La Birmania un anno dopo
11 Novembre 2008 – 18:03 
Un anno fa, di questi giorni, entravano nelle nostre case le immagini di migliaia di monaci buddisti, scalzi e a mani nude, nelle loro tuniche color zafferano, in corteo nelle strade delle città birmane. Protestavano contro un violento rincaro dei prezzi che rendeva ancora più penose le condizioni di vita quotidiana di una popolazione già frustrata dalla povertà e dall’oppressione della dittatura. La protesta dilagò per settimane in tutto il paese. Fino a che la giunta militare - inizialmente sorpresa e incerta di fronte a quel moto di popolo - lo soffocò con la violenza.
L’indignazione fu enorme. Il Consiglio di Sicurezza dell’Onu condannò la repressione. Il Segretario generale Ban Ki Moon nominò un Rappresentante speciale, Ibrahim Gambari, con il compito di promuovere e favorire una stagione di riconciliazione nazionale e di transizione democratica.
Stati Uniti, Unione Europea e altre nazioni occidentali adottarono sanzioni. L’Asean - l’associazione regionale dei Paesi del Sud-est asiatico - e i principali Paesi della regione, pur non adottando sanzioni, chiesero la fine della repressione e l’avvio di un dialogo tra Giunta e opposizione democratica guidata da Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la Pace e leader di quella Lega Nazionale per la Democrazia (Ndl) che nel ‘90 aveva ottenuto una schiacciante vittoria elettorale, subito soffocata dai militari.
Nelle settimane immediatamente successive alla repressione la Giunta - consapevole e preoccupata dell’assoluto isolamento internazionale in cui era precipitata - fece qualche timida apertura: Gambari potè visitare il Paese, ottenendo la liberazione di gran parte degli arrestati, incontrando Aung San Suu Kyi e promuovendo l’avvio di colloqui tra un rappresentante della Giunta e la stessa Aung San Suu Kyi, che ebbe anche la possibilità di riunirsi - per la prima volta dopo anni di isolamento - con i pochi dirigenti della Nld ancora in libertà.
Sembrò, e questa era la speranza del mondo intero, che si aprisse quella fase di dialogo che, coinvolgendo tutti gli attori del Paese - Giunta militare, opposizione democratica, minoranze etniche, autorità religiose - consentisse alla Birmania di realizzare una transizione democratica e di farlo nella stabilità, aspetto quest’ultimo a cui sono particolarmente attenti i Paesi asiatici, in primo luogo Cina, India e Thailandia che in Myanmar hanno rilevanti interessi economici.
Le cose in realtà non sono andate così e il decorrere del tempo ha via via smorzato e frustrato le speranze di una rapida soluzione della crisi.
Mentre, infatti, i colloqui tra Aung San Suu Kyi e la Giunta - cinque tra novembre 2007 e febbraio 2008 - non andavano al di là di una vuota formalità e le proposte avanzate da Gambari venivano rifiutate, la Giunta ha accelerato unilateralmente la sua road map in sette tappe per lo stabilimento di una “democrazia disciplinata”.
Ha fatto approvare una Costituzione, redatta soltanto da esponenti del potere; l’ha sottoposta ad un referendum svoltosi senza effettive garanzie democratiche; ha annunciato elezioni per il 2010 insediando una Commissione preparatoria in cui non siede alcun esponente dell’opposizione. Contemporaneamente ha prolungato gli arresti domiciliari a cui è sottoposta da anni Aung San Suu Kyi.
E, infine, ha eluso qualsiasi risposta alle proposte nuovamente avanzate da Gambari nella sua visita di qualche giorno fa. Al punto che Aung San Suu Kyi ha reso pubblica la sua profonda esasperazione, non incontrando Gambari e rifiutando gli approvvigionamenti alimentari inoltrati nella sua residenza coatta.
Di fronte a questo scenario è doveroso chiedersi quali margini ci siano per l’azione di mediazione politica messa in campo dall’Onu e come si possa sbloccare l’impasse.
Una indicazione ci viene da quel che è accaduto a maggio, quando la Birmania è stata colpita dal ciclone Nargis, la cui violenza ha causato decine di migliaia di vittime, centinaia di migliaia di sfollati, la devastazione delle aree più fertili di un’agricoltura peraltro povera e spesso di pura sussistenza.
Anche in quell’occasione all’immediata e vasta solidarietà internazionale, le autorità di Yangoon risposero con un atteggiamento di chiusura, impedendo a buona parte degli aiuti di entrare tempestivamente nel paese e non consentendo a equipes mediche e di assistenza di soccorrere la popolazione. Di fronte ad un atteggiamento così gravido di conseguenze drammatiche, il Segretario Generale dell’Onu - con decisione inusuale e coraggiosa - decise di recarsi in prima persona a Yangoon e di mettere quei generali di fronte alle loro responsabilità.
Un atto forte che ottenne importanti risultati: l’apertura del Paese ai soccorsi e al personale internazionali; una maggiore libertà di azione per Agenzie Onu e Ong; l’accettazione da parte della Giunta di un ruolo di Coordinamento degli aiuti da parte dell’Asean; la convocazione a Yangoon di una Conferenza dei donatori.
Quell’esperienza può essere utile anche oggi. La tessitura paziente messa in opera da Gambari e la intensa azione diplomatica dell’Unione Europea e degli altri soggetti internazionali possono non essere vane se a questo punto - con un salto di qualità - è il Segretario Generale dell’Onu, direttamente e in prima persona, a entrare in campo, recandosi in Myanmar per ottenere l’apertura effettiva di quel dialogo che è ineludibile se si vuole dare una soluzione stabile e condivisa alla crisi birmana. Un atto forte che, per avere possibilità di successo, richiede il sostegno pieno di tutta la comunità internazionale e in particolare dei paesi asiatici, a partire dai più influenti - Cina, India, Giappone, Indonesia, Vietnam, Thailandia - che devono rendere chiara alle autorità di Myanmar la necessità di una svolta. E l’ASEAN - forte del ruolo assunto nell’assistenza umanitaria - può essere altrettanto preziosa nell’accompagnare e assistere una fase di dialogo. E l’Unione Europea è pronta a sostenerla.
La ripresa di una iniziativa per la democrazia in Birmania richiede, al tempo stesso, che non si allenti l’attenzione delle opinioni pubbliche del mondo. E questo chiama la responsabilità del sistema mediatico: così come un anno fa furono le immagini dei monaci in corteo a suscitare la solidarietà internazionale, anche oggi c’è bisogno di una informazione attenta e tempestiva, capace di accompagnare ogni giorno la battaglia per i diritti umani e per la democrazia in Birmania.
Piero Fassino
Inviato speciale
dell’Unione Europea
per Myanmar/Birmania