Piero Grasso a Cortona

11 Settembre 2009 – 17:05

Una forza devastante “che si sostituisce allo Stato, si ossigena del silenzio delle persone e dice grazie a chi si dimostra indifferente”. È questa la Mafia raccontata da chi l’ha combattuta per tutta la vita, il procuratore nazionale Antimafia, Piero Grasso. La Scuola Politica del PD a Cortona, alla sua seconda edizione, affida a lui il primo intervento sul tema della democrazia.

“Viviamo il paradosso di una società democratica, ma non libera” spiega Grasso prima di ricordare che anche il regime di Hitler era formalmente democratico. Davanti ad una platea da tutto esaurito, chiede ai giovani di non dimenticare che la libertà “è un compito mai finito e non un abito esteriore di regole” e che “la Costituzione resta solo carta se non è alimentata dall’energia dei cittadini”. Nella sua lotta all’illegalità, il procuratore ha impoarato che quando mancano questi pochi elementi, per la criminalità organizzata è tutto più facile.

“Ci sono regioni del Sud – continua Grasso - in cui la violenza, i reati, la disoccupazione, la miseria, la morte sono all’ordine del giorno. In questi luoghi l’unica maestra di vita è la strada, la mafia usa la violenza per regolare l’ordine pubblico, per fare “giustizia”, per raccogliere consenso e prendere così il posto dello Stato”. Per un pubblico di giovani attenti uno scenario teorico si trasforma in fatti, aneddoti visti e toccati con mano dal magistrato nel corso della sua vita professionale: la mafia che vendica l’onore di una ragazza straniera sfregiata, la mafia che impone ai ricettatori di tenere la merce rubata almeno 24 ore, in modo da poterla restituire a chi chieda l’aiuto di Cosa Nostra. La mafia che nel corso del Maxi processo rinuncia alla linea difensiva (quella secondo cui non esiste nessuna società criminale organizzata) per comunicare che la cupola non aveva responsabilità nell’omicidio di un bambino di 11 anni avvenuto pochi giorni prima. Tutto per mantenere il consenso.

Piero Grasso, che all’epoca del maxi processo era procuratore di Palermo, ricorda quell’incarico come l’esperienza che gli cambiò la vita: “475 imputati che avevano infranto l’intero codice penale, solo gli omicidi erano 120. Mi sentivo investito di una responsabilità straordinaria perché ogni giorno perso a scrivere la sentenza voleva dire per loro un giorno in meno alla scarcerazione. Era una lotta contro il tempo, motivo per cui avevo rinunciato a tutto, tempo libero e tutto il resto”. Eppure capitava che non tutti giudici fossero così ligi e appassionati e che alcuni decidessero di scarcerare con estrema facilità. “A quel punto è umano chiedersi “Chi me lo fa fare? Tanti sacrifici per vedere i mafiosi a piede libero”. Poi però mi rispondevo che io dovevo dare retta solo alla mia coscienza”.

La platea di Cortona ascolta attenta un uomo che spinge i giovani alla “passione” e alla “lotta all’ingiustizia”. “Quando succede qualcosa di terribile purtroppo nessuno si domanda se si sarebbe potuto evitare se ognuno avesse fatto la sua parte”. Certo, l’attualità non è incoraggiante. Il procuratore non fa nomi ma si capisce bene il riferimento quando parla di “necessità di consenso”, “lotta contro la magistratura”, “clientele sanitarie “, “appalti a colpi di tangenti”. Tuttavia se si rinuncia a contrastare fenomeni di questo tipo “si corre il pericolo di delegare la lotta a pochi eroi isolati”. Lotta che invece deve essere sulle spalle di tutti e si deve unire a “una politica corretta, un mercato libero ed una scuola che funzioni”.

In tutt’altra direzione sembrano correre i provvedimenti del governo in materia di giustizia. Pessimo il giudizio del procuratore Antimafia sulla riforma dei pubblici ministeri che diventerebbero “avvocati della polizia, un modello spinto e motivato solo dal carrierismo e che risponderebbe necessariamente al potere esecutivo”. Stesso discorso per chi non si fa processare: “l’obbligatorietà della legge penale è un principio fondamentale di ogni democrazia”. E sulle intercettazioni tuona: “Non si può attenuare uno strumento che ha portato a risultati importanti, semmai si deve bilanciare il diritto all’informazione dei cittadini con il diritto alla riservatezza”. Il monito finale è chiaro: “Attenti a chi vuole riformare non la giustizia ma i magistrati!”, così come la strada che Grasso, e ci sia augura anche i suoi colleghi, hanno intenzione di intraprendere: “Noi andremo avanti comunque, in fondo siamo o non siamo antropologicamente diversi come ci hanno definito?”.

Nell’ultima parte del suo discorso il procuratore nazionale Antimafia rivendica per se e per i giovani presenti una parola dimenticata, o comunque male interpretata. L’utopia non è l’illusione, ma “una forza inarrestabile, è quando qualcuno dimostra che vi un mutamento possibile in un momento storico in cui sembrava impensabile. Un uomo senza ideali è solo impulso e se si abbandona l’idea di utopia si perde la volontà di fare storia e di comprenderla”. In fondo, se ci si pensa un attimo, “i momenti più felici dell’umanità sono stati quelli in cui le sfide impossibili hanno aperto la strada al progresso”. Di qui la rivalutazione di un altro concetto quello di ingenuità, tipico delle persone giovani e di quelle coraggiose come il primo oratore della scuola politica: “Siate ingenui, io lo sono ancora. Credete nei sogni e nella loro capacità di realizzarsi, portate avanti le vostre idee e fatelo con speranza. La mafia è l’eclissi della legalità ma sconfiggerla non è impossibile, lo stato deve volerlo. Io ho visto figli di mafiosi che hanno convinto i loro genitori a collaborare con la giustizia, ho visto ragazzi fare collette per comprare un trattore ai contadini danneggiati dalla mafia e soprattutto i miei colleghi Borsellino e Falcone mi sono sempre accanto con il loro esempio”. www.partitodemocratico.it

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