Rituffiamoci nel popolo

9 Marzo 2010 – 12:42

Con il rischio di andare contro un certo modo di pensare ormai consolidatosi negli ultimi venti anni, sono convinto che al nostro Paese, per uscire dalla crisi politica in cui si trova dalla caduta della prima Repubblica, servano partiti veri. Forse il partito di massa che abbiamo conosciuto fino ad un recente passato è una realtà scomparsa, ma credo che per creare le condizioni politiche e culturali necessarie ad un riscatto dell’Italia, sia fondamentale che nel nostro Paese si consolidino partiti in grado di stare tra la gente.

I comitati elettorali e i partiti liquidi lasciamoli alla destra che aveva pensato che fossero sufficienti il leader e il suo carisma. Leader e carisma forse servono ad ottenere consenso nel breve periodo, ma non sono sufficienti per rafforzarlo.Nei primi cinquant’anni di vita democratica della nostra Repubblica i partiti avevano svolto un ruolo decisivo nell’educazione politica dei cittadini. In quei partiti, chi più chi meno, si discuteva e si promuoveva elaborazione politica. Erano partiti che formavano classi dirigenti. Certo, si creò un sistema perverso, nel quale la politica era divenuta non poche volte mezzo per il malaffare, ma il sistema democratico per molti anni crebbe. Per molto tempo i partiti furono mezzi per trasformare la società in meglio. Oggi abbiamo partiti deboli e proprio per questo con maggiori probabilità di rimanere ostaggi di interessi di parte. Avere iscritti e luoghi deputati alla discussione contribuisce invece a ostacolare coloro che pensano ai partiti solo come strumenti di potere.In questo Paese è necessario che i riformisti si pongano seriamente la “questione del partito”. Per avviare quella “rivoluzione culturale” che sarà necessaria per rendere il riformismo maggioritario da un punto di vista culturale, sarà decisivo un Partito Democratico forte, radicato e in grado di produrre elaborazione politica e culturale. Il vero ostacolo a questo grande progetto riformatore negli ultimi venti anni è stata proprio la mancanza di un grande partito riformista. Un partito vero e non un simulacro.Abbiamo bisogno di un partito che abbia coraggio e che stia tra i cittadini; di un partito che sappia ascoltare e che sia capace di proporre idee nuove; di un partito che non rinunci a costruire gruppi dirigenti autonomi. Abbiamo bisogno di un partito che possa prendere in mano l’Italia e ricostruire lo Stato democratico.Lo sfascio delle istituzioni è anche la conseguenza della cultura promossa dalla destra in questi anni. Non possiamo mancare questo appuntamento con la storia. Proprio oggi, di fronte all’apice della forza della destra, è venuto il momento di ricostruire una nuova cultura democratica.        Come quando negli anni ’80 dell’800 le forze che intendevano rappresentare le classi lavoratrici capirono che era necessario trasformarsi in partito e portare nel sistema politico, attraverso gli strumenti democratici, le masse, oggi ci troviamo ad un bivio simile. Oggi più che mai l’affermazione di Andrea Costa “rituffiamoci nel popolo” perché è “troppo tempo siamo stati chiusi tra di noi” torna d’attualità.Oggi non si tratta di rappresentare per la prima volta i lavoratori, ma si tratta di riformare una volta per tutte questo Paese. Chi può rappresentare sul serio le forse innovatrici che, nonostante tutto, sono nella società italiana se non i democratici? È questo il momento per avviare quella rivoluzione culturale di cui parlavo all’inizio, ma per farla abbiamo bisogno di porre fin da subito, come ha capito bene Bersani, la questione del partito. Senza un forte Partito Democratico non si potrà cominciare questa straordinaria iniziativa politica e culturale. Non possiamo perdere quest’ultima occasione. Marcello Tarozzi

E ora lo sciopero dei giovani

3 Marzo 2010 – 18:05

 

Qualche tempo fa il Ministro Brunetta ha fatto una delle sue solite provocazioni: 500 euro al mese ai neomaggiorenni per combattere il fenomeno dei cosiddetti “bamboccioni”. Questo provvedimento, secondo il Ministro, potrebbe essere finanziato con parte dei fondi destinati alle pensioni di anzianità. Brunetta però si è dimenticato che la pensione media è di soli 950 euro al mese. In più, se il provvedimento venisse finanziato in questa maniera si creerebbero i presupposti per un conflitto tra generazioni che il Paese non potrebbe reggere.È evidente che in Italia le giovani generazioni soffrono della mancanza di una politica nazionale che le riguardi. La politica sembra avere rinunciato ad occuparsi del futuro dei giovani e i giovani sembrano essere rassegnati a non svolgere quel ruolo di rinnovamento che la storia assegna loro. La destra sta rubando loro il futuro e qualche proposta slogan, come quella di Brunetta, non può certamente essere utile per costruire un futuro migliore. Dobbiamo sempre tenere presente che questa destra, tra i primi provvedimenti, ha reintrodotto molte forme di lavoro precario che il centrosinistra aveva abolito. Non basta criticare lo Statuto dei lavoratori per ideologia, serve dimostrare concretamente cosa si vuole fare per impedire che nei prossimi decenni in questo Paese si abbia una crisi sociale devastante. Oggi i veri poveri sono gli under 35 e le prospettive per il futuro e per la tenuta sociale del Paese non sono rosee.L’Italia è uno dei Paesi OCSE con le maggiori disuguaglianze e la minore mobilità sociale: significa che chi nasce in una famiglia di operai ha moltissime probabilità di restare tale.La grande sfida riformista è quella di rendere questo Paese meno disuguale e di dare una nuova speranza ai giovani. Io credo si possa fare, ma è necessario avere il coraggio di andare oltre i calcoli elettorali di corto respiro. È tempo di mettere in campo una proposta nuova per quei giovani che non riescono a costruirsi una famiglia o non riescono a rendersi autonomi.In questo Paese credo siano tre le categorie che possono davvero innescare il rinnovamento: i giovani, le donne e gli immigrati. Ma attualmente sono anche le categorie che meno sono rappresentate dalla politica. È necessario che la politica dia loro reale rappresentanza. Non basta mettere nelle liste qualcuno che tenga la bandierina di queste categorie, ma serve uno sforzo per rinnovare il Paese seriamente.Perché anziché concentrarsi sulle pensioni di anzianità, come ha proposto Brunetta, non si rimette invece mano alle successioni e si potenzia la lotta all’evasione fiscale? L’eredità, infatti, è una notevole fonte di diseguaglianza, che si perpetra e accumula nel tempo. Quale merito ha l’erede se non essere casualmente nato in una famiglia ricca o operosa? Non si dovrebbero certo portare via i risparmi di una vita dei genitori, ma si potrebbe agire maggiormente sulle eredità più sostanziose.
La vera tassa che impedisce a questo Paese di crescere è la diffusissima evasione fiscale. Se si recuperassero almeno una parte delle decine di miliardi di euro che ogni anno vengono nascosti al fisco e si dirottassero verso interventi a favore delle giovani generazioni si potrebbero ottenere importanti risultati.
Forse dopo l’1 marzo, lo sciopero degli immigrati che ha avuto successo, in questo Paese sarebbe tempo che i giovani prendessero più coscienza che il loro futuro è solo nelle loro mani.

Un nuovo Risorgimento per l’Italia

5 Febbraio 2010 – 09:16

 

Sono convinto che all’Italia serva un nuovo Risorgimento.  Il Risorgimento non fu solo un momento storico, ma anche un risveglio politico e culturale di una Nazione asservita allo straniero. Esso conteneva straordinarie promesse di rinnovamento e di modernizzazione. In parte queste promesse si tramutarono in realtà, ma in moltissime occasioni rimasero solo aspirazioni.Oggi l’Italia deve svegliarsi dal torpore in cui il miraggio della destra neoconservatrice l’ha posta.  Abbiamo davanti a noi sfide decisive alle quali solo uno sforzo di elaborazione politica e culturale formidabile da parte dei riformisti può davvero essere in grado di dare risposta.È in ballo lo stesso patto che ci unisce.Il Sud, nonostante i grandi passi avanti, è rimasto un’area arretrata; la democrazia ha tardato decenni a svilupparsi ed è comunque rimasta prigioniera di mafie, clientelismi e conflitti d’interessi; le corporazioni continuano a strozzare le energie più giovani; le menti migliori e gli onesti preferiscono andarsene all’estero per trovare spazio ed opportunità.La politica rischia di non essere più rappresentativa delle parti più dinamiche della società. La storia del nostro Paese è composta di alcuni momenti eccezionali, durante i quali è sembrato che le aspirazioni ad una democrazia veramente compiuta potessero realizzarsi; il Risorgimento e la Resistenza sono stati alcuni di questi fondamentali momenti. Ma sono stati solo degli attimi, perché le forze culturalmente e politicamente più avanzate hanno sempre perso il confronto con quelle più conservatrici. Il Risorgimento fu infatti portato a termine dalla Monarchia Sabauda e la democrazia dei CLN uscita dalla Resistenza (il famoso Vento del Nord) fu spazzata via da una sua versione più moderata e tranquillizzante per le élite al potere.  Parlo di un nuovo Risorgimento perché la democrazia rischia di morire di consunzione. Essa va alimentata giorno per giorno. Abbiamo bisogno di Istituzioni che siano esempio per i giovani per sfatare il mito del “ma tanto sono tutti uguali”; abbiamo bisogno di partiti nei quali chi vuole innovare non sia marginalizzato e nei quali la direzione sia nelle mani di chi vuole il bene del Paese; abbiamo bisogno di sradicare la mafia che ormai strangola vaste regioni del Paese. Abbiamo bisogno di tornare ad entusiasmarci per la vita pubblica della nostra comunità.Reichlin parla giustamente di collegare il popolo alle scelte della leadership dei riformisti. Potremo avere un nuovo Risorgimento solo se uniremo il popolo alle battaglie che pensiamo siano giuste. La strada per i riformisti, che è stata invano tentata in quei brevi momenti della nostra storia di cui parlavo, è quella di  una battaglia che renda le scelte riformatrici culturalmente maggioritarie. Qui sta il punto. Non dobbiamo vincere una battaglia militare, ma ne dobbiamo vincere una ancora più grande. Dobbiamo costruire il consenso tra gli italiani su un progetto riformatore. Dobbiamo dire agli italiani che il patto che ci unisce si rinnova dando più spazio alla scuola; dando ai giovani possibilità concrete per costruirsi un vero futuro, dando alle donne più potere perché ancora oggi devono sostenere un carico doppio di responsabilità rispetto agli uomini; dando agli immigrati fiducia perché sono l’energia nuova dell’Italia.Oggi siamo una società immobile, nella quale manca anche la speranza nel futuro. A 150 anni dall’unità sembra che le motivazioni che ci hanno uniti siano venute meno. L’egoismo sembra avere preso il sopravvento sulla solidarietà e la paura per il diverso sembra essere divenuta la normalità. I riformisti hanno un compito decisivo: unire una volta per tutte questo Paese.  Il Pd di Bersani può governare questi processi. Sarà un impegno incredibilmente difficile perché il messaggio della destra è penetrato fortemente in vasti strati sociali, ma se non cominceremo a farlo il Paese è condannato a morire lentamente.Marcello Tarozzi

Bersani: «Non mollo, è questa la strada per costruire l’alternativa»

27 Gennaio 2010 – 14:23

 

Quando la polvere verrà giù, si capirà che alle regionali possiamo giocarcela. E che abbiamo evitato il rischio mortale di trovarci a metà legislatura con un partito chiuso in una riserva indiana». Le primarie pugliesi vinte da Nichi Vendola, le dimissioni del sindaco di Bologna Flavio Delbono. E poi le accuse di «politicismo» e insieme le difficoltà ad allargare i confini dell’alleanza, le candidature ancora da scegliere e il ricorso alle primarie, i troppi «personalismi» dentro al partito e un «senso di appartenenza» su cui bisogna lavorare. Pier Luigi Bersani non sottovaluta la difficoltà della situazione, ma a chi guarda al Pd vuole dare un messaggio rassicurante.
Reichlin sull’Unità ha scritto che le centinaia di migliaia di persone che fanno la fila per partecipare alle vicende del vostro partito danno “una forte spinta”. E però la vicenda pugliese ha segnalato quantomeno un’incomprensione, non crede?
«L’incomprensione riguarda il modo in cui noi possiamo interpretare la spinta per portare l’alternativa. Si è creata una sorta di dissociazione fra le radici da cui dobbiamo trarre energia e il grande orizzonte. Perché certamente questo passaggio è stato letto, per difficoltà anche nostre, come politicismo».
Lei lo ha detto più volte che la priorità sono le alleanze.
«E continuo a dirlo, non mollo su questo. Ora dobbiamo riuscire a far capire che quando si parla di alleanze lo si fa a partire dai sommovimenti profondi che ci sono nella società. Quando parliamo di alleanze parliamo di noi, delle nostre idee, dei nostri valori, parliamo di lavoro, uguaglianza, diritti, di una democrazia che non può diventare un plebiscito. Berlusconi ha ancora consenso ma non offre più un orizzonte. E noi non stiamo lavorando su un accrocchio politicista. Stiamo cercando le vie politiche per unire tutte le forze che possono costruire un’alternativa».
Per le regionali non ci siete riusciti.
«Le regionali sono una tappa. Dimostreremo che non siamo nella riserva indiana in cui il centrodestra ha pensato che fossimo dopo le europee e anche che è possibile portare l’avvicinamento delle forze di opposizione a una dimensione di governo in molte regioni».
l Pd ha però anche dimostrato difficoltà nella scelta delle candidature.
«Di problemi ne ho parlato anche durante il congresso e non è che si risolvano in quattro settimane. Riguardano il rapporto fra competizione e coesione. Ci sono elementi di anarchismo e di personalismo che richiedono di mettere mano a un tema che non si può rinviare, e cioè che noi giustamente ci siamo attrezzati su meccanismi che codificano elementi competitivi, selettivi, di partecipazione, ma non ci siamo occupati abbastanza di elementi coesivi, che non possono essere lasciati solo ai comportamenti, ma che devono far parte di regole su cui dobbiamo discutere. Ma detto questo, guardiamo ai fatti. In 10 delle 13 regioni che votano abbiamo già scelto le candidature. In sette sono del Pd, gli altri candidati sono personalità di primo piano come Vendola, Bonino e Bortolussi. L’Udc, che cinque anni fa era ovunque col centrodestra, stavolta tranne Lazio, e poi vedremo cosa succede in Campania e Calabria, o è con noi o va da solo».
Parlava della partecipazione e degli elementi competitivi: dopo le primarie pugliesi lo strumento è a rischio?
«Si tratta di un tema che anche statutariamente dovremo chiarire meglio. Noi le abbiamo inventate e non le molleremo mai. Tuttavia ci sono primarie e primarie. È il collettivo degli organismi dirigenti che deve prendersi la responsabilità di modelli partecipativi. Perché le primarie sono meccanismi che possono suscitare la primavera oppure testimoniare che ci indeboliamo per le secondarie. E questo in un partito deve essere valutato da collettivi, da organismi dirigenti, altrimenti non c’è ragione che ci sia un partito. L’obiettivo è battere la destra e portare avanti i nostri valori. Valori di uguaglianza, lavoro, solidarietà. E quindi la politica deve avere la sua barra. Un partito non è un notaio».
La vicenda pugliese ha mostrato che le soluzioni degli organismi dirigenti e esiti delle primarie non sempre coincidono, non crede?
«Non è un tema da drammatizzare, ma dobbiamo riconoscere che le primarie sono uno strumento che va affidato a degli organismi che a loro volta sono stati eletti con meccanismi che quasi sempre prevedono le primarie. Ci sono casi in cui le primarie suscitano la primavera, in cui consentono di sollecitare un’opinione. Ma ci possono essere dei casi in cui le primarie vengono lette dai cittadini come un problema interno, come incapacità di decidere. Facciamo attenzione, non chiamiamo con lo stesso nome tutte le cose».
Ci sarà chi commenterà negativamente anche questo, lo sa?
«Guardi, vedo anche gente che si dice amica nostra, anche molti commentatori, che ci sollecitano a lavorare in partecipazione, en plein air, e contemporaneamente leggere questo in termini di caos e divisione. O l’una o l’altra cosa, perché altrimenti c’è un elemento di slealtà verso il nostro progetto. Quando la polvere sarà venuta giù, noi saremo una squadra. Anche se dubito che saranno in molti alla fine a dirlo».
Prodi ha detto a Repubblica di non sapere cosa rispondere quando la gente gli chiede: ma chi comanda nel Pd?
«A Prodi voglio bene, ho per lui affetto e rispetto inattaccabili, anche quando gli si attribuiscono cose che non condivido. C’è un filo logico, che anche dentro un partito che ha i problemi che ha noi dobbiamo tirare sia nei giorni brutti che nei giorni belli. A me non sarebbe difficile rispondere al richiamo della foresta, battere sull’identità, sul noi, sull’avanti così. Sono capace anch’io. Ma se non abbiamo il coraggio di andare in luoghi anche complicati, Berlusconi non lo mandiamo a casa».
Nessuna autocritica anche sul caso Puglia?
«Su un punto, e cioè se noi dovessimo giocarci o no questa rischiosa coerenza. Si può concludere che abbiamo sbagliato a correre quel rischio. Ma l’idea di fondo non si può abbandonare. Noi non siamo mai stati contro Vendola. Abbiamo registrato che non eravamo in condizione di fare una coalizione vincente. E quindi abbiamo cercato strade che non escludessero Vendola, ma che trovassero un diverso assetto. La rischiosa scommessa è stata quella di proporre comunque un progetto, sapendo naturalmente che andavamo incontro a una sfida difficile. Una decisione che ha comunque condizionato scelte nell’altro campo, a cominciare da quelle dell’Udc. Ora se vogliamo, e dobbiamo, lavorare per vincere in Puglia, bisogna mettere da parte qualche argomento di troppo ascoltato, come la descrizione del Pd come partito che lavora sul politicismo, la nomenclatura».
Sempre convinto che si possa discutere con Berlusconi di riforme? Non tutti nel suo partito lo sono.
«Guardi, il nostro paradosso è che Berlusconi conosce noi meglio di quanto noi conosciamo noi stessi. Sa benissimo che abbiamo dei paletti. Che se oltrepassati porterebbero al referendum. Lo sa e non apre il tavolo. Ma noi che siamo un partito riformista dobbiamo chiedere il rafforzamento del sistema parlamentare, perché ogni giorno che passa loro avvelenano i pozzi del sistema. Questa cosa del sospetto, che gira dalle nostre latitudini, ci fa male. Noi dobbiamo essere più sicuri di noi. Io sono disposto ad andare a uno show down popolare su questo tema. Mi spaventa molto meno che lasciar correre tutti i giorni una deriva, una deformazione di questa nostra Costituzione. i continui dubbi ci indeboliscono. Se continuiamo a pensare che qualcuno di noi vuole vendersi a Berlusconi non andiamo da nessuna parte».
Galli Della Loggia scrive sul Corriere, dopo il caso Delbono, che la sinistra non può più pretendere di incarnare una superiorità morale nei confronti della destra. Cosa risponde?
«Che ogni analisi deve partire da una considerazione onesta che riassumerei così: paese che vai, usanze che trovi. Da noi funziona che anche un amministratore che proclama a voce dispiegata la sua innocenza dice prima di tutto la città. C’è un civismo e un’opinione pubblica che non tollera ombre. Allo stesso modo si potrebbe dire prima di tutto il paese, l’Italia. Un’analisi onesta non può non partire da questa colossale differenza di comportamenti. Il resto lo vede la magistratura, che dirà se i comportamenti sono stati leciti o illeciti. Aggiungo che mi aspetto tutti gli attacchi strumentali della destra, ma anche che ci sarà una netta smentita, perché certamente l’emozione è forte, certamente conoscendo quei luoghi la sensibilità su questi fatti è acutissima, ma la cosa più importante è cosa fai, come ti comporti, come reagisci, è come fai vedere che noi non siamo loro. E fin qui ci siamo riusciti, a cominciare da Delbono».
Come pensa si possa alimentare l’orgoglio di appartenenza al Pd, in un popolo anche frastornato da tutte queste vicende?
«Dimostrando che noi abbiamo un’altra agenda rispetto alla destra, che siamo il partito del lavoro, dei redditi medio bassi, dell’ambiente, che interpreta meglio in chiave popolare quello che la gente vive. E poi identificando il Pd come il soggetto che, non da solo, può veramente e non a chiacchiere mandare a casa Berlusconi». www.unita.it

 

Arriva la legge “ad familiam”

27 Gennaio 2010 – 14:20

 

Da legge “ad personam” a legge “ad familiam”. Estesa pure ai coimputati. Per sospendere il processo non solo per Berlusconi ma, giusto quando l’inchiesta Mediatrade marcia verso il dibattimento, anche al figlio Pier Silvio e a Confalonieri. Udc in allarme, Quirinale preoccupato. Ma il Cavaliere ha buon cuore e le sue teste d’uovo giuridiche sono pronte ad “allargare” il legittimo impedimento. Questione di ore per la modifica. Che oggi passerà il vaglio della consulta Pdl per la giustizia.

Vogliono il “concorso di persone”, quindi udienze sospese quando il premier, i ministri (e loro vorrebbero pure i sottosegretari), hanno impegni istituzionali. Certificati dagli uffici. Udienze bloccate fino a sei mesi visto che il testo di Enrico Costa, il capogruppo Pdl in commissione giustizia relatore del ddl, già prevede la novità del “legittimo impegno continuativo”. Di sei mesi in sei mesi il processo non si farà più, almeno per 18 mesi, tanto dura la legge-ponte proposta dal leader dei centristi Casini per far retrocedere Berlusconi dallo “sterminio”, come lo chiamano le toghe, del processo breve.

E proprio nell’Udc si respirava ieri sera forte preoccupazione. Ecco Michele Vietti, autore della sua versione di impedimento e in attesa delle modifiche, dire: “Se fanno i furbi e pensano di far passare un tir sul ponte tibetano, il ponte crolla e tanti saluti”. L’aveva battezzato così Vietti, per lui il legittimo impedimento per coprire il premier fino al nuovo lodo Alfano costituzionale, era un esile “ponte tibetano”. Che adesso rischia d’essere gravato da un peso troppo forte.
Anzi, dalle prime indiscrezioni sugli emendamenti, da molti pesi. Tant’è che i tecnici del Quirinale seguono con apprensione lo sviluppo legislativo alla luce di quanto è accaduto al lodo Alfano. Firmato da Napolitano, è stato bocciato dalla Consulta. E ora, il legittimo impedimento, come teme l’Udc, si sta trasformando in un nuovo lodo varato con legge ordinaria, addirittura con una copertura più ampia del primo che sospendeva i processi solo per i quattro più alti presidenti. Qui rientrano il premier, i ministri, e utilizzando la dizione “membri del governo” si vorrebbero comprendere vice ministri e sottosegretari. Perché non sospendere i futuri processi su Nicola Cosentino e Guido Bertolaso? Meglio dentro che fuori, devono aver ragionato. Anche se la Costituzione, cui rinvia il testo non ancora presentato lodo costituzionale, all’articolo 96 parla solo di ministri e non fa cenno ai vice e ai sottosegretari. Per cui l’estensione sarebbe un’innegabile forzatura.

Una nuova legge “salva casta”. Una “prerogativa”, com’è scritto nel testo, che passa per legge ordinaria e rischia i fulmini della Consulta. Costa, l’alter ego di Niccolò Ghedini in commissione Giustizia, la difende. “Principio sacrosanto” dice. Ne segue e ne tratta le modifiche. Per esempio quella di inserire puntigliosamente i riferimenti di tutte le leggi che parlano di impegni del premier in modo da non saltarne neppure uno. Non solo i singoli appuntamenti nazionali ed esteri, ma “ogni attività comunque connessa alle funzioni di governo”. Con il certificato degli uffici della presidenza, e su richiesta di parte, “il giudice rinvia il processo ad altra udienza”.

Via dunque ogni valutazione discrezionale del giudice, perché la legge diventa imperativa. Le toghe “devono” prendere atto degli impegni e rinviare. Se passa anche il “concorso di persone” quel rinvio varrà per tutti i coimputati. E quello che era nato, nella mente di Casini e Vietti, come un istituto processuale, diventa di fatto una super immunità che comprende, tra attività prima e dopo ogni singolo impegno, una maxi sospensione indeterminata e continuativa.

In questa versione dirompente, il legittimo impedimento “salva casta” è destinato a diventare un’occasione di scontro nella partita delle riforme costituzionali. Che Berlusconi vuole accelerare, tant’è che oggi se ne riparla in un vertice del Pdl, mentre il ministro per la Semplificazione Calderoli studia il coté elettorale e il Guardasigilli Alfano quello della giustizia. Compresa la via da scegliere tra lodo e immunità. Su cui arriva un niet definitivo da Bersani. “L’immunità è una legge che non ci riguarda. Finché io resterò segretario non è e non sarà mai potabile per il Pd” dice il segretario che quindi apre la porta a un inevitabile referendum “pesante” per Berlusconi. È un niet che potrebbe spingerlo a rifare solo il lodo Alfano dove giocare la sua faccia, senza proteggere la casta. www.repubblica.it

D’Alema: «Puglia, quante calunnie: con Boccia vogliamo battere questa destra»

23 Gennaio 2010 – 11:15

 

Vedo che tutti danno per scontato che a vincere le primarie sarà Vendola”. Massimo D’Alema sfoglia i quotidiani mentre l’auto corre verso Foggia per l’ennesima iniziativa a sostegno del deputato Pd Francesco Boccia. Un po’ sorride delle “verità preconfezionate nelle redazioni dei giornali, che non sempre riflettono quello che avviene nella società”. Un po’ storce la bocca quando incappa in qualche “calunnia”: “Vogliamo vendere l’acquedotto pugliese a Caltagirone, facciamo costruire qui le centrali nucleari… ma come si fa? Idiozie di questo genere sono il segno di una degenerazione della lotta politica all’interno del centrosinistra. I cui effetti sono soltanto quelli di favorire la destra”.

Il confronto con la destra è a fine marzo, ma ora la sfida è tra Boccia e Vendola: valeva la pena, per allargare l’alleanza all’Udc, entrare in rotta di collisione col governatore uscente?
«Non è questo il punto. Il problema è l’anomalia della situazione pugliese, di cui troppo spesso ci si dimentica».

E sarebbe?
«Vendola è stato eletto nel 2005 da una coalizione che non esiste più. Udc e Idv sono stati entrambi all’opposizione per cinque anni. Un problema oggettivo, non creato dalla malvagità di D’Alema o del Pd. Da mesi abbiamo chiesto a Vendola di affrontarlo, avviando una discussione. Io stesso glielo chiesi, prima dell’estate. Ma invece di fare quello che sarebbe stato doveroso, Vendola si è autocandidato a nome del popolo. È stata una forzatura populista. Tutto il problema pugliese nasce da lì».

È astioso, le ripeterebbe Vendola.
«Non è questione di astio, ma di ricordare fatti che purtroppo sono totalmente rimossi dalla cronaca degli eventi. Quella che rivolgo a Nichi è una critica politica. Ha pensato di risolvere i problemi con il suo carisma personale, mettendo i partiti con le spalle al muro. Ma questa è un’idea della politica che ritengo sbagliata».

E fissare come priorità l’accordo con l’Udc è una politica giusta?
«Non si tratta solo di costruire un’alleanza con l’Udc. L’obiettivo che ci poniamo in Puglia è costruire un’alleanza anche sociale maggioritaria. Nel senso che contenga, oltre alle forze del mondo del lavoro e dei giovani, anche le imprese, le forze moderate, la società civile, nell’ottica di una battaglia meridionalista. È un tema molto più complesso, perché si tratta di consolidare una maggioranza democratica che si opponga al governo Berlusconi, contro il patto Pdl-Lega che danneggia il Mezzogiorno».

Parla di una battaglia meridionalista con l’Udc contro il governo, ma i centristi fanno sapere che non si alleeranno col Pd in Puglia se dovesse vincere Vendola e stanno chiudendo accordi con il Pdl nel Lazio, in Calabria e probabilmente anche in Campania.
«Se le cose dovessero andare in questo senso sarebbe molto negativo. Sarebbe grave se una forza politica che in Parlamento è schierata all’opposizione, e che in particolare ha caratterizzato la sua opposizione in chiave meridionalista in contrapposizione alle scelte del governo, poi si ritrovasse alleata col centrodestra nella maggioranza delle regioni meridionali. E noi dovremo dirlo con chiarezza in campagna elettorale, senza fare sconti a nessuno. Ma anche per questo acquista un grande valore, anche emblematico, la partita in Puglia».

Sicuri che sia stata la scelta migliore, candidare una figura non di primo piano come Boccia?
«Abbiamo voluto fare un investimento sul futuro della Puglia. E mi dispiace il tono di sufficienza a cui ricorre Vendola. Capisco che si tratta di un candidato che ha dieci anni meno di lui. Ma Boccia non è uno che abbia bisogno della balia, come ha detto Vendola. Mentre altri parlano tanto di ricambio generazionale, noi lo pratichiamo con un quarantenne che però è già stato assessore al Comune di Bari e l’uomo che il governo Prodi ha mandato a risanare i conti del Comune di Taranto. Capisco che di questo non si sia voluto parlare, che si è preferito mettere in scena un conflitto tra caro Massimo e caro Nichi».

«Caro Massimo», le dice appunto Vendola parlando dell’«affetto» nei suoi confronti: siamo al piano dei sentimenti?
«Noi ci occupiamo di politica. Il mio principale sentimento è cercare di creare una coalizione in grado di battere Berlusconi».

Anche Beppe Grillo è sceso in campo per Vendola, che ne pensa?
«Posso dare un consiglio a Nichi. Leggo certe dichiarazioni che sono il viatico verso la sconfitta certa. Nel senso che se Vendola dovesse vincere le primarie sull’onda di quegli argomenti, le regionali le perderebbe senza il minimo dubbio».

Perché Grillo l’ha paragonata a Caino, con Vendola nei panni di Abele? O perché sostiene che se vince Boccia e l’alleanza con «Casini-Caltagirone» ci sarà l’esproprio dell’acqua pubblica?
«Sono calunnie, accuse ridicole, come appunto quella che vogliamo vendere l’acquedotto pugliese a Caltagirone. Stupidaggini senza né capo né coda. Non solo perché non lo vogliamo fare ma anche perché non è che il candidato presidente diventa il padrone della Puglia. Questa è roba tremenda, ma per Nichi. Dà la sensazione di due modi diversi di affrontare le primarie. Noi le facciamo per vincere le elezioni. Dall’altra parte c’è chi le fa contro di noi. Ma se hai vinto contro di noi, dopo, con quegli altri perdi. Perché voglio vedere il giorno dopo le primarie dire: adesso per cortesia voi delinquenti e sporcaccioni che volevate vendere l’acquedotto mi date una mano per vincere le elezioni… Sarebbe complicato».

È una calunnia anche dire che solo se vince Vendola si avrà la certezza che in Puglia non si faranno centrali nucleari?
«Io penso che fare oggi le centrali nucleari in Italia, con una tecnologia ormai superata, è una scelta enormemente costosa e che non ha senso. Ma mi domando come si possa pensare che se il candidato presidente è Boccia anziché Vendola si faranno le centrali nucleari. Nichi farebbe bene a prendere le distanze da idiozie di questo genere».

La minoranza locale del Pd non sta facendo campagna per Boccia, molti dicono apertamente che sosterranno Vendola, e Vassallo va spiegando che non c’è nessun vincolo perché stando allo Statuto Boccia non è il candidato ufficiale del vostro partito. Che ne pensa?
«Che hanno una strana idea di partito. È come se uno gioca in una squadra e tifa perché vinca l’altra. Non è un grande spirito, non è un bel modo di stare insieme».

C’è chi sostiene che Emiliano non si stia impegnando abbastanza.
«Non è vero. Ho personalmente partecipato a diverse iniziative organizzate dal sindaco di Bari a sostegno di Boccia. Sono voci malevole messe in giro per creare confusione tra i militanti del Pd».www.unita.it

comune di imola e fondazione cassa di risparmio “insieme per le famiglie e per il lavoro”

19 Gennaio 2010 – 16:05

 

Un milione e 200mila euro per aiutare i giovani senza lavoro e senza ammortizzatori sociali, le famiglie in difficoltà (in particolare quelle con bambini in età scolare), chi ha bisogno di una casa. E’ la somma messa a disposizione da Comune di Imola e Fondazione Cassa di Risparmio di Imola per il 2010, nell’ambito del progetto a due mani “Insieme per le famiglie e per il lavoro”.Tra le azioni, la più innovativa è quella in base alla quale il Comune, attingendo al fondo stanziato dalla Fondazione Cassa di Risparmio, si accolla l’onere di corrispondere a giovani senza occupazione e privi di ammortizzatori un fisso mensile da 600 euro, in cambio di inserimento in azienda e/o corsi di formazione e qualificazione. Altre azioni prevedono riduzioni di tariffe dei servizi scolastici, utenze e ticket sanitari, agevolazioni per famiglie numerose, buoni libro e buoni per abbattere gli affitti. Per migliorare le relazioni tra generazioni, infine, è allo studio un servizio di somministrazione pasti agli anziani da parte di ragazzi dei movimenti giovanili.“Si tratta di una vera riforma degli ammortizzatori sociali, che sperimentiamo nella nostra città - sottolinea il sindaco Daniele Manca -. Con la misura a favore dei giovani introduciamo il criterio del salario minimo, inoltre valorizziamo le attività portate avanti da Caritas diocesana, associazionismo, cooperazione sociale, volontariato: in questa fase la rete è importantissima e il ruolo della Pubblica amministrazione è proprio quello di promuoverla. Con questo progetto la collaborazione di tutta la città si rafforza”.“E’ un progetto unico - aggiunge il presidente della Fondazione, Sergio Santi - poiché non mi risulta che altre fondazioni abbiano stanziati risorse a fondo perduto per aiutare chi è in difficoltà, attivando piuttosto forme di credito agevolato”.L’obiettivo del progetto, che vede un uguale impegno di risorse da parte di Comune (sotto forma di mancati incassi relativi agli sconti tariffari) e Fondazione (risorse aggiuntive che verranno inserite attraverso un emendamento al bilancio di previsione 2010), è quello di affrontare l’emergenza e dunque le misure saranno temporanee, per evitare l’assistenzialismo permanente.

100 anni dalla morte di Andrea Costa

19 Gennaio 2010 – 16:03

Nel 2010 ricorre il centenario della morte di Andrea Costa (1851-1910), pioniere del municipalismo popolare, tra i fondatori del partito socialista italiano, primo deputato socialista alla Camera dei deputati nel 1882, vicepresidente della medesima dal 1909 e personaggio eminente del socialismo europeo. Il Sindaco e la Giunta del Comune di Imola invitano a partecipare alle manifestazioni di seguito descritte. IMOLA 19 gennaio 2010 ore 16 Biblioteca comunale via Emilia 80 Incontro con i rappresentanti delle istituzioni per presentare le iniziative promosse in occasione del centenario della morte di Andrea Costa Intervengono: Daniele Manca, Sindaco del Comune di Imola; Paola Lanzon,        Presidente Consiglio Comunale di Imola; Conferenza Prof. Renato Zangheri IMOLA 19 gennaio ore 21 Biblioteca comunale via Emilia 80 Incontro rivolto alla cittadinanza sul tema “Andrea Costa e le politiche sociali tra Imola e l’Europa” Intervengono: Daniele Manca, Sindaco del Comune di Imola; Valter Galavotti   Assessore alla Cultura del Comune di Imola; Conversazione: Prof. Maurizio Ridolfi (Univ. Viterbo) ROMA 26 gennaio 2010 ore 11 Montecitorio, Sala della Lupa La Fondazione della Camera dei Deputati celebrerà il Deputato e Vicepresidente della Camera Andrea Costa a Roma, alla presenza del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, del Presidente della Camera dei deputati, Gianfranco Fini, del Presidente della Fondazione della Camera dei deputati, Fausto Bertinotti. Relazione: Giuseppe Tamburrano “Andrea Costa protagonista della nascita del movimento socialista”; Interventi: Giuseppe Parlato, Giuseppe Vacca, Angelo VentroneAll’iniziativa a Roma si partecipa solo con apposito invito

La legge in freezer

13 Gennaio 2010 – 18:48

Segnatevi questa data, perché ne riparleremo. Il 12 gennaio 2010, con 32 voti di scarto, la maggioranza ha deciso di rimandare in Commissione il testo sulla cittadinanza, con l’impegno di approfondire meglio i temi più delicati (in primis, i minori) per poi arrivare ad un testo condiviso. Così, almeno, recitano i resoconti parlamentari, perché questo è ciò che è stato detto poco fa in Aula dai rappresentanti del Pdl. Che non potevano esprimere pubblicamente le due ragioni vere della messa in freezer, ossia la paura di spaccarsi a ridosso delle Regionali e quella di regalare vagonate di voti alla Lega, ma io le sapevo già e tutto sommato non mi interessano molto. Quello che mi interessa davvero – lo ripeto per la millesima volta – è portare a casa qualcosa di decente, che sia una legge firmata il 15 agosto sulla spiaggia (il patto del ghiacciolo) o il 25 dicembre sulla neve (il patto del vin brulé), ma andrebbe bene anche l’11 ottobre nel bosco (il patto del porcino) o il 21 aprile in un giardino fiorito (il patto dello starnuto). Quando vi pare, ragazzi miei, ma facciamolo, nonostante la Lega e nonostante l’invasione di falchi che – con l’approssimarsi del voto - sta rendendo meno azzurro il cielo del Pdl. Stamattina, per dire, ce n’era uno nero nero in Commissione Affari Costituzionali: era Nitto Palma, sottosegretario agli Interni, che ha sproloquiato contro la cittadinanza ai minori perché, a suo avviso, sarebbe un moltiplicatore di ricongiungimenti familiari che poi renderebbe “inespellibili” molti immigrati. L’unica differenza tra un minore cittadino italiano ed uno non cittadino, ha poi spiegato, è l’indennità di accompagnamento per gli invalidi: tanto vale riformare quella, anziché mettere mano alla cittadinanza! La sua mail è segreteria.palma@interno.it, per chi volesse chiarirgli le idee: credo che ne abbia bisogno, visto che – come potete leggere dalla sua scheda istituzionale – la materia dell’immigrazione è espressamente esclusa dalle sue competenze. Qualcuno dei miei colleghi si è preoccupato, dopo averlo sentito parlare così; io, forse per l’incoscienza del neofita, ho derubricato il tutto a tattica politica pre-Regionali, perché solo un discorso del genere poteva tenere il Pdl attaccato alla Lega, come sarà da qui all’ultimo istante prima del voto. Ma quello che accadrà il giorno dopo, onestamente, è difficile da prevedere: il mio amico Fabio Granata è ottimista, perché crede che un clima più disteso possa favorire gli spiriti liberi; molti miei colleghi del Pd la pensano al contrario, perché temono che un ottimo risultato della Lega (quasi certo, visto il traino delle candidature in Veneto e Piemonte) possa rappresentare la pietra tombale su ogni discussione futura. Io la vedo come Fabio, quindi non mi fascio la testa prima di essermela rotta: gli emendamenti bipartisan che avevo ripresentato ieri sera li ho rimessi nel cassetto, ma sono sempre lì. E noi siamo qui, a vigilare sul comportamento di una maggioranza che, a questo punto, ha davvero esaurito gli alibi. www.partitodemocratico.it

Andrea Sarubbi
Deputato Pd
Articolo tratto dal suo Blog

Google non compiace più il regime cinese

13 Gennaio 2010 – 18:36

In Cina fino a ieri, un’immagine poteva valere più di mille parole censurate. Ma da oggi Google ha deciso di  interrompere l’accordo con Pechino, secondo cui il motore di ricerca si impegnava ad escludere dai risultati tutto  quello che il governo cinese riteneva sconveniente.

Per la prima volta nella Storia, Google.cn restituisce risultati ad alcune delle migliaia di parole e di immagini  prima irraggiungibili, La cui non reperibilità veniva giustificata da una nota a fondo pagina, che laconicamente  annunciava che “in osservanza delle leggi locali, alcuni risultati non sono visualizzati”.
E così, cercando nell’archivio fotografico di big G, da oggi la Repubblica Popolare può trovare ciò che forse  neanche immaginava. E si tratta di migliaia di immagini che potenzialmente portano agli occhi dei cinesi la storia  e la contemporaneità sconosciuta del loro paese e del pianeta. Essendo questo il secolo di Google, divenuto ormai un’estensione della capacità percettiva della specie umana, una mossa di questo calibro equivale a una rivoluzione in cui il motore di ricerca si sostituisce, o meglio fa le veci del popolo.

Digitando ciò che prima portava a “nessun risultato”, l’immensa popolazione giovane cinese, nativa digitale e  predisposta per natura a aborrire la censura, da oggi potrà vedere le immagini di piazza Tien An Men nel 1989, teatro dela  sanguinosa repressione di ragazzi come loro sono oggi, sotto Deng Xiao Ping che la giustificava in nome del  progresso economico. Vedranno l’uomo solo, senza nome, in piedi immobile pararsi davanti al percorso dei carri armati in movimento. Vedranno tutto quello che finora forse gli è stato raccontato e che forse hanno immaginato come fosse una leggenda del loro paese, da oggi un po’ meno sconosciuto.
Potrà vedere il volto del Dalai Lama, le immagini del Tibet e delle repressioni da parte  cinese degli attivisti. Soprattutto, gli internauti cinesi potranno guardare le migliaia di esecuzioni capitali  documentate da Amnesty e da fotografi temerari e non autorizzati. E tutte le altre immagini, dalla Cina e dal mondo, di cui il Pechino ha finora mostrato solo quanto  e come ha voluto.

Quella della documentazione su internet è una battaglia che il Governo cinese combatte da anni contro il suo popolo  e le migliaia di hacker che a ogni nuova trovata di Pechino, dal software blocca-tutto Green Dam in poi, hanno  risposto con sprotezioni e aggiramenti del codice di sorveglianza. Una battaglia che con la rimozione del blocco di  Google di oggi segna un pesante e fondamentale punto a favore della libertà contro il controllo dell’informazione nella Repubblica Popolare.

Inizia così per i cinesi, con la possibilità di mettere meglio a fuoco il loro nuovo mondo, lo smantellamento di  quello che sul web veniva definito The Great Firewall of China, la grande muraglia digitale. Il primo muro, e forse  il più importante, a cadere davvero in questo anni “duepuntozero”. www.repubblica.it