Le tre categorie dell’innovazione

19 Agosto 2009 – 15:56

il dibattito estivo sui quotidiani ha fatto emergere la necessità di ritrovare una dimensione collettiva che stiamo ormai perdendo. Berlusconi ha aggravato questo processo, ma non ne è l’unico responsabile. L’Italia è la punta avanzata di uno stile di vita che si sta radicando sempre più. Non del tutto a torto alcuni commentatori hanno affermato che il nostro Paese anticipa i cambiamenti politici e sociali che avranno luogo in Occidente. Alla dimensione pubblica e collettiva che aveva caratterizzato i primi anni del dopoguerra e che aveva permesso di uscire dalle rovine del conflitto con un Paese più forte, oggi ci troviamo di fronte all’apoteosi dell’ideologia individualista.
Nadia Urbinati e Lidia Ravera su l’Unità hanno colto molto bene questo aspetto, declinandolo nell’invito alle donne a ritrovare lo spirito di lotta per tornare ad avere un ruolo da protagoniste nella società italiana.
Tornare protagoniste attive e non passive, come invece propone il modello berlusconiano, per riformare il Paese. Se i diritti non sono ereditari, allora è necessario tornare ad essere collettività per imporre una nuova stagione riformista. In un Paese sostanzialmente ingessato, le riforme possono essere il frutto dell’impegno delle forze più innovatrici della società.
Alla società civile italiana serve svegliarsi dal torpore in cui il miraggio della destra neoconservatrice l’ha posta.
Quali possono essere i motori del cambiamento? Ce lo insegna la storia. Oltre alle donne, oggi più degli uomini mezzo straordinario per il cambiamento, sono i giovani e gli immigrati (anche se questo va contro lo spirito del tempo) che possono (e devono) avere un ruolo da protagonisti per riformare il Paese.
I giovani perché hanno in loro una carica innovatrice forte; gli immigrati perché, nel bene più che nel male, costituiscono energie nuove per un Paese che ha deciso di non fare più figli ormai da tempo.
Queste tre categorie, a mio avviso, dovrebbero rappresentare per chi pensa che il Paese debba uscire dal cono d’ombra in cui l’ha cacciato la destra, le forze su cui puntare. Oggi sembra che la società civile sia assuefatta o dormiente nei confronti delle malefatte del Berlusconismo. Qualcuno ha affermato che il problema sta nello sfarinamento della nostra società civile, frantumata e fiacca.
La politica deve tornare a parlare a queste categorie perché può trovare da loro nuova linfa, al contrario, se resterà chiusa nel proprio fortilizio, rischierà davvero di parlare sempre più a se stessa. Oggi chi è seriamente più interessato alla politica? Sono proprio gli immigrati perché è solo la politica che potrà dare loro nuove opportunità di miglioramento della propria condizione di “nuovi Italiani”. Prima o poi dovremo rendercene conto.
Siamo una società immobile, nella quale manca anche la speranza nel futuro.
A chi ha oggi meno di quarant’anni (nel nostro Paese le persone in questa categoria sono ancora considerate giovani) manca la speranza e invece dovrebbero essere proprio loro il motore principale per costruire un futuro diverso e migliore per l’Italia.
Una generazione nata nel benessere, in un periodo nel quale era normale pensare al futuro solo in termini di progresso e miglioramento delle condizioni di vita. Il futuro era certo, certo era il lavoro, una volta assunti, come certa era la convinzione che lo studio e una maggiore istruzione avrebbero assicurato una maggiore probabilità di innalzamento nella scala sociale.
Oggi però essere giovani significa vivere una condizione d’incertezza e di marginalità sociale al di fuori dell’attenzione della classe dirigente del Paese. Ilvo Diamanti ha affermato che in Italia il tempo si è fermato. Perché non c’è ricambio, né circolazione, né mobilità sociale. Perché sono invecchiati tutti. Tutti quelli che contano, quelli che fanno opinione. Quelli che decidono. Dal 1998 al 2004 l’età media di coloro che fanno parte delle cosiddette classi dirigenti è infatti passata da 57 a 61 anni.
Le promozioni avvengono soprattutto per anzianità, tralasciando il merito.
Se nella storia moderna è stata spesso la politica ad inseguire la società, oggi sembra il contrario. La destra ha creato un modello culturale grazie alla televisione e ha plasmato, trovando già un terreno fertile, la società italiana su quel modello. La società sembra docilmente sazia tra le braccia della destra. Le finte riforme che ci propone Berlusconi calano dall’alto. Tutto ciò è possibile perché non esiste davvero più la forma collettiva. Ciò che viene promesso, viene concesso ad una massa di individui da chi ci governa, senza alcuna mediazione.
Se nei decenni passati le riforme furono anche il frutto di battaglie e lotte popolari, nelle quali i giovani sono sempre stati in prima linea, oggi l’immagine culturalmente dominante del giovane è quella del ragazzo che fa la fila per fare il provino per il Grande Fratello. Anche se la realtà è ben diversa, il rischio è che, al contrario dei nostri padri o dei nostri nonni, che possono ancora ricordare stagioni di lotta per i diritti, ci ritroveremo a ricordare la nostra giovinezza parlando delle trasmissioni televisive preferite.
È questo quello che vogliamo veramente? Io credo di no.
Credo sia arrivato il momento per chi vuole un Paese diverso, di farsi avanti e di dare linfa ad una stagione di lotta per i diritti. Diritti per le Coppie di fatto, testamento biologico, diritti per gli immigrati che vogliono costruire ricchezza in Italia, diritti per le donne e per le giovani madri: credo siano queste alcune delle priorità per una politica realmente riformatrice.
La mitologia greca ci ricorda quello che nella storia è avvenuto spesso; il dio Crono, dopo aver detronizzato il padre Urano, divorò i propri figli per paura di perdere potere, ma, alla fine, Zeus, proprio uno dei suoi figli, riuscì a scalzarlo.

Marcello Tarozzi

 

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