riflessione. Qualcuno afferma che sia necessario evitare la politica di professione. Io credo di no. Al Paese serve professionalità. Non mi interessa se questa professionalità venga o meno da politici di mestiere. Nella storia la forza della sinistra è stata la convinzione che alla carriera politica potessero aspirare persone comuni , non solo chi poteva dedicate tempo e denaro oltre al proprio lavoro. Oggi si tratta sicuramente di operare un rivoluzione culturale nella selezione della classe dirigente e nelle candidature. Bersani dice che è necessario premiare chi si è fatto le ossa nei territori e non le fedeltà al potente di turno. Questa è la strada per il rinnovamento. Non vedo altre strade. Quelle troppo veloci e facili sono effimere. In questi ultimi venti giorni prima del 25 ottobre sarà opportuno un confronto sulle idee, più che sulle persone. Questo ci chiedono i cittadini. Se la dialettica tra le mozioni sarà cistruttiva, allora i cittadini parteciperanno in grande numero alle Primarie.
