Intervento conclusivo alla Festa Lungofiume 2010

28 Luglio 2010 – 11:28

 

Siamo giunti alla conclusione di questa edizione della Festa Lungofiume, la terza del
Pd. Abbiamo trascorso insieme 25 giorni straordinari. Abbiamo vissuto insieme
un’esperienza indimenticabile. Centinaia di volontari all’opera per garantire alle
decine di migliaia di cittadini che sono venuti a visitarci una Festa all’altezza delle
aspettative. Anziani militanti e giovani alla prima esperienza hanno reso possibile
ancora una volta quest’evento.
È con grandissimo orgoglio che intendo ringraziarli. Senza di voi non esisterebbe il
Pd. Un grazie ai volontari della Chiocciola, dell’Osteria, della Scogliera, del
magazzino, del Bar Cento Passi, della Pesca e a tutti coloro che hanno contribuito col
proprio lavoro a realizzare la Festa Lungofiume di quest’anno. Infine permettetemi
un ringraziamento particola al cuoco della Chiocciola, Luciano Lama, in queste ore
impossibilitato ad essere presente alla festa. E grazie anche a tutti voi, che siete
presenti questa sera, che credete sia giusto ascoltarci in questo comizio di chiusura
della Festa.
Noi non siamo uno schermo televisivo da guardare freddamente. Siamo vita reale;
potete toccarci e condividere questo spazio con noi. Possiamo discutere insieme
guardandoci negli occhi. Noi del Pd viviamo tra le gente perché crediamo nella gente.
Le feste sono uno degli strumenti che il nostro Partito ha a disposizione per stare
davvero tra le persone. Non ascoltate i cattivi maestri che vogliono privare forze
radicate e popolari come la nostra di questi mezzi perché nel momento in cui la
politica abbandonerà definitivamente le strade e le piazze, per restare confinata solo
nelle televisioni, allora dovremo preoccuparci seriamente della democrazia nel nostro
Paese.
Credo in un Pd popolare perché solo così potremo tornare nel cuore e nella testa delle
persone ed essere alternativa credibile a questa destra. Proprio nel cuore e nella testa
della gente, perché la sinistra, se non è soprattutto cuore e passione, allora non è
niente.
Anche se ora il vento sembra soffiare in altre direzioni, abbiamo il dovere di portare
avanti le nostre idee. Nel cuore e nella testa della gente si torna solo se si è autorevoli.
Per essere autorevole la politica deve essere esempio. La questione morale non è un
tema da consegnare a qualche storico perché oggi gli ideali e lo spirito di servizio
sono ormai fuori moda. Il Pd potrà salvare questo Paese dal declino in cui questa
destra lo sta avviando, solo se sapremo essere un esempio di integrità per tutti coloro
che credono nell’onesta. Onestà non è sinonimo di ingenuità.
Un uomo giusto, il filosofo Socrate fu condannato a morte dagli ateniesi invidiosi del
seguito che aveva sulle giovani generazioni e, poco prima di bere la cicuta che lo
avrebbe ucciso ricordò ai suoi discepoli di non cessare mai di stimolare, di
persuadere, dovunque essi fossero, come un tafano che punge ai fianchi una cavalla
di buona razza che vuole dormire, i detentori del potere.
La politica non può essere una scorciatoia per fare carriera.
Spirito di sacrificio e sudore, tanto sudore, devono essere alla base dell’impegno
politico e amministrativo. A Imola la pensiamo così.
Sopratutto i giovani che si affacciano sulla scena pubblica siano autonomi nel
pensiero e nell’azione perché alla fine saranno premiati per le loro idee e non per le
loro relazioni.
Un grande italiano, morto a 25 anni a causa delle botte degli sgherri del Fascismo e
che forse dovremmo ricordare di più, Piero Gobetti disse che il male dell’Italia era
“quel potere economico, inzuppato nel privilegio parassitario, ammanicato con il
potere politico”. Anche se furono scritte più di 80 anni fa, sembrano parole di oggi.
Oggi potremmo chiamarla cricca.
Ogni uomo ha diritto alla ricerca della felicità. Se si pensa di avere solo dei diritti,
una società fatica ad essere coesa, perché nel momento in cui lo Stato chiederà di
svolgere appieno il ruolo di cittadini, la risposta rischierà di essere solo indifferenza
al bene comune, se non addirittura, fastidio.
Dimensione pubblica e dimensione privata non sono e non devono essere in
contrapposizione. In questo senso il ruolo e l’esempio della politica risultano decisivi.
Il cittadino trova la sua felicità nella consapevolezza che si è davvero parte di una
comunità se si rispettano le leggi che, insieme, si sono create. Doveri e Diritti
camminano perciò insieme
E allora, noi italiani siamo davvero felici? No, non siamo felici, anche se pensiamo di
saperla più lunga della altre Nazioni e che, in fin dei conti, anche questa volta ce la
caveremo; sono convinto che questa volta sia in gioco ben altro che la semplice
ripresa economica. Forse, questa volta, ci giochiamo qualcosa di più. Qualcuno ha
pensato che per avere il potere bastasse comprarci: “italiani – ci viene detto ormai da
tempo – sentitevi liberi da qualunque vincolo di solidarietà: perché essa è un valore
vecchio, come la sinistra. Oggi vincono i cinici e perdono gli onesti”, ci viene detto.
Ma è davvero questa la strada che vogliamo per i nostri figli? Oppure c’è
un’alternativa? L’Italia si trova ad un bivio: o decidiamo che vogliamo essere
veramente cittadini o, peggio, decidiamo che ciascuno debba pensare a se stesso. Io
voglio scegliere la prima strada. Sarà quella più difficile, ma ritengo sia quella giusta.
Pensiamo davvero che questa crisi ci consegnerà un mondo e un Paese più equi? Io
credo di no. E cosa sta facendo la destra? Nel momento in cui il Paese si trova nella
crisi sociale più forte dal dopoguerra, la discussione politica verte sulla questione
delle intercettazioni. C’è qualcosa che non va.
Non possiamo mancare questo appuntamento con la storia. Proprio oggi, di fronte
all’apice della forza della destra, è venuto il momento di ricostruire una nuova cultura
democratica.. Come quando negli anni ’80 dell’800 le forze che intendevano
rappresentare le classi lavoratrici capirono che era necessario trasformarsi in partito e
portare nel sistema politico, attraverso gli strumenti democratici, le masse, oggi ci
troviamo ad un bivio simile. Oggi più che mai l’affermazione di un grande imolese,
Andrea Costa “rituffiamoci nel popolo” perché è “troppo tempo siamo stati chiusi tra
di noi” torna d’attualità. Oggi non si tratta di rappresentare per la prima volta i
lavoratori, ma si tratta di riformare una volta per tutte questo Paese. Chi può
rappresentare sul serio le forse innovatrici che, nonostante tutto, sono nella società
italiana, se non i democratici?.
Se la destra pensa che l’istruzione e la formazione siano questioni secondarie, noi
crediamo invece che una nuova crescita possa essere possibile solo se investiremo
nella scuola e nell’università.
Qualcuno disse che “l’educazione è il pane dell’anima” e aveva proprio ragione. Un
popolo non si misura solo dalla ricchezza materiale che può vantare, ma soprattutto
da quanto valore da’ alla ricerca e all’istruzione per i propri giovani.
Il futuro è quello che sapremo costruire noi. Se non lo faremo, saremo destinati a un
lento declino. Perché, come ci ha ricordato qualche giorno fa il Presidente Vasco
Errani, la politica potrà tornare a parlare ai giovani se saprà tracciare la strada per il
futuro.
Quale idea di società abbiamo in mente per i prossimi 30 anni? La destra pensa al
presente e non ha un progetto. Torniamo a progettare il futuro, anche in questo sta
l’autorevolezza che la politica deve tornare ad avere.
Dopo la guerra la politica ricostruì l’Italia perché i partiti, pur con grandi differenze,
avevano un progetto per il Paese. Oggi dobbiamo riprendere quello spirito; il Pd deve
riprendere quello spirito.
Da questa destra ci separa un abisso culturale. Loro pensano che ciascuno debba fare
per sé, noi crediamo invece nella solidarietà. A Imola abbiamo un progetto di società
perché pensiamo che i medici debbano curare le persone, non denunciarle;
pensiamo che tutti i cittadini abbiamo pari dignità e chi ha di più debba dare di più
per sostenere i servizi; pensiamo che tutti i bambini abbiamo diritto all’accesso al
nido;
pensiamo che i cittadini abbiamo diritto alla casa e all’assistenza sanitaria pubblica;
pensiamo che il rispetto dell’ambiente non sia una inutile perdita risorse, ma al
contrario sia una straordinaria occasione per portare nuova crescita;
pensiamo che la sicurezza dei cittadini si realizzi sostenendo le forze dell’ordine e
non utilizzando slogan televisivi;
pensiamo che il lavoro non debba essere sola una parola scritta nella costituzione, ma
sia parte integrante della dignità delle persone;
noi a Imola pensiamo che aiutare gli altri nei momenti di difficoltà sia normale e non
una perdita di tempo.
Sono convinto che all’Italia serva un nuovo Risorgimento. Riscopriamo i grandi
ideali che ne furono alla base, perché, anche se solo per un momento, l’Italia di
Mazzini, Garibaldi, Cavour e Vittorio Emanuele illuminò il mondo.
Oggi l’Italia deve svegliarsi dal torpore in cui il miraggio della destra
neoconservatrice l’ha posta. È in ballo lo stesso patto che ci unisce. Il Sud,
nonostante i grandi passi avanti, è rimasto un’area arretrata; la democrazia ha tardato
decenni a svilupparsi ed è comunque rimasta prigioniera di mafie, clientelismi e
conflitti d’interessi; le corporazioni continuano a strozzare le energie più giovani; le
menti migliori e gli onesti preferiscono andarsene all’estero per trovare spazio ed
opportunità. Abbiamo bisogno di tornare ad entusiasmarci per la vita pubblica della
nostra comunità .
Qui sta il punto.
Dobbiamo costruire il consenso tra gli italiani su un progetto riformatore. Dobbiamo
dire agli italiani che il patto che ci unisce si rinnova dando più spazio alla scuola;
dando ai giovani possibilità concrete per costruirsi un vero futuro, dando alle donne
più potere perché ancora oggi devono sostenere un carico doppio di responsabilità
rispetto agli uomini; dando agli immigrati fiducia perché sono l’energia nuova
dell’Italia.
A 150 anni dall’unità sembra che le motivazioni che ci hanno uniti siano venute
meno. Eppure c’è una luce. C’è speranza perché le forze che vogliono cambiare il
Paese ci sono, bisogna solo liberarle.
Tocca a noi, tocca al Pd farlo. È il nostro compito più grande.
Sono convinto che insieme a tutti voi potremo farcela.
Grazie a arrivederci al 2011!
Marcello Tarozzi
Resp. Organizzazione

Nessuno tocchi i blog

17 Giugno 2010 – 09:02

 

Art.1, comma 29 del ddl intercettazioni: i blogger devono pubblicare le richieste di rettifica in 48 ore o pagare fino a 12.500 euro. Aboliamo questa norma. LEGGI L’APPELLO E ADERISCIDa pochi giorni in Senato la maggioranza con la trentesima fiducia ha approvato il ddl intercettazioni: un testo che tutela meglio i criminali dei cittadini e uccide il diritto ad essere informati. Tra i commi del testo ci sono attacchi e censure anche alla Rete. Una pagina davvero brutta per la democrazia italiana, il ddl intercettazioni dopo 2 anni di gestazione si dimostra un grande esproprio della democrazia e dell’informazione, dove le notizie cattive si sommano, e ora toccano anche il controllo e la censura della Rete. Come hanno indicato i senatori del Pd Vincenzo Vita e Felice Casson tra i tanti passaggi liberticidi e censori del maxiemendamento sulle intercettazioni ce n’è anche uno devastante per la rete. Infatti, per ciò che attiene alla ‘rettifica’, si equiparano i siti informatici ai giornali, dando ai blogger l’obbligo di rettifica in 48 ore. Il comma 29 dell’art. 1 prevede che la disciplina in materia di obbligo di rettifica prevista nella vecchia legge sulla stampa del 1948 si applichi anche ai “i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica”! I blogger all’entrata in vigore della nuova legge anti-intercettazioni, dovranno provvedere a dar corso ad ogni richiesta di rettifica ricevuta, entro 48 ore, a pena, in caso contrario, di vedersi irrogare una sanzione fino a 12.500 euro.. Ma un blog non è un giornale, il blogger non è un redattore, spesso gli aggiornamenti sono saltuari. Si può rischiare una maximulta perché magari si è in vacanza o non si controlla la posta? Ciò significa rendere la vita impossibile a migliaia di siti e di blog, ben diversi dalle testate giornalistiche. Lo fanno dimenticando che la rete è proprio un’altra cosa. L’emendamento del PD per modificare questa norma non è stato discusso perché la fiducia taglia tutto . Ma la destra abituata a usare la tv o non lo sa, o sperando nel silenzio prova a mettere le mani dove ancora non era riuscita a farlo. Non sappiamo se questo sia l’obiettivo perseguito o solo un effetto collaterale dell’ignoranza con la quale il centrodestra continua ad affrontare le dinamiche della ret e, di sicuro faranno passare ai più la voglia di occuparsi, on line, di informazione in ambiti o materie suscettibili di urtare la sensibilità di qualcuno ed indurlo a domandare - a torto o a ragione - la rettifica. Un ottimo silenziatore alle domande legittime dei frequentatori del web. Non finisce qui. I senatori PD vogliono presentare, d’intesa con i colleghi della Camera dei D eputati, un disegno di legge seccamente abrogativo della seconda parte della lettera a del comma 29 che recita per l’appunto: ”per i siti informatici sono pubblicate entro 48 ore dalla richiesta…”. Ci chiediamo se l’emendamento sarà sostenuto anche dai parlamentari di PDL e Lega che fanno parte dell’intergruppo web 2.0 e che nei convegni si esprimono sempre a difesa della libertà d’espressione in rete. Ora devono dimostrare alla rete che le loro non sono solo parole, da abolire a un cenno di Berlusconi. Chiediamo loro di firmare e votare l’emendamento PD al comma 29 per abolire l’obbligo di rettifica in 48 ore per siti e blog.

Giuseppe Civati
Paolo Gentiloni
Matteo Orfini

FIRMA E ADERISCI ALL’APPELLO SU www.mobilitanti.it, il portale di mobilitazione del PD

Parleremo di internet e libertà anche a “PDigitale: Non stop banda larga”, venerdì 18 giugno a Roma, presso la Città del gusto, in Via Enrico Fermi, 161. Di seguito il programma:

10.00 - Internet e libertà
Alec Ross (Senior Advisor for Innovation, Office of the Secretary of State Hillary Clinton)

Ore 11.00 - Internet funziona! Idee & imprese per il futuro
Paolo Ainio, Paolo Barberis, Gianluca Dettori, Riccardo Donadon, Salvo Mizzi, Linnea Passaler.
Coordina: Riccardo Luna.

Ore 11.30 - The IPad lessons
Introduce: Stefano Menichini
Marco Massarotto, Marco Zamperini.

Ore 12.30 - A che punto è l’ultrabanda?
Luca Barbareschi, Franco Bassanini, Corrado Calabrò, Paolo Gentiloni, Stefano Pileri, Nicola Zingaretti.
Coordina: Stefano Quintarelli.

Ore 15.00 - BB contro la crisi
Flavia Barca, François De Brabant, Paolo Guerrieri.

Ore 16.00 - Società digitale e intelligenza collettiva
Derrik De Kerchove
Introduce: Carlo Massarini.

Ore 17.30 - Politica digitale. Il Pd si schiera
Giovanni Floris intervista Pier Luigi Bersani

Ore 19.00 - Visioni per domani
Francesco Caio, Renato Soru
Coordina: Luca De Biase.

Ore 20.00 - Libertà, neutralità, universalità
Sara Bentivegna, Nicola D’Angelo, Guido Scorza, Vincenzo Vita.

Ore 21.00 - Broken news? Il futuro dei giornali
Luca De Biase, Alessandro Gilioli, Fabrizio Meli, Enrico Pedemonte, Vittorio Zambardino.

 


Un contributo al percorso congressuale del Pd di Imola

14 Maggio 2010 – 15:21

 

Gli iscritti al Pd che intendessero sottoscrivere questo documento possono farlo inviandomi una mail a m.tarozzi@pdimola.it con la quale aderiscono . Il presente documento è il frutto di un confronto tra diversi iscritti e dirigenti del Pd di Imola.

PREMESSA
Questo documento nasce da un’idea poco praticata della politica del “fare”, concetto frequentemente utilizzato, ma che raramente viene poi materializzato. La politica del fare significa infatti portare concretezza alle pagine di un documento politico e successivamente alle azioni del Partito, mettere in campo buone idee affiancate da buone pratiche.
Pensiamo che questo possa essere il nostro contributo al documento dal candidato al ruolo di Segretario dell’Unione territoriale di Imola Fabrizio Castellari, documento che abbiamo letto e di cui condividiamo l’impostazione, e proprio per questo, sulla strada dell’ “umile e coraggioso rinnovamento tornando tra la gente” che propone, ci sentiamo di esplicitare alcuni concetti e di avanzare alcune proposte, mantenendo centrali sentimenti che definiscono il Partito democratico del futuro: dignità, coraggio, rinnovamento, etica, responsabilità, fatica.
IL VOTO: CONSAPEVOLI DEI NUMERI, COSTRUIAMO UN NUOVO APPEAL
Le recenti elezioni regionali ci raccontano di una parte sempre più consistente del Paese che non crede più nella politica, nella sua capacità di rappresentare i bisogni reali, le istanze di giustizia sociale e, in controluce, un Paese che non spera più in un cambiamento positivo delle condizioni materiali e morali dei cittadini. A questo dobbiamo opporre un Partito democratico responsabile che ha chiaro il valore delle istituzioni, del ruolo della politica e delle meravigliose potenzialità che covano nel Paese che hanno nomi e cognomi e che non vedono l’ora di dare una mano per scrostare la nostra società.
Nella nostra Regione il risultato elettorale del centrosinistra non è stato all’altezza delle aspettative. Anche nel Circondario imolese il Pd perde, in termini assoluti, 5.000 voti rispetto al 2009. Nella città di Imola, se nel 2008 la distanza tra centrodestra e centrosinistra era di 13.000 voti, oggi la distanza si è accorciata a 8.000.
Dal voto possiamo trarre un solo insegnamento: da oggi ogni singolo voto dovrà essere guadagnato. Se è vero che quando incontriamo 100 persone sappiamo che 46 votano per il Partito democratico, dobbiamo ogni giorno avere due obiettivi ambiziosi: coltivare con passione coloro che già ci sostengono, e confrontarci senza timori con gli altri.
Il Pd del Circondario imolese ha le potenzialità per essere luogo di sperimentazione politica: abbiamo le persone, le idee e le risorse per allargare lo spazio del Pd e per produrre il necessario cambiamento, e questo cambiamento è a carico di tutti. Il Pd deve porsi le domande di fondo: come stiamo cambiando, con quale profilo demografico, con quale modo di produrre, con quali modalità di stare insieme, con quali nuove istanze, in che direzione orientare le risorse, quale ruolo sta giocando il nostro territorio nella regione?
INTERPRETARE IL TERRITORIO: SIAMO TUTTI CITTADINI
Le nostre comunità hanno peculiarità proprie, hanno un curriculum importante, hanno un carattere: l’impresa, il lavoro, la rappresentanza, le battaglie di civiltà sono centrali nella storia stessa delle comunità.
Ma la crisi economica e sociale mette in discussione questi caratteri non tanto nel loro valore di fondo quanto nella loro declinazione concreta: comunità solidali, comunità che hanno saputo accogliere, comunità che creano occupazione e ricchezza diffusa, comunità che guardano al futuro con serenità. Il Pd deve essere protagonista in questa sfida. Anche i gruppi dirigenti delle comunità, dalla politica alla economia, dalla cultura al volontariato, dal commercio agli enti di credito devono porsi una riflessione che guarda ad un destino comune.
Questi temi vanno collocati centralmente nei congressi di circolo che si svolgeranno in ogni quartiere del Circondario imolese, e chiediamo ai dirigenti che andranno nei Circoli di ascoltare le riflessioni con orecchie comuni, da cittadino, e poi di ragionare e rispondere da politico: solo in questo modo si riuscirà a ristabilire quella sintonia che ci porterà ad essere nuovamente un grande partito, costantemente attento ai venti di cambiamento o di turbamento ma anche agli spifferi più vicini.
La sintonia non è un semplice sforzo collettivo, è un progetto politico. Significa prima di tutto amare e rispettare il proprio Paese, la propria città: mettersi in sintonia col Paese non significa assecondarlo ma ascoltarlo. Non sarà sufficiente sentirlo ma necessario comprenderlo anche quando ci farà male, anche quando dirà cose che ci impauriscono ed anche quando ci stupirà.
Perché dobbiamo sempre avere in mente che la percezione, il comune sentire su un tema/problema lo rende reale di per sé, è inutile disquisire se è giusto o sbagliato: il Partito democratico che vogliamo è quello che si fa carico delle percezioni dei cittadini perché grazie ad esse riesce ad affrontare i diversi temi in anticipo, e prima che si possano creare allarmismi o problemi concreti.
INCONTRARE LA SOCIETÀ : UN NUOVO SENSO DI VICINANZA
Per potere davvero essere punto di riferimento del territorio il Pd non deve temere di confrontarsi periodicamente (e non sporadicamente) con gli attori economici, sociali, della cultura, dello sport, del volontariato che sono presenti nel Circondario.
Migranti. Alle contraddizioni del Paese va dato un nome e un cognome. Il tema immigrazione, da questo punto di vista è paradigmatico: come faccio a tenere insieme i cambiamenti che ci percorrono: oggi non è più sufficiente affermare che “trattasi di un fenomeno storico”, certo che lo è. Ma la comunità che vive con tensioni l’arrivo di immigrati non vivrà fra cent’anni quando il mondo sarà un posto più sereno. Vive oggi. Come vive oggi l’immigrato che spesso arriva nel nostro Paese con sacrifici enormi e che anche quando animato dai migliori propositi del mondo rischia di vedersi offrire degrado e sospetto. I problemi sono ora: non ci deve interessare controbattere nei comunicati stampa alle affermazioni leghiste ma piuttosto lavorare per l’integrazione partendo dalla realtà e non da quella che vorremmo fosse la realtà. Dobbiamo combattere l’idea di speculare sulla paura dei cittadini e vogliamo governare il cambiamento e non subirlo. Occorre coraggio per affrontare le contraddizioni.
Lavoro. Se il Partito Democratico deve essere il partito del lavoro e di chi produce, nel Pd territoriale l’elaborazione politica su questo tema e il raccordo con le associazioni dei lavoratori e datoriali è stato fino ad oggi largamente insufficiente. Torniamo ad occuparci seriamente di lavoro, dei problemi delle piccole e medie imprese che anche nel nostro territorio patiscono sulle proprie spalle gli effetti della crisi, dei lavoratori a tempo determinato che perdono il posto di lavoro, delle partite IVA senza tutele, del commercio e del mondo della Cooperazione che tanto continua a rappresentare per gli abitanti del Circondario
In particolare è necessario:
- attivare prontamente i Circoli dei luoghi del lavoro
- promuovere incontri trimestrali della Segreteria con il mondo del lavoro, dell’economia, della cultura e dell’associazionismo e riportarne i contenuti a tutti i livelli, soprattutto nei Circoli, in modo che diventino patrimonio condiviso
- definire nella nuova Segreteria una responsabilità precisa che si occupi dei temi dell’integrazione e del lavoro.

-AZIONE: FORM-AZIONE & COMUNIC-AZIONE
Form-azione. Il valore dell’autonomia politica ed intellettuale della classe dirigente è fondamentale, non possiamo porre in secondo piano il tema della formazione. Il futuro del Pd dipende dalla nostra capacità di costruire classe dirigente preparata alle prossime sfide. Una vera classe dirigente che ha l’ambizione di essere classe di governo pone al primo posto lo studio della società, e non lo tiene nelle sacre stanze in una discussione tra pochi, ma lo diffonde a tutti i livelli. Possiamo ascoltare i cittadini se siamo in grado di dare risposte e se siamo in grado di comprendere le dinamiche che stanno trasformando il tessuto sociale ed economico del territorio.
Comunic-azione. La comunicazione, o meglio la sua qualità, non si misura dal numero di volantini stampati, seppur distribuiti, né tantomeno dal numero di manifesti affissi sui muri delle nostre città: essa si misura dal risultato che porta e quindi se riesce ad aiutarci a diffondere veramente tra le persone il messaggio del Partito democratico. Per questo il nostro primo strumento di comunicazione deve essere il “passaparola informato dei fatti”, che vuol dire che per comunicare qualcosa non è importante il mezzo e in particolar modo il costo del mezzo (troppe volte sono state spese risorse che non hanno portato risultato), ma sono importanti invece i contenuti, che devono essere condivisi e pieni di valori, battaglie e proposte. Parte importante di questi contenuti è ciò che avviene nelle nostre Amministrazioni, rafforzando il rapporto tra Partito e Istituzioni.
Oggi le Istituzioni, come i cittadini, sono sotto gli strali del governo di centrodestra e per questo il partito deve aiutare le Istituzioni (e di conseguenza se stesso) del divulgare ai cittadini come si stanno concretizzando le proposte del Pd: il Sindaco o la Giunta di una città o un assessore devono governare, il gruppo dirigente del Pd deve andare tutti i giorni nel Circolo, nel Centro sociale, nel bar e fuori dalle scuole a raccontare quello che un’amministrazione sta facendo.
Raccontare la politica del fare aiuta il nostro gruppo dirigente diffuso sul territorio a sapersi confrontare, o meglio a rispondere alle domande dei cittadini: non abbiamo bisogno di produrre dei trattati, ad ognuno si lascia la possibilità di approfondire. Ma quello che oggi ci manca è la conoscenza diffusa: abbiamo un partito di donne e di uomini che hanno voglia di esporsi, hanno voglia di essere in prima linea e di essere responsabili di tutto il partito. Se noi non glielo consentiamo, se noi non li aiutiamo, tutti gli iscritti e tutti i consiglieri comunali saranno soli e deboli, e tale sarà il partito.
Alcune proposte, da inviare regolarmente via e-mail agli organismi dirigenti:
- “Abbiamo parlato di”: report degli incontri tematici, con il mondo del lavoro, della Direzione e segnalazione del materiale messo on line sul sito del Partito democratico
- “Abbecedario dei Comuni”: chiediamo alle Amministrazioni di produrre almeno mensilmente un elenco che illustra i provvedimenti approvati o in fase di approvazione. Questo strumento avrebbe la duplice funzione di informare e formare la nostra base (form-azione), e consentire ad ognuno di noi di poter rispondere direttamente alle domande dei cittadini (comunic-azione)
- “Re-azione”: la comunicazione non deve essere a senso unico, smettiamo di scrivere “queste sono le nostre idee”, scriviamoci anche “tu cosa ne pensi?”. In questo modo si costruisce il confronto, ci si apre alle domande e si irrobustisce la democrazia e la capacità critica degli iscritti.
IL CIRCOLO: CUORE DEL NUOVO PD
Sui Circoli non si può semplicemente continuare a sostenere che sono protagonisti dei processi di rinnovamento e consenso, quando poi la loro autonomia si esplica soltanto nel ricevere telefonate (che indicano cosa fare) e nel fare telefonate (che ancora indicano cosa fare). Se è questa la “cinghia di trasmissione” abbiamo già visto che è insufficiente, anzi provoca allontanamento.
Se il rapporto con l’Unione territoriale è stato vissuto come un rapporto di quasi totale dipendenza politica, se a volte la dimensione organizzativa ha preso il sopravvento su quella politica, è giunto il momento che il Pd faccia un salto di qualità e abbia il coraggio di fare sintesi, nel pieno dell’autonomia politica dei propri organismi dirigenti, di quanto i Circoli comunicano all’Unione territoriale.
Affermare l’autonomia dei Circoli significa:
- fiducia nei Segretari di Circolo e sostegno alle loro scelte
- supporto (e non obbligo) dall’Unione comunale nella costruzione di iniziative politiche
- libertà dei Segretari di Circolo di scegliere il proprio comitato direttivo indipendentemente dalle liste a sostegno dei candidati per la Segreteria dell’Unione comunale: diversamente sarebbe un grave passo indietro, sarebbe contrario all’idea fondante del Pd e, più semplicemente, vorrebbe dire allontanare forze indispensabili dal lavoro quotidiano sul territorio.
- modulare diversamente il rapporto economico tra Unione territoriale, Unioni comunali e Circoli: ad esempio concordare una cifra percentuale che della sottoscrizione rimanga al Circolo che raggiunge un certo budget, oppure istituire una sorta di “premio” per quei Circoli che raggiungono il 100% del tesseramento.
Parallelamente al rafforzamento dell’autonomia dei Circoli deve viaggiare il coinvolgimento responsabile dei singoli iscritti, che devono essere sempre consultati prima di prendere le decisioni più importanti nella vita del partito. Proponiamo che nella selezione delle candidature, nelle situazioni in cui non si potranno tenere le Primarie, il percorso di definizione di queste preveda sempre una consultazione preventiva e aperta degli iscritti.
IL PARTITO DELLE NUOVE ENERGIE
Vogliamo che il nostro partito sia forte e dia cittadinanza ai temi delle nuove generazioni, delle donne e degli immigrati, i primi ad essere sviliti dal centrodestra, ma anche i primi a non dare il proprio voto al Partito democratico: ci chiedono di non confrontarci sul chi farà cosa, ma sui temi reali che nessuno in questo Paese sta affrontando. È necessario che la politica dia loro reale rappresentanza. Non basta mettere nelle liste qualcuno che tenga la bandierina di queste categorie, o costruire Forum tematici che poi restano inattivi, ma serve uno sforzo di incontro e comprensione per ricreare un rapporto di fiducia oggi inesistente.
Il Pd territoriale può contribuire attivamente a fare crescere una nuova leva di persone motivate a mettere a disposizione le loro competenze e il loro entusiasmo. La promozione di una classe dirigente passa necessariamente dalle idee che questa è in grado di proporre, non dalle relazioni personali.
Teniamo a mente il “sperimentabili perché sperimentati” di Bersani, che punta a promuovere nuove competenze, soprattutto giovani, ma col supporto di tutti, perché nessuno nasce con la politica in tasca, e se oggi lamentiamo un tenue ricambio generazionale, dobbiamo essere consapevoli che la colpa è antica, e lo spazio al merito deve essere riconosciuto oggi perché sia efficace tra cinque – dieci anni.

UNITÀ D’ITALIA E NUOVE RAGIONI DEL PATTO CHE CI UNISCE
L’Unità del Paese è un valore non negoziabile come ci ricorda il Presidente Napolitano. L’Italia continua ad essere un Paese a due velocità e il divario tra zone più ricche e più povere si sta aggravando. Dobbiamo colmare questo divario e non cavalcarlo, come invece sta facendo la destra. Dobbiamo rigenerare tra gli italiani quel patto che 150 anni fa li unì. Dobbiamo farci portatori di un nuovo Risorgimento. Chiediamo al Pd territoriale di impegnarsi nel 2011 in una vasta iniziativa politica che coinvolga i cittadini del nostro Circondario nel rinnovare lo spirito di coesione tra gli italiani. Non possiamo perdere questa occasione. Teniamo insieme la giusta celebrazione di un evento storico decisivo per il Paese con la altrettanto giusta valorizzazione delle nuove motivazioni che ci devono vedere uniti.
TUTTINSIEME
Mozioni, gruppi, associazioni, correnti…. Non sono queste le parti o le passioni che formano un partito, le persone non ci comprendono e quindi non ci votano. Manifestare il proprio dissenso dentro al Partito è un valore, e se temiamo il dissenso lo tramutiamo in mostro sacro e paralizzante: il dissenso non è altro che un’opinione diversa, di cosa mai dovremmo aver paura, di sembrare un Partito libero, che pensa ed agisce e qualche volta si butta senza paracadute?
Dignità, coraggio, rinnovamento, etica, responsabilità, fatica: siamo noi con le nostre facce che stiamo di fronte alle persone, siamo noi che siamo al tempo stesso cittadini/ elettori/ iscritti/dirigenti/amministratori/ lavoratori. Tuttinsieme.

Parliamo di idee

13 Maggio 2010 – 12:13

Mentre la costruzione dell’Europa è messa in discussione dalla speculazione internazionale, il dibattito politico italiano rischia, ancora una volta, di essere troppo proteso su vicende interne. La crisi mondiale continua a falcidiare posti di lavoro e la grande finanza sembra riprendere il mestiere che in questi ultimi tre decenni ha svolto con l’assenso della politica: fare soldi con altri soldi. I divari sociali, invece di diminuire, stanno crescendo. Durante la crisi il mercato degli yacht non è crollato, si è bensì ampliato. C’è qualcosa che non va. Sembra che non abbiamo imparato dalla lezione di appena venti mesi fa. Vince ancora la corporation della banche d’affari e degli hedge funds. La stessa intuizione dell’euro sta attraversando le ore più difficili della sua breve storia. Abbiamo sfiorato il rischio (e lo stiamo ancora correndo) di una frattura insanabile tra Europa settentrionale e paesi del Mediterraneo. La crisi, invece di essere una formidabile occasione per i riformisti e la sinistra, di ampliare i propri spazi, si è rivelata essere lo strumento migliore per la destra per dare ai cittadini una parvenza di sicurezza. Nel momento in cui i riformisti potevano diventare maggioranza culturale nel nostro continente, oggi siamo ai minimi storici. In questa sfida il Pd ci deve essere anima e corpo. Non serve porre al centro della nostra discussione il tema Primarie sì o Primarie no oppure chi deve fare cosa. Serve che diamo al Paese una nuova idea nazionale, che sappia rinvigorire il patto che un secolo e mezzo fa ci ha uniti. L’idea che il perseguimento dell’equità sia un concetto superato è devastante per il Paese. Il lavoro non è un valore di una sinistra il cui ciclo si sarebbe concluso storicamente nell’89, ma deve essere il nostro perno. Dobbiamo innanzitutto definire la nostra identità su queste basi. Se invece persisteremo, come ancora qualcuno fa, nonostante abbia già dimostrato di essere largamente insufficiente nell’analisi della società italiana, nel considerare tra i valori che fanno la nostra identità la forma sulla sostanza, allora saremo destinati ad una inesorabile sconfitta.Serve innanzitutto una forza, e non può che essere il Pd, che si fa carico di questa idea nazionale rinnovata. Vogliamo dire una volta per tutte che sull’immigrazione non si possono accettare ambiguità? Il consenso su un’idea si realizza e si allarga solo grazie ad un partito che va tra la gente a spiegare che serve un nuovo patto di cittadinanza per l’Italia. Bisogna andare tra la gente, armandosi di molta umiltà, per dire che gli immigrati ci costano il 7% della spesa sociale, ma ci portano il 10% della ricchezza. È questa la vera sfida.Serve un Pd che dia speranza ai giovani che si fanno sedurre dalla ricetta facile di Grillo o della Lega. Serve un Pd, come dice giustamente Gianni Cuperlo, che sia una forza autorevole nel panorama nazionale. L’autorevolezza si conquista con la coerenza nei programmi e nelle realizzazioni. Non si conquista con scorciatoie. Serve di nuovo il primato della politica. Serve, come dice Alfredo Reichlin, “stare sull’argomento”. Ora l’argomento è dare una nuova via al Paese. La destra ha scelto la via più semplice, quella populista. Noi dobbiamo sceglierne una più difficile, perché comporta studio, interpretazione della società, confronto, elaborazione culturale e sudore perché si sta nelle strade. Ma è quella giusta.L’argomento è dire agli italiani come possiamo attaccare alla radice la crescente disuguaglianza, come vogliamo disegnare il futuro dei giovani, cosa vogliamo dire alle partite IVA e alle piccole e medie imprese che soffrono la crisi, come vogliamo aumentare l’occupazione, come vogliamo governare l’immigrazione.

Un Partito che vuole disegnare una nuova idea nazionale si pone questi temi, non altro. L’ingegneria politica lasciamola ad altri. Serve sostanza. Abbiamo una vasta prateria da percorrere davanti a noi, ma penso che possiamo farcela.

Marcello Tarozzi

Più militanti, meno notabili

21 Aprile 2010 – 16:59

 

Se dovessi riassumere in poche parole il passo avanti che l’ultima direzione ha fatto fare al Partito democratico direi che stiamo “entrando in partita”. Finalmente. Si è aperto un dibattito serio nel quale la minaccia che Berlusconi rappresenta per la democrazia repubblicana è ben chiara ma viene collocata dentro una analisi che non si nasconde le ragioni per cui l’Italia da 15 anni declina. Adesso comincia a impoverirsi. Ma la cosa più drammatica è che non garantisce più lavori che non siano solo precari alla sua gioventù. Di fatto nega loro un futuro. E tutto ciò anche per colpa di un sistema politico che non funziona: non produce alternative ma “uomini soli al comando”, tanto pericolosi quanto impotenti.

Questa situazione è arrivata ormai a un punto di svolta. Stiamo assistendo a qualcosa che non riguarda solo il sistema politico ma il modo di essere e di pensare degli italiani: il loro “stare insieme”. In sostanza, è la figura storico-culturale dell’Italia disegnata più di mezzo secolo fa dalla Costituzione che è venuta in discussione. In questo senso si può parlare di un cambio di regime. Ed è questo che chiama in causa identità, ruolo e funzione nazionale dei partiti, essendo questi (forse l’avevamo dimenticato) non chiacchiere ma il riflesso di una determinata storia del Paese. Una forza rischia di parlare a vuoto se non si rende conto che è cambiato il terreno sul quale si ridefiniscono le sue funzioni, le sue lotte, i suoi progetti.

Questo problema (la funzione, il ruolo nazionale) riguarda noi come la destra. Io non so che esito avrà l’iniziativa di Fini. Mi sembra, però, che un fatto grosso sia già avvenuto ed è la fine di quello che è stato il capolavoro politico di Berlusconi, cioè l’avere unito sotto la sua guida, per un decennio, i “moderati” e i “reazionari”: cosa che non era mai avvenuto nella storia della Repubblica. Certo, resta l’alleanza di Berlusconi con la Lega, che non è poco. Ma rappresenta essa una nuova possibile proposta per l’Italia? Oppure è solo la cinica scommessa di chi non ha nulla da offrire agli italiani tranne che un plebiscito su se stesso?

Ecco allora il problema della sinistra. Siamo in grado di scendere sul nuovo terreno e di occupare lo spazio grande che si è aperto, quello di affermare il Pd come il partito dell’unità nazionale, la forza che si pone come garante del futuro della gioventù italiana? So che non è facile. Richiede una forza organizzata e coesa capace di parlare alla gente di Milano e di Palermo e di combattere non solo nei Palazzi ma sul terreno della mobilitazione dell’opinione pubblica e del sentimento nazionale ponendo chiaramente in luce quella che è diventata la sostanza del dibattito delle riforme costituzionali: una sfida mortale sul destino della democrazia italiana.

L’ho già scritto. È qui, nello scenario storico italiano nuovo e denso di interrogativi inediti, che si colloca il rilancio e il rinnovamento del Pd. È in questo cimento. Molta chiacchiera “riformista” di questi anni è alle nostre spalle. L’alternativa si fissa dove è tornato in gioco l’assetto dello Stato repubblicano definito dalla mia generazione a prezzo di molto sangue e molti sacrifici. Adesso largo ai giovani. Scendano però in questo agone. Spetta a loro rielaborare le ragioni dell’unità nazionale. È evidente che i problemi moderni sono anche altri. Ma tutti devono sapere che se si lacera il tessuto della nazione saranno i diritti democratici e quelli dei più deboli a pagare, anche al Nord. Sarà molto più difficile contrastare il “precariato” e difendere il lavoro.

Il «partito del Nord» è una sciocchezza
Chi lo sostiene non ha capito che la Lega non è riducibile ad un fenomeno “territoriale”. È un grande e devastante fenomeno politico costituito dal fatto che è esplosa una contraddizione fondamentale tra i bisogni di “modernità” acuiti dalle sfide concorrenziali del mondo e l’arretratezza e la corruzione dell’apparato statale italiano, a cui si aggiunge il peso del parassitismo meridionale. La Lega è cresciuta, non perché noi non l’abbiamo imitata abbastanza, ma perché non siamo stati capaci di ridefinire un compromesso positivo tra Nord e Sud che guardasse avanti, e cioè nel quadro del mondo europeo e mediterraneo. Questo è il nostro problema. Non è organizzativo (l’eterna discussione sul chi comanda) ma è l’esigenza di un nuovo modello di sviluppo dell’Italia. Io ricavo da tutto ciò il contrario di un radicalismo disperato che si affida solo alla protesta e contrappone gli italiani tra loro come nemici. Un Paese (Nord compreso) non va da nessuna parte se non ha un collante e una base comune.
Come mettere in campo un movimento di forze reali: questo è l’assillo che, dopotutto, spinse tanti di noi a sostenere Bersani. Perciò mi ha fatto piacere leggere su Repubblica, dopo tante esaltazioni delle “facce nuove” e dei partiti leggeri, l’elogio dei dirigenti popolari comunisti di una volta. È una vita che discuto col mio amico Scalfari.

Questa volta mi limiterei ad aggiungere che se prevalesse la tendenza a trasformare il Partito Democratico in un assemblaggio di cordate - le quali rappresentano alleanze essenzialmente elettorali volte quasi esclusivamente a conquistare cariche elettive (di per sé aspirazione giusta) - la conseguenza sarebbe che verrebbe meno l’ipotesi stessa di costruire una grande forza a “vocazione maggioritaria”.

Quale vocazione maggioritaria può esistere se non c’è spazio per la rappresentanza politica (non solo il voto) delle classi subalterne, degli umili, di coloro che subiscono ingiustizia? Un esito che diventa inevitabile in un partito non più di militanti proprio perché al suo interno, di fatto, i ceti subalterni non contano niente. Contano solo i notabili, dati anche i costi crescenti della politica. E allora te lo saluto il rinnovamento. Alfredo Reichlinwww.unita.it

A difesa di democrazia e libertà noi ci mettiamo la faccia

11 Marzo 2010 – 19:12

Le vicende nazionali di questi ultimi giorni ci portano a fare alcune brevi riflessioni. Dobbiamo sinceramente fare i complimenti ai rappresentanti politici della destra per la loro faccia tosta. Noi che scriviamo non saremmo altrettanto bravi a plasmare la realtà dei fatti legata alla vicenda della presentazione delle liste come invece hanno fatto loro e non ne abbiamo nemmeno l’intenzione.
In questo Paese sembra che i fatti possano avere mille interpretazioni diverse e che non esistano realtà oggettive. Se uno sbaglia, paga ci avevano sempre ripetuto. Evidentemente questo concetto non è più aggiornato all’Italia del 2010. La realtà può essere plasmata a seconda delle convenienze e di come tira il vento.
Se il TAR afferma che le liste non sono ammissibili, per la destra i giudici sono dei pericolosi comunisti; se invece, in altre occasioni i giudici dello stesso organismo hanno espresso pareri più consoni alla destra, allora questi sono dei veri custodi del diritto.
Ecco, noi crediamo che in Italia sia necessario ritrovare la barra dello stato di diritto perché, in caso contrario, rischiamo di perdere il senso del convivere comune, saltano le relazioni fra le persone, si incrina il rapporto cittadino – Stato, il diritto viene scambiato pericolosamente con il favore.
La politica deve essere d’esempio per i cittadini, ci hanno sempre insegnato, e non può permettersi di delegittimare le istituzioni ma anzi deve fare valere sempre il principio Costituzionale secondo il quale all’articolo 1 recita:” La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”
Per questo pensiamo sia necessario che sabato 13 alle ore 18 in Piazza Caduti per la Libertà a Imola, in occasione del Presidio democratico proposto dal Pd, vi sia una grande partecipazione popolare, soprattutto di giovani perché oggi siamo chiamati in prima persona a difendere democrazia e libertà.

Marcello Tarozzi
Davide Tronconi
Andrea Bondi
Silvia Sassi
Alice Tonelli

Rituffiamoci nel popolo

9 Marzo 2010 – 12:42

Con il rischio di andare contro un certo modo di pensare ormai consolidatosi negli ultimi venti anni, sono convinto che al nostro Paese, per uscire dalla crisi politica in cui si trova dalla caduta della prima Repubblica, servano partiti veri. Forse il partito di massa che abbiamo conosciuto fino ad un recente passato è una realtà scomparsa, ma credo che per creare le condizioni politiche e culturali necessarie ad un riscatto dell’Italia, sia fondamentale che nel nostro Paese si consolidino partiti in grado di stare tra la gente.

I comitati elettorali e i partiti liquidi lasciamoli alla destra che aveva pensato che fossero sufficienti il leader e il suo carisma. Leader e carisma forse servono ad ottenere consenso nel breve periodo, ma non sono sufficienti per rafforzarlo.Nei primi cinquant’anni di vita democratica della nostra Repubblica i partiti avevano svolto un ruolo decisivo nell’educazione politica dei cittadini. In quei partiti, chi più chi meno, si discuteva e si promuoveva elaborazione politica. Erano partiti che formavano classi dirigenti. Certo, si creò un sistema perverso, nel quale la politica era divenuta non poche volte mezzo per il malaffare, ma il sistema democratico per molti anni crebbe. Per molto tempo i partiti furono mezzi per trasformare la società in meglio. Oggi abbiamo partiti deboli e proprio per questo con maggiori probabilità di rimanere ostaggi di interessi di parte. Avere iscritti e luoghi deputati alla discussione contribuisce invece a ostacolare coloro che pensano ai partiti solo come strumenti di potere.In questo Paese è necessario che i riformisti si pongano seriamente la “questione del partito”. Per avviare quella “rivoluzione culturale” che sarà necessaria per rendere il riformismo maggioritario da un punto di vista culturale, sarà decisivo un Partito Democratico forte, radicato e in grado di produrre elaborazione politica e culturale. Il vero ostacolo a questo grande progetto riformatore negli ultimi venti anni è stata proprio la mancanza di un grande partito riformista. Un partito vero e non un simulacro.Abbiamo bisogno di un partito che abbia coraggio e che stia tra i cittadini; di un partito che sappia ascoltare e che sia capace di proporre idee nuove; di un partito che non rinunci a costruire gruppi dirigenti autonomi. Abbiamo bisogno di un partito che possa prendere in mano l’Italia e ricostruire lo Stato democratico.Lo sfascio delle istituzioni è anche la conseguenza della cultura promossa dalla destra in questi anni. Non possiamo mancare questo appuntamento con la storia. Proprio oggi, di fronte all’apice della forza della destra, è venuto il momento di ricostruire una nuova cultura democratica.        Come quando negli anni ’80 dell’800 le forze che intendevano rappresentare le classi lavoratrici capirono che era necessario trasformarsi in partito e portare nel sistema politico, attraverso gli strumenti democratici, le masse, oggi ci troviamo ad un bivio simile. Oggi più che mai l’affermazione di Andrea Costa “rituffiamoci nel popolo” perché è “troppo tempo siamo stati chiusi tra di noi” torna d’attualità.Oggi non si tratta di rappresentare per la prima volta i lavoratori, ma si tratta di riformare una volta per tutte questo Paese. Chi può rappresentare sul serio le forse innovatrici che, nonostante tutto, sono nella società italiana se non i democratici? È questo il momento per avviare quella rivoluzione culturale di cui parlavo all’inizio, ma per farla abbiamo bisogno di porre fin da subito, come ha capito bene Bersani, la questione del partito. Senza un forte Partito Democratico non si potrà cominciare questa straordinaria iniziativa politica e culturale. Non possiamo perdere quest’ultima occasione. Marcello Tarozzi

E ora lo sciopero dei giovani

3 Marzo 2010 – 18:05

 

Qualche tempo fa il Ministro Brunetta ha fatto una delle sue solite provocazioni: 500 euro al mese ai neomaggiorenni per combattere il fenomeno dei cosiddetti “bamboccioni”. Questo provvedimento, secondo il Ministro, potrebbe essere finanziato con parte dei fondi destinati alle pensioni di anzianità. Brunetta però si è dimenticato che la pensione media è di soli 950 euro al mese. In più, se il provvedimento venisse finanziato in questa maniera si creerebbero i presupposti per un conflitto tra generazioni che il Paese non potrebbe reggere.È evidente che in Italia le giovani generazioni soffrono della mancanza di una politica nazionale che le riguardi. La politica sembra avere rinunciato ad occuparsi del futuro dei giovani e i giovani sembrano essere rassegnati a non svolgere quel ruolo di rinnovamento che la storia assegna loro. La destra sta rubando loro il futuro e qualche proposta slogan, come quella di Brunetta, non può certamente essere utile per costruire un futuro migliore. Dobbiamo sempre tenere presente che questa destra, tra i primi provvedimenti, ha reintrodotto molte forme di lavoro precario che il centrosinistra aveva abolito. Non basta criticare lo Statuto dei lavoratori per ideologia, serve dimostrare concretamente cosa si vuole fare per impedire che nei prossimi decenni in questo Paese si abbia una crisi sociale devastante. Oggi i veri poveri sono gli under 35 e le prospettive per il futuro e per la tenuta sociale del Paese non sono rosee.L’Italia è uno dei Paesi OCSE con le maggiori disuguaglianze e la minore mobilità sociale: significa che chi nasce in una famiglia di operai ha moltissime probabilità di restare tale.La grande sfida riformista è quella di rendere questo Paese meno disuguale e di dare una nuova speranza ai giovani. Io credo si possa fare, ma è necessario avere il coraggio di andare oltre i calcoli elettorali di corto respiro. È tempo di mettere in campo una proposta nuova per quei giovani che non riescono a costruirsi una famiglia o non riescono a rendersi autonomi.In questo Paese credo siano tre le categorie che possono davvero innescare il rinnovamento: i giovani, le donne e gli immigrati. Ma attualmente sono anche le categorie che meno sono rappresentate dalla politica. È necessario che la politica dia loro reale rappresentanza. Non basta mettere nelle liste qualcuno che tenga la bandierina di queste categorie, ma serve uno sforzo per rinnovare il Paese seriamente.Perché anziché concentrarsi sulle pensioni di anzianità, come ha proposto Brunetta, non si rimette invece mano alle successioni e si potenzia la lotta all’evasione fiscale? L’eredità, infatti, è una notevole fonte di diseguaglianza, che si perpetra e accumula nel tempo. Quale merito ha l’erede se non essere casualmente nato in una famiglia ricca o operosa? Non si dovrebbero certo portare via i risparmi di una vita dei genitori, ma si potrebbe agire maggiormente sulle eredità più sostanziose.
La vera tassa che impedisce a questo Paese di crescere è la diffusissima evasione fiscale. Se si recuperassero almeno una parte delle decine di miliardi di euro che ogni anno vengono nascosti al fisco e si dirottassero verso interventi a favore delle giovani generazioni si potrebbero ottenere importanti risultati.
Forse dopo l’1 marzo, lo sciopero degli immigrati che ha avuto successo, in questo Paese sarebbe tempo che i giovani prendessero più coscienza che il loro futuro è solo nelle loro mani.

Un nuovo Risorgimento per l’Italia

5 Febbraio 2010 – 09:16

 

Sono convinto che all’Italia serva un nuovo Risorgimento.  Il Risorgimento non fu solo un momento storico, ma anche un risveglio politico e culturale di una Nazione asservita allo straniero. Esso conteneva straordinarie promesse di rinnovamento e di modernizzazione. In parte queste promesse si tramutarono in realtà, ma in moltissime occasioni rimasero solo aspirazioni.Oggi l’Italia deve svegliarsi dal torpore in cui il miraggio della destra neoconservatrice l’ha posta.  Abbiamo davanti a noi sfide decisive alle quali solo uno sforzo di elaborazione politica e culturale formidabile da parte dei riformisti può davvero essere in grado di dare risposta.È in ballo lo stesso patto che ci unisce.Il Sud, nonostante i grandi passi avanti, è rimasto un’area arretrata; la democrazia ha tardato decenni a svilupparsi ed è comunque rimasta prigioniera di mafie, clientelismi e conflitti d’interessi; le corporazioni continuano a strozzare le energie più giovani; le menti migliori e gli onesti preferiscono andarsene all’estero per trovare spazio ed opportunità.La politica rischia di non essere più rappresentativa delle parti più dinamiche della società. La storia del nostro Paese è composta di alcuni momenti eccezionali, durante i quali è sembrato che le aspirazioni ad una democrazia veramente compiuta potessero realizzarsi; il Risorgimento e la Resistenza sono stati alcuni di questi fondamentali momenti. Ma sono stati solo degli attimi, perché le forze culturalmente e politicamente più avanzate hanno sempre perso il confronto con quelle più conservatrici. Il Risorgimento fu infatti portato a termine dalla Monarchia Sabauda e la democrazia dei CLN uscita dalla Resistenza (il famoso Vento del Nord) fu spazzata via da una sua versione più moderata e tranquillizzante per le élite al potere.  Parlo di un nuovo Risorgimento perché la democrazia rischia di morire di consunzione. Essa va alimentata giorno per giorno. Abbiamo bisogno di Istituzioni che siano esempio per i giovani per sfatare il mito del “ma tanto sono tutti uguali”; abbiamo bisogno di partiti nei quali chi vuole innovare non sia marginalizzato e nei quali la direzione sia nelle mani di chi vuole il bene del Paese; abbiamo bisogno di sradicare la mafia che ormai strangola vaste regioni del Paese. Abbiamo bisogno di tornare ad entusiasmarci per la vita pubblica della nostra comunità.Reichlin parla giustamente di collegare il popolo alle scelte della leadership dei riformisti. Potremo avere un nuovo Risorgimento solo se uniremo il popolo alle battaglie che pensiamo siano giuste. La strada per i riformisti, che è stata invano tentata in quei brevi momenti della nostra storia di cui parlavo, è quella di  una battaglia che renda le scelte riformatrici culturalmente maggioritarie. Qui sta il punto. Non dobbiamo vincere una battaglia militare, ma ne dobbiamo vincere una ancora più grande. Dobbiamo costruire il consenso tra gli italiani su un progetto riformatore. Dobbiamo dire agli italiani che il patto che ci unisce si rinnova dando più spazio alla scuola; dando ai giovani possibilità concrete per costruirsi un vero futuro, dando alle donne più potere perché ancora oggi devono sostenere un carico doppio di responsabilità rispetto agli uomini; dando agli immigrati fiducia perché sono l’energia nuova dell’Italia.Oggi siamo una società immobile, nella quale manca anche la speranza nel futuro. A 150 anni dall’unità sembra che le motivazioni che ci hanno uniti siano venute meno. L’egoismo sembra avere preso il sopravvento sulla solidarietà e la paura per il diverso sembra essere divenuta la normalità. I riformisti hanno un compito decisivo: unire una volta per tutte questo Paese.  Il Pd di Bersani può governare questi processi. Sarà un impegno incredibilmente difficile perché il messaggio della destra è penetrato fortemente in vasti strati sociali, ma se non cominceremo a farlo il Paese è condannato a morire lentamente.Marcello Tarozzi

Bersani: «Non mollo, è questa la strada per costruire l’alternativa»

27 Gennaio 2010 – 14:23

 

Quando la polvere verrà giù, si capirà che alle regionali possiamo giocarcela. E che abbiamo evitato il rischio mortale di trovarci a metà legislatura con un partito chiuso in una riserva indiana». Le primarie pugliesi vinte da Nichi Vendola, le dimissioni del sindaco di Bologna Flavio Delbono. E poi le accuse di «politicismo» e insieme le difficoltà ad allargare i confini dell’alleanza, le candidature ancora da scegliere e il ricorso alle primarie, i troppi «personalismi» dentro al partito e un «senso di appartenenza» su cui bisogna lavorare. Pier Luigi Bersani non sottovaluta la difficoltà della situazione, ma a chi guarda al Pd vuole dare un messaggio rassicurante.
Reichlin sull’Unità ha scritto che le centinaia di migliaia di persone che fanno la fila per partecipare alle vicende del vostro partito danno “una forte spinta”. E però la vicenda pugliese ha segnalato quantomeno un’incomprensione, non crede?
«L’incomprensione riguarda il modo in cui noi possiamo interpretare la spinta per portare l’alternativa. Si è creata una sorta di dissociazione fra le radici da cui dobbiamo trarre energia e il grande orizzonte. Perché certamente questo passaggio è stato letto, per difficoltà anche nostre, come politicismo».
Lei lo ha detto più volte che la priorità sono le alleanze.
«E continuo a dirlo, non mollo su questo. Ora dobbiamo riuscire a far capire che quando si parla di alleanze lo si fa a partire dai sommovimenti profondi che ci sono nella società. Quando parliamo di alleanze parliamo di noi, delle nostre idee, dei nostri valori, parliamo di lavoro, uguaglianza, diritti, di una democrazia che non può diventare un plebiscito. Berlusconi ha ancora consenso ma non offre più un orizzonte. E noi non stiamo lavorando su un accrocchio politicista. Stiamo cercando le vie politiche per unire tutte le forze che possono costruire un’alternativa».
Per le regionali non ci siete riusciti.
«Le regionali sono una tappa. Dimostreremo che non siamo nella riserva indiana in cui il centrodestra ha pensato che fossimo dopo le europee e anche che è possibile portare l’avvicinamento delle forze di opposizione a una dimensione di governo in molte regioni».
l Pd ha però anche dimostrato difficoltà nella scelta delle candidature.
«Di problemi ne ho parlato anche durante il congresso e non è che si risolvano in quattro settimane. Riguardano il rapporto fra competizione e coesione. Ci sono elementi di anarchismo e di personalismo che richiedono di mettere mano a un tema che non si può rinviare, e cioè che noi giustamente ci siamo attrezzati su meccanismi che codificano elementi competitivi, selettivi, di partecipazione, ma non ci siamo occupati abbastanza di elementi coesivi, che non possono essere lasciati solo ai comportamenti, ma che devono far parte di regole su cui dobbiamo discutere. Ma detto questo, guardiamo ai fatti. In 10 delle 13 regioni che votano abbiamo già scelto le candidature. In sette sono del Pd, gli altri candidati sono personalità di primo piano come Vendola, Bonino e Bortolussi. L’Udc, che cinque anni fa era ovunque col centrodestra, stavolta tranne Lazio, e poi vedremo cosa succede in Campania e Calabria, o è con noi o va da solo».
Parlava della partecipazione e degli elementi competitivi: dopo le primarie pugliesi lo strumento è a rischio?
«Si tratta di un tema che anche statutariamente dovremo chiarire meglio. Noi le abbiamo inventate e non le molleremo mai. Tuttavia ci sono primarie e primarie. È il collettivo degli organismi dirigenti che deve prendersi la responsabilità di modelli partecipativi. Perché le primarie sono meccanismi che possono suscitare la primavera oppure testimoniare che ci indeboliamo per le secondarie. E questo in un partito deve essere valutato da collettivi, da organismi dirigenti, altrimenti non c’è ragione che ci sia un partito. L’obiettivo è battere la destra e portare avanti i nostri valori. Valori di uguaglianza, lavoro, solidarietà. E quindi la politica deve avere la sua barra. Un partito non è un notaio».
La vicenda pugliese ha mostrato che le soluzioni degli organismi dirigenti e esiti delle primarie non sempre coincidono, non crede?
«Non è un tema da drammatizzare, ma dobbiamo riconoscere che le primarie sono uno strumento che va affidato a degli organismi che a loro volta sono stati eletti con meccanismi che quasi sempre prevedono le primarie. Ci sono casi in cui le primarie suscitano la primavera, in cui consentono di sollecitare un’opinione. Ma ci possono essere dei casi in cui le primarie vengono lette dai cittadini come un problema interno, come incapacità di decidere. Facciamo attenzione, non chiamiamo con lo stesso nome tutte le cose».
Ci sarà chi commenterà negativamente anche questo, lo sa?
«Guardi, vedo anche gente che si dice amica nostra, anche molti commentatori, che ci sollecitano a lavorare in partecipazione, en plein air, e contemporaneamente leggere questo in termini di caos e divisione. O l’una o l’altra cosa, perché altrimenti c’è un elemento di slealtà verso il nostro progetto. Quando la polvere sarà venuta giù, noi saremo una squadra. Anche se dubito che saranno in molti alla fine a dirlo».
Prodi ha detto a Repubblica di non sapere cosa rispondere quando la gente gli chiede: ma chi comanda nel Pd?
«A Prodi voglio bene, ho per lui affetto e rispetto inattaccabili, anche quando gli si attribuiscono cose che non condivido. C’è un filo logico, che anche dentro un partito che ha i problemi che ha noi dobbiamo tirare sia nei giorni brutti che nei giorni belli. A me non sarebbe difficile rispondere al richiamo della foresta, battere sull’identità, sul noi, sull’avanti così. Sono capace anch’io. Ma se non abbiamo il coraggio di andare in luoghi anche complicati, Berlusconi non lo mandiamo a casa».
Nessuna autocritica anche sul caso Puglia?
«Su un punto, e cioè se noi dovessimo giocarci o no questa rischiosa coerenza. Si può concludere che abbiamo sbagliato a correre quel rischio. Ma l’idea di fondo non si può abbandonare. Noi non siamo mai stati contro Vendola. Abbiamo registrato che non eravamo in condizione di fare una coalizione vincente. E quindi abbiamo cercato strade che non escludessero Vendola, ma che trovassero un diverso assetto. La rischiosa scommessa è stata quella di proporre comunque un progetto, sapendo naturalmente che andavamo incontro a una sfida difficile. Una decisione che ha comunque condizionato scelte nell’altro campo, a cominciare da quelle dell’Udc. Ora se vogliamo, e dobbiamo, lavorare per vincere in Puglia, bisogna mettere da parte qualche argomento di troppo ascoltato, come la descrizione del Pd come partito che lavora sul politicismo, la nomenclatura».
Sempre convinto che si possa discutere con Berlusconi di riforme? Non tutti nel suo partito lo sono.
«Guardi, il nostro paradosso è che Berlusconi conosce noi meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Sa benissimo che abbiamo dei paletti. Che se oltrepassati porterebbero al referendum. Lo sa e non apre il tavolo. Ma noi che siamo un partito riformista dobbiamo chiedere il rafforzamento del sistema parlamentare, perché ogni giorno che passa loro avvelenano i pozzi del sistema. Questa cosa del sospetto, che gira dalle nostre latitudini, ci fa male. Noi dobbiamo essere più sicuri di noi. Io sono disposto ad andare a uno show down popolare su questo tema. Mi spaventa molto meno che lasciar correre tutti i giorni una deriva, una deformazione di questa nostra Costituzione. i continui dubbi ci indeboliscono. Se continuiamo a pensare che qualcuno di noi vuole vendersi a Berlusconi non andiamo da nessuna parte».
Galli Della Loggia scrive sul Corriere, dopo il caso Delbono, che la sinistra non può più pretendere di incarnare una superiorità morale nei confronti della destra. Cosa risponde?
«Che ogni analisi deve partire da una considerazione onesta che riassumerei così: paese che vai, usanze che trovi. Da noi funziona che anche un amministratore che proclama a voce dispiegata la sua innocenza dice prima di tutto la città. C’è un civismo e un’opinione pubblica che non tollera ombre. Allo stesso modo si potrebbe dire prima di tutto il paese, l’Italia. Un’analisi onesta non può non partire da questa colossale differenza di comportamenti. Il resto lo vede la magistratura, che dirà se i comportamenti sono stati leciti o illeciti. Aggiungo che mi aspetto tutti gli attacchi strumentali della destra, ma anche che ci sarà una netta smentita, perché certamente l’emozione è forte, certamente conoscendo quei luoghi la sensibilità su questi fatti è acutissima, ma la cosa più importante è cosa fai, come ti comporti, come reagisci, è come fai vedere che noi non siamo loro. E fin qui ci siamo riusciti, a cominciare da Delbono».
Come pensa si possa alimentare l’orgoglio di appartenenza al Pd, in un popolo anche frastornato da tutte queste vicende?
«Dimostrando che noi abbiamo un’altra agenda rispetto alla destra, che siamo il partito del lavoro, dei redditi medio bassi, dell’ambiente, che interpreta meglio in chiave popolare quello che la gente vive. E poi identificando il Pd come il soggetto che, non da solo, può veramente e non a chiacchiere mandare a casa Berlusconi». www.unita.it