Sulla libertà e i partiti

11 Maggio 2009 – 08:25

Nel mondo gli spazi democratici e di libertà, ampliatisi considerevolmente dopo l’89, si stanno restringendo nuovamente. Dopo il crollo del muro di Berlino sembrava che la democrazia liberale sarebbe stata la forma di governo del futuro e che la libertà non sarebbe stata più un ideale per molti, bensì una realtà per tutti. Nel ‘600 John Milton scriveva un saggio per ricordare al Parlamento inglese che la libertà di espressione e di stampa erano ormai diritti dei cittadini. Il suo compatriota e contemporaneo Locke, uno dei padri del liberalismo,  parlava di uguaglianza, cittadinanza e tolleranza. Due secoli più tardi, un altro inglese, John Stuart Mill, parlava di termini a noi ben presenti, quelli dell’opinione pubblica, del governo della maggioranza e anche dei suoi rischi. La libertà era un concetto in espansione. Sempre più cittadini potevano godere delle libertà civili e anche le classi popolari, grazie ai movimenti socialisti e democratici, cominciarono a partecipare attivamente alla politica. Si parlava di diritti civili e sociali. Poi vennero i partiti di massa che educarono alla democrazia larghissimi strati della popolazione europea. Dopo il disastro della guerra, in Italia, ma anche nel resto del mondo, la politica si occupò di ricostruire materialmente e moralmente il Paese. I partiti guidarono questo processo, con grandi meriti. Parlare di partiti e politica significava parlare di progressi democratici e di libertà. Si esprimeva la propria voglia di libertà nei partiti.  Dall’appello di Milton di strada ne era stata fatta.Poi però caddero le ideologie e un certo disincanto si diffuse tra i cittadini. Cadde anche la partecipazione alla vita politica e a quella dei partiti. Prima della caduta del muro In Italia si era già coniato il termine partitocrazia per indicare la deformazione del governo della cosa pubblica in mano agli uomini di partito. Partito divenne un termine meno positivo. Nacquero movimenti personalistici, leghe, forze che facevano dell’antipolitica la propria ragione d’essere. Tutto ciò perché la politica non godeva più di quella legittimità “democratica” che aveva permesso di avere partiti veramente di massa, con milioni di iscritti e militanti, sedi, luoghi di discussione. I partiti di massa sono stati la culla di generazioni di leader; hanno promosso anche cultura e hanno insegnato la dialettica democratica a milioni di persone, ciò è innegabile. Perché allora la oggi politica è vista con distacco dalla maggior parte dei cittadini? Questa lontananza dalla politica permette a leader che dell’antipolitica fanno il proprio cavallo di battaglia di governare. Berlusconi governa perché riempie un vuoto, quello della politica, ma lo riempie con se stesso e con un modello culturale che distorce la realtà. La destra baratta la libertà con la libertà di spingere il pulsante di un telecomando, per cambiare canale. E la scelta è davvero deludente. Nel mondo la libertà si sta restringendo; la paura, le incertezze verso il futuro, la crisi economica e sociale stanno portando alla ribalta della politica personalità ambigue; a volte, platealmente in contrasto con il modello liberaldemocratico. In Italia questa crisi si avverte più che in altri paesi. Il tema centrale su cui è però necessario riflettere è che questi nuovi leader politici si impongono attraverso il voto, cioè la libera scelta dei cittadini. Vengono eletti, non imposti a forza. In Italia stanno diventando normali cose che normali non sono. Tutto ciò però viene costruito come modello culturale. Il berlusconismo è una ideologia che riempie il vuoto delle vecchie ideologie di partito. Se la politica non dà risposte alla gente, allora subentra il modello costruito per soddisfare le esigenze di un cittadino che è ormai consumatore passivo.Vuoi quel determinato calciatore nel Milan? Allora ci pensa Silvio. Vuoi pensare di non essere più povero rispetto a qualche anno fa? Allora basta ascoltare le parole rassicuranti del Presidente del Consiglio. Il sondaggio si sostituisce alla riflessione politica ed intellettuale. Nel frattempo la libertà muore. Qualcuno ha pensato di staccare la spina alla democrazia nel nostro Paese, ma col consenso del popolo. Mentre Roma brucia, possiamo guardarci una nuova puntata del Grande Fratello. Forse qualcuno penserà al futuro, forse. Il sole 24 ore ha confermato un dato ormai conosciuto da tempo: la maggior parte dei lavoratori sta con la destra. Ciò è frutto di delusione, disinformazione, senso di maggiore sicurezza che il populismo leghista e berlusconiano offre? Quando l’esempio che viene maggiormente seguito è costituito dall’antipolitica e da una leadership che si pone al di sopra della legge allora è tempo di una riflessione e di uno sforzo politico-culturale straordinario.Per questo sono ancora più convinto che i riformisti debbano stare uniti, anche se ai poteri forti del Paese questo  non piace. Anche se il vento spira in direzione contraria, sono i riformisti gli unici a potere tracciare la strada giusta all’Italia. La libertà non è proprietà di chi si riempie la bocca  di questa parola mentre si prepara a mettere un nuovo strato di cerone. La libertà vera è nella storia dei partiti della sinistra e dei riformisti perché questi hanno portato milioni di persone a stare meglio dei propri padri, perché hanno pensato che i diritti non fossero una elargizione di qualcuno  ma un completamento della libertà della persona. Siamo liberi quando ci permettono di pensare liberamente. Oggi in Italia siamo davvero sicuri che sia così? Comincio ad avere seri dubbi. Umiltà, sobrietà ed equilibrio non sono sinonimi di debolezza, ma, al contrario, di forza morale. All’Italia servono i riformisti e serve un grande partito riformista. Un partito, non una massa di adulatori. I partiti sono il sale della democrazia, dicevano gli americani, e hanno il compito e il dovere di allargare il campo democratico, di essere trasparenti nella propria vita interna, di promuovere la classe dirigente, di dare una direzione per il futuro. Credo che questo sia il compito dei riformisti. La libertà è da difendere giorno per giorno, generazione per generazione e oggi penso sia uno di quei momenti in cui è necessario farlo. Non con le armi, come i nostri nonni,ma con la parola, il confronto, la serietà e la moralità che contraddistinguono i riformisti, nonostante tutti i limiti e i loro difetti.

C’era un tempo in cui mostrare la tessera di un partito e partecipare all’attività del circolo o della sezione era un atto d’orgoglio e di libertà. Torniamo a quel tempo. Si può.

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