Una rivoluzione culturale per l’Italia

23 Dicembre 2008 – 21:04

 

L’elettore medio italiano oggi ha 47 anni e nel corso dei prossimi anni questa età è destinata ad aumentare. Ciò significa che la politica del futuro sarà sempre più legata alle problematiche degli elettori della fascia d’età più avanzata, perché, lo si voglia o no, la politica non è altro che lo specchio della società.Il dibattito che si è avviato negli ultimi tempi sul declino del nostro Paese ha spesso messo in evidenza la propensione culturale italiana nell’avere una classe dirigente, nella politica come nell’economia, con un’età decisamente più avanzata rispetto agli altri grandi Paesi europei. Il nostro Presidente del Consiglio ha infatti 72 anni e l’età media del suo overno è 53 anni. In Italia si è “giovani” fino ad un’età che negli altri Paesi viene considerata ormai il limite massimo per la propria attività pubblica.Nel Who is who Italy su cinquemila curricula di persone influenti del nostro Paese solo lo 0,9% corrisponde a quello di dirigenti politici e lo 0,4% a quello di dirigenti d’azienda con meno di 35 anni.Altro dato centrale è la mancanza delle donne nei ruoli chiave della politica e dell’economia. Anche in questo caso sono convinto che ciò sia dovuto ad un forte ritardo culturale del nostro Paese. In Italia la maggior parte del lavoro di cura è ancora sulle spalle delle donne, le quali devono purtroppo spesso scegliere tra la famiglia e la carriera. Per le donne, soprattutto se hanno figli, fare politica diventa molte volte un lusso, mentre per molti uomini fuggire dai doveri familiari diventa la regola.A queste considerazioni si aggiunga il dato riguardante la mobilità sociale; l’Italia è il Paese più iniquo d’Europa e con la mobilità sociale più scarsa: in sostanza, chi nasce in una famiglia di operai ha moltissime probabilità di restare tale nella sua vita lavorativa.Premesso ciò credo che ci si pongano due grandi temi:-          la necessità di una “rivoluzione culturale” nella definizione dei criteri per la costruzione della futura classe dirigente-          la necessità altresì di porsi realmente la domanda di cosa intendiamo noi per “classe dirigente”Non penso che un Paese che intende entrare nella modernità possa continuare ad essere guidato ai più alti livelli da persone nate quando Mussolini proclamava l’Impero in Africa o quando veniva varato il Piano Marshall per salvare l’Europa dalla distruzione della seconda guerra mondiale. Non dico questo per un “giovanilismo di maniera”, anche perché vi sono persone d’esperienza che hanno una lucidità più grande di molti ventenni o trentenni, non è questa la questione; sono convinto però che l’Italia debba avere più fiducia in coloro che potrebbero dare un grande contributo in freschezza d’idee e innovazione. Purtroppo però nel lavoro ai giovani si chiede spesso di attendere il proprio “turno” in attesa che qualcuno termini il proprio percorso. Penso che anche i giovani non debbano attendere di essere scelti, ma si debbano proporre con idee nuove.Per arrivare al secondo punto, penso che dobbiamo riflettere su cosa si intenda per classe dirigente. La storia moderna del nostro Paese ha dimostrato che l’Italia ha avuto alcuni grandi momenti in cui si è costruita una nuova classe dirigente riformatrice, se non “rivoluzionaria”, in campo politico e sociale. Penso al Risorgimento quando una ristretta élite diede vita all’unificazione e agli anni della Resistenza e della Costituente quando i grandi partiti democratici e popolari scrissero insieme le regole della nostra Repubblica (moltissimi dei padri costituenti erano giovani ventenni e trentenni, oggi tutto ciò sarebbe impensabile). In questi momenti si posero le basi per la costruzione di una nuova classe dirigente del Paese che aveva meritato di essere tale sul campo, sia a livello nazionale che a livello locale.Nel corso dei decenni però i meccanismi per la promozione della classe dirigente si sono in parte confrontati con ritardi culturali che hanno impedito l’affermarsi delle regole basate sulla meritocrazia. In Italia è normale che persone che hanno effettuato anni e anni di studi non siano giudicate in base alle loro capacità, ma in base alle loro relazioni personali. In Italia è considerato normale che a 60 o a 70 anni si possa essere il manager di una grande impresa nazionale.È vero, tocca ai giovani “sgomitare” per farsi largo, ma nel nostro Paese le condizioni per questo evento hanno potuto avere luogo solo in alcuni periodi storici (il caso di Tangentopoli, che spazzò via una classe politica e imprenditoriale, è un caso particolare). Proprio in virtù di queste considerazioni, sono convinto del ruolo centrale della politica e soprattutto dei partiti. È compito dei partiti dare corpo alla “rivoluzione culturale” di cui parlavo. È anche grazie ai partiti, e non solo nei partiti, che si deve costruire una parte importante della futura classe dirigente. È un ruolo eccezionalmente importante perché è da ciò che si deciderà il futuro dell’Italia.

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