L’Università a picco

4 Febbraio 2009 – 18:48

 

Immatricolazioni universitarie a picco. In appena due anni, mentre il numero di studenti promossi alla maturità è notevolmente cresciuto, i nuovi iscritti all’università sono scesi del 4,4 per cento. Un calo con il quale dovranno fare i conti i singoli atenei che non sembrano più attrarre i giovani come qualche anno fa.
In Italia, il numero di immatricolazioni all’anno accademico 2008/2009 fa segnare il record negativo degli ultimi sette anni. Secondo il dato diffuso qualche giorno fa dal ministero dell’Università, le new entry di quest’anno toccano quota 312.104. Nel 2006/2007 furono oltre 14 mila in più: 326.384 in totale. Le regioni italiane dove si registra il decremento più consistente sono quelle meridionali: meno 6,6 per cento in un solo anno. Eppure, considerato che gli studenti promossi all’esame di maturità sono aumentati in maniera consistente, le cose sarebbero dovute andare diversamente. In base alle percentuali di candidati, non ammessi (dall’anno 2006/2007) e bocciati agli esami di stato pubblicati dal ministero dell’Istruzione, nel 2004/2005 si diplomarono quasi 430 mila studenti che sono arrivati a 463.400 l’anno scorso. Ma nello stesso periodo gli ingressi all’università sono diminuiti. Nel corrente anno accademico, rapportando gli immatricolati con i diplomati dell’anno precedente, solo due studenti su tre (il 67 per cento) hanno scelto di proseguire gli studi dopo la scuola. Due anni fa la percentuale era di gran lunga superiore: oltre il 75 per cento.
L’università con ogni probabilità non è più vista da studenti e famiglie come l’unico percorso di studi che può ampliare gli sbocchi lavorativi. Sempre più giovani preferiscono fermarsi dopo il diploma della scuola secondaria di secondo grado e cercare un lavoro. Erano 100 mila nel 2004/2005 mentre quest’anno sono saliti a 150 mila. Oltre alle difficoltà di trovare un impiego anche dopo la, laurea, uno dei fattori che probabilmente ha contribuito a scoraggiare l’ingresso all’università è il costo delle tasse e dei contributi richiesti dagli atenei.(…) La Repubblica

Alla luce di questi dati forse un ragionamento più serio della riforma Gelmini della scuola/Università andrà fatto. Evidentemente l’Università non è più vista come il momento culminante della formazione di un giovane. Stiamo assistendo ad una regressione della società italiana, anche dal punto di vista della formazione.

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