I segreti di Tiananmen, escono le memorie di Zhao Ziyang

14 Maggio 2009 – 18:00


«La notte del 3 giugno, mentre mi trovavo in cortile con la mia famiglia, ho sentito un’intensa sparatoria. Una tragedia pronta a scioccare il mondo non era stata evitata».  Vent’anni dopo Tienanmen, era il 1989, le parole di Zhao Ziyang gettano sale su una ferita che ancora brucia.
Trenta ore di registrazione. Nastri contrabbandati all’estero, in posti sicuri, nella più assoluta segretezza. Sono nate così le memorie del segretario riformatore del Partito comunista cinese, epurato e messo agli arresti domiciliari all’indomani della carneficina di Tienanmen e rimasto prigioniero tra le pareti di casa fino alla morte avvenuta nel 2005. Il materiale raccolto in clandestinità è finito in un libro pubblicato in questi giorni nella sua versione inglese per la Simon & Schuster e in uscita in cinese il prossimo 29 maggio. Il titolo: «Prigioniero dello Stato, diario segreto del premier Zhao Ziyang».
«Quando Zhao morì, alcune persone che conoscevano l’esistenza del materiale hanno compiuto uno sforzo complesso e clandestino per raccogliere tutto il materiale in un unico posto e trascriverlo per la pubblicazione», ha spiegato Adi Ignatius, direttore dell’Harvard Business Review, che ha curato la prefazione delle memorie.
Protagonista di questo lavoro pericoloso e sotterraneo è stato Bao Tong, ex segretario di Zhao, che ha passato sette anni in carcere per il coinvolgimento nei fatti di Tiananmen ed è tuttora agli arresti domiciliari a Pechino. E rischia molto, perché per Pechino Tiananmen è ancora un nervo scoperto. È di questi giorni la notizia dell’arresto, vent’anni dopo, di un ex leader studentesco arrestato a suo tempo e poi emigrato negli Stati Uniti: rientrato in patria nel settembre scorso, Zhou Yongjun da mesi è detenuto con l’accusa di «frode».
Zhao non avrebbe voluto vedere i carri armati schierati contro ragazzi disarmati, che - questo è il racconto dello Zhao prigioniero - non volevano una rivoluzione ma solo riforme. Nell’imminenza della tragedia giurò che «qualunque cosa fosse accaduta» si sarebbe «rifiutato di diventare il segretario generale che mobilitò l’esercito per reprimere gli studenti».
L’ala conservatrice del partito, ispirata da Deng Xiaoping, era ormai determinata ad usare la forza. La notte del 19 maggio, per porre fine alla protesta, venne approvata la legge marziale e Zhao fu l’unico dirigente a votare contro, spingendosi al punto di sfidare il Partito presentandosi tra gli studenti di Piazza Tiananmen: per convincerli a terminare l’occupazione della piazza al più presto, evitando il peggio. Non servì a nulla se non ad isolarlo definitivamente nel Partito, che lo cancellò dalla vita pubblica. Senza però riuscire a spegnerne del tutto la voce, riemersa oggi con le memorie.
Nel libro, Zhao parla anche della necessità per il suo Paese di riformarsi secondo un concetto occidentale di democrazia. «Se non ci muoviamo verso questo obiettivo, sarà impossibile risolvere le anomale condizioni dell’economia di mercato in Cina». L’Unità

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