Presentazione risultati Mi fido di te

30 Marzo 2009 – 13:53

La Campagna Mi fido di te è nata su impulso di un gruppo di trentenni del Pd dell’Unione Comunale di Imola. Abbiamo voluto ascoltare la generazione nata tra la fine degli anni ’60 e l’inizio degli anni ’80 (26-39 anni) che spesso è stata definita la generazione invisibile, nella politica come nella società. Una generazione nata nel benessere, in un periodo nel quale era normale pensare al futuro solo in termini di progresso e miglioramento delle condizioni di vita. Il futuro era certo, certo era il lavoro, una volta assunti, come certa era la convinzione che lo studio e una maggiore istruzione avrebbero assicurato una maggiore probabilità di innalzamento nella scala sociale. Nei primi decenni del dopoguerra, a 40 anni si era adulti, si aveva, nella maggior parte dei casi, già una famiglia, dei figli, un mutuo sulla casa che lo stipendio riusciva a pagare, una certa posizione nel lavoro, la certezza di potere andare in pensione dignitosamente. La politica e i partiti avevano ricostruito il Paese, modernizzandolo; avevano perciò una larga legittimazione popolare. Si pensava insomma che nel futuro ci sarebbero stati certamente solo dei segni più. Oggi coloro che hanno meno di 40 anni sono considerati, e forse si considerano, ancora “giovani” e faticano a costruirsi un’identità da “adulti”. Noi crediamo però che una persona di trent’anni non sia più un giovane, infatti preferiamo parlare di giovani-adulti.
Nella nostra ricerca (si badi bene, essendo un Partito non l’abbiamo potuta svolgere con criteri pienamente scientifici, ma siamo comunque convinti della sua utilità) abbiamo voluto porgere l’orecchio verso una fascia d’età (del tutto arbitraria ma che si può certamente definire come quella dei trentenni) più lontana dalla politica, dai partiti, ma anche da una società che la considera ancora inadatta a ricoprire ruoli di responsabilità. Perché bisogna fare la gavetta. Siamo d’accordo sulla necessità di fare la gavetta, ma il rischio è che questa si protragga oltre una ragionevole durata.
Abbiamo ascoltato 427 persone. Un numero notevole per la realtà imolese, ma ancora più interessante alla luce del pregiudizio sull’apatia di queste persone e della disillusione, che purtroppo esiste in dosi notevoli, verso la politica. Questo pregiudizio viene in parte smentito dal grande numero di questionari compilati (per compilare le 26 domande erano necessari almeno 10 minuti). La voglia di essere ascoltati è stata nettamente percepibile, anche in virtù del fatto che circa un quinto dei questionari anonimi è stato firmato con i propri dati personali. e 176 hanno voluto lasciare suggerimenti e proposte. Stasera presentiamo i risultati dell’ascolto, ma la nostra intenzione sarà quella di proseguire il percorso intrapreso cercando di concretizzare le proposte più interessanti attraverso la nostra rappresentanza nelle istituzioni locali e di realizzare ulteriori campagne sui temi che maggiormente interessano questi cittadini. Abbiamo parlato di generazione dal futuro “sospeso” perché proprio loro ce lo hanno detto, se ben il 45% ha affermato che il proprio futuro sarà peggiore o uguale a quello dei propri genitori, contro solo u n 28% che pensa invece che sarà migliore.
Qualche giorno fa è stato presentato il rapporto CNEL sulla situazione degli under 40; il titolo, molto eloquente, è Urge Ricambio Generazionale. Le valutazioni che vengono esposte nella ricerca nazionale coincidono in buona parte con quanto emerso dalla nostra Campagna. Anche noi pensiamo che sia necessario un ricambio generazionale, non solo nella politica, ma anche nei posti chiave della società e dell’economia. Nel nostro territorio il Pd ha promosso e promuoverà un forte ricambio generazionale, forse più che in altre realtà. Questo è un segnale positivo, ma, nonostante l’eccellenza del nostro territorio in moltissimi ambiti, alcune distorsioni nel rapporto tra generazioni emergono anche dai questionari raccolti.
A livello nazionale nella politica italiana il tema del ricambio si pone con forza. Oggi in Italia lo squilibrio si riversa nella gestione della cosa pubblica, il potere è nelle mani dell’età di mezzo. L’elettore medio ha 47 anni, in ciò la politica rispecchia la società esistente. La quota di giovani nei ruoli direttivi negli ultimi 10 anni è diminuita. I deputati under 35 sono il 6%, ma il segmento di popolazione tra i 25 e i 35 anni è del 19%. Una generazione deve potere avere voce per cambiare la propria condizione, ma ora non c’è questa possibilità. Vi è un deficit di rappresentanza. Per quanto riguarda il nostro territorio questo deficit è meno presente, grazie a giovani che hanno voluto e potuto impegnarsi in politica.
Essere giovani significa, e lo vedremo dai risultati dei questionari, vivere una condizione d’incertezza e di marginalità sociale al di fuori dell’attenzione della classe dirigente del Paese. Ilvo Diamanti ha affermato che in Italia il tempo si è fermato. Perché non c’è ricambio, né circolazione, né mobilità sociale. Perché sono invecchiati tutti. Tutti quelli che contano, quelli che fanno opinione. Quelli che decidono. Dal 1998 al 2004 l’età media di coloro che fanno parte delle cosiddette classi dirigenti è infatti passata da 57 a 61 anni.
Per quanto riguarda il mondo del lavoro è significativo il dato per cui tra i lavoratori con meno di 40 anni solo un terzo viene assunto con contratto a tempo indeterminato. Prima ancora che dalla politica, tuttavia, l’emarginazione dei giovani italiani nasce nel mondo del lavoro. Incertezza, disoccupazione, bassi salari sono tre dei principali fattori di disagio con cui i giovani guardano al problema del lavoro. I dati: oltre un collaboratore su due ha meno di 35 anni. Ma non si tratta di contratti d’ingresso: secondo l’Istat, il 73,1% dei giovani che alla fine del 2006 erano assunti con un contratto di collaborazione, a distanza di un anno erano ancora nella stessa posizione. Naturalmente chi lavora per 10 anni a progetto, come collaboratore, o a tempo determinato ogni volta è costretto a ricominciare dalla base della piramide, rimanendo di fatto escluso dalle posizioni di vertice.
Le promozioni avvengono soprattutto per anzianità, tralasciando il merito.
Oggi i veri poveri sono gli under 35, soprattutto in questa fase di crisi. I compensi dei giovani sono infatti sempre più bassi rispetto alle altre classi di età. Si riconoscono sempre meno le competenze dei giovani, anche se sono molto superiori grazie alla maggiore scolarizzazione. Un giovane lavoratore inglese guadagna quasi il doppio, un tedesco il 47% in più, un francese il 28% in più di un italiano. Le donne con meno 40 anni poi guadagnano mediamente metà degli uomini.
La nostra è una società sostanzialmente conservatrice perché le promozioni, oltre che per l’anzianità, avvengono grazie alle relazioni familiari o raccomandazioni. In Italia si è qualcuno non in virtù del merito e del talento, bensì delle proprie conoscenze. Intendiamoci, non è sempre così, ma il nostro Paese è purtroppo spesso chiuso a chi vuole innovare.
Il sociologo Louis Chauvel ha definito i nati quelli dal 1968 all’inizio degli anni ’80 i baby losers (proprio le persone interessate dalla nostra inchiesta), perdenti in quanto a reddito e stile di vita, pur esseno più scolarizzati vivranno peggio rispetto ai propri genitori. Prima dei 25 anni il 50% dei danesi, francesi, tedeschi, inglesi lascia la casa dei propri genitori. In Italia ciò avviene a 30 anni. Secondo il rapporto del CNEL il 59% di coloro che hanno tra i 25 e i 29 anni e il 31% di quelli tra 30-34 anni stanno ancora a casa con genitori. La decisione è molto spesso frutto delle condizioni economiche che non permettono una precoce scelta d’indipendenza.
In ogni caso spesso è necessario un aiuto delle famiglie. Il 63% degli under 30 riceve un sostegno economico dalla famiglia. In questo scenario desolante il ruolo delle famiglie è ambiguo. I genitori italiani sono tra i più generosi d’Europa quando è necessario dare un aiuto ai propri figli, mentre nel momento in cui sono chiamati a pensare ai giovani in quanto tali (e quindi ai figli degli altri) diventano molto egoisti. In pratica ci troviamo di fronte a una vera e propria legge del contrappasso: ciò che i genitori tolgono ai propri figli nella vita pubblica, è restituito (e con interessi molto alti) all’interno dei nuclei familiari. Vedremo anche questo nella nostra ricerca. Ma le conseguenze non sono positive: Il rischio è che i giovani, rassegnati a questo immobilismo sociale, continuino ad accettare la propria condizione di emarginati in una società organizzata per caste e al cui vertice si trova una gerontocrazia inamovibile.
La carica innovatrice dei giovani viene perciò neutralizzata. Essere giovani non rappresenta un merito in sé e non è garanzia di cambiamento e novità. Ovviamente è possibile incontrare molte persone d’esperienza con una lucidità maggiore di molti ventenni o trentenni, ma è necessario comunque un cambiamento culturale. Una rivoluzione. L’Italia necessità di una rivoluzione culturale per dare fiducia ai giovani. Le classi dirigenti si formano, ne siamo convinti, con la gavetta nei territori. Secondo De Rita serve policentrismo per la formazione delle classi dirigenti, perché esse si fanno in periferia. Crediamo che i passi da compiere siano due:
1) Coloro che oggi detengono le posizioni di responsabilità nella società e nella politica devono promuovere la cultura del merito e non quella della cooptazione in base alla fedeltà
2) I giovani devono proporsi con idee e progetti nuovi, anche con coraggio e non attendere di essere scelti. Provare a scavalcare la fila.
Crono dopo aver detronizzato il padre Urano divorava i propri figli per paura di perdere potere, ma, alla fine, Zeus, proprio uno dei suoi figli, riuscì a scalzarlo.
La nostra ricerca vuole dare risposte concrete a esigenze concrete. Se spesso, chi ricopre posizioni di potere, quasi con paternalismo, afferma che i giovani e i giovanissimi hanno il dovere di sognare e di avere ideali, di volere cambiare il mondo, oggi il rischio invece è che sia il mondo a cambiare i giovani. Proprio perché non si permette ai giovani di dare reale rappresentanza alle proprie istanze: Istanze molto, molto concrete: casa, lavoro, famiglia, diritti. Perché quando questi vogliono cominciare a parlare di cose concrete e non più solo di sogni, chi li aveva incoraggiati a sognare comincia a storcere il naso.
Tocca alla politica, dopo aver provato ad ascoltare, provare ad elaborare le soluzioni, ritrovando l’umiltà e la necessaria sobrietà per tornare sulle frequenze di questi cittadini.
La ricerca completa e tutti i dati saranno presto disponibili sul blog www.mifidoditeimola.it

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